Alice in Wonderland

11/03/2010 - Un altro evento in 3D nei cinema italiani: l’avvento di una nuova e ispirata rivisitazione dell’immortale storia di Alice nel paese delle meraviglie e attraverso lo specchio… …nonchè il ritorno di un regista che ha i suoi bei grattacapi con

     
 

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Un altro evento in 3D nei cinema italiani: l’avvento di una nuova e ispirata rivisitazione dell’immortale storia di Alice nel paese delle meraviglie e attraverso lo specchio…

…nonchè il ritorno di un regista che ha i suoi bei grattacapi con il pubblico che lo acclama da una parte e lo critica dall’altra, almeno negli ultimi anni. Perchè dal bellissimo Big Fish, apice e punto di svolta di un’intera carriera, lo stile gotico di Burton ha visto sempre maggior fortuna tra una bistrattata categoria che spopola tra i giovanissimi: lo si è additato ed etichettato come emoregista. D’altronde film come Sweeney Todd o La sposa cadavere non riescono a scappare dallo stereotipo degli adoratori del finto malessere da poser fine a se stesso. Questo ha attirato le ire di larghissime fette del pubblico, quello che ha in sacrosanta antipatia tali mossette da viziati. Purtroppo la furia cieca di tali persone non è molto più lungimirante degli oggetti delle loro critiche e dunque l’etichetta appioppata sulla fronte di Burton è ben difficile da staccare, posto il fatto che il buon Tim, giustamente, non ha intenzione di smettere di usare lo stile che così ama e così in alto è riuscito a portare. E così questa Alice è venuta al mondo proprio in mezzo a due file di fuoco incrociato. Come se la sarà cavata la nostra biondissima adolescente?

WONDERLAND – Burton decide di portarci nel suo mondo delle meraviglie. L‘Alice protagonista è un’adolescente alle soglie del matrimonio, immersa in a società che comprende e soffre molto poco. Complice anche l’assenza di un padre che ci viene tratteggiato come perfetto nell’incipit, la sua reazione non può che essere un terreno fertile per una fuga nella fantasia. E così, posta di fronte all’apparente vicolo cieco dei suoi doveri, un coniglio col panciotto le offre la scusa e l’opportunità di fuggire nel mondo delle sue fantasie. Tuttavia questo mondo è ben lontano dall’essere pieno di meraviglie e tutto intento a stupirla e a farla sentire a proprio agio. Le creature che lo abitano sembrano molto più diffidenti di quanto sia lecito attendersi e predicono ad Alice un futuro plumbeo, fatto di lotte e contrasti. Una guerra, tra la regina rossa e quella bianca, turba il paese delle meraviglie. Come entrerà la vicenda di Alice in questi due schieramenti? E sarà possibile che una ragazzina coi suoi banali problemi possa essere in grado di giocare davvero un ruolo in questa partita?

ALICE – Se c’è un merito nel film di Burton è quello di essere un’opera al contempo dignitosa nella sua interezza e del tutto in accordo e rispetto con ciò da cui è tratta. Come lo Sherlock Holmes di Ritchie, anche questa Alice sceglie di staccarsi dalla sua interpretazione classicamente radicata nell’immaginario collettivo per tornare alle sue vere origini. Nulla a che vedere con la bambolina del film Disney del 1951: questa Alice è più matura, più determinata e più Carrollianamente profonda. Di sicuro una nota di lodevole coraggio da parte di Burton. Al contempo l’autore riesce a far vivere il film del suo proprio fuoco interiore, senza essere troppo suddito del materiale da cui trae ispirazione. E se c’è, qua e là, qualche discordanza con l’opera originale, poco importa. Nello scassato tavolo da the, nel fossato dei corpi del re e in molti altri aspetti, Burton non rinuncia ai suoi cari stilemi gotici e alla sua classica firma stilistica. Si può dire, a ragione, che questo sia un adattamento a regola d’arte: coraggio nel rispettare la tradizione contro il sentore comune, forza nel distaccarsi quando serve per sottolineare l’indipendenza della propria opera d’arte e la differenza del proprio medium.

LA SVOLTA – Nonostante quanto sostenuto sull’adattamento perfetto di Burton, è innegabile scorgere una certa aria di non piena soddisfazione nelle mie parole. Il motivo è dovuto a una profonda svolta che segna l’intero film all’altezza circa dell’inizio del secondo terzo, quando tutti i personaggi sono presentati e si comincia con la costruzione dello scioglimento finale. A un certo punto infatti Alice viene posta di fronte a un ordine, a un qualcosa di scritto che deve a tutti i costi rispettare. E in questo momento decide di agire di testa sua. Il passo è un topos delle storie degli eroi predestinati, ma in questo caso il momento dà vita a una piccola magia. I personaggi in scena sembrano acquisire un’autoconsapevolezza metanarrativa. Sembrano vedere davanti a loro il tessuto di una storia già scritta, sembrano scrutare le pagine del copione o del racconto. E decidono, in piena coscienza, di trasgredire. Di ribellarsi all’autorità del regista/scrittore per fuggire alla gabbia della narrazione. La piccola magia che ha reso gigantesco il mai troppo lodato Big Fish è parsa tornare nelle dita di Burton. Sfortunatamente il lampo si è esaurito troppo presto, pochi secondi dopo.

TARGET – Evidentemente il nostro gotico amico ha pensato che una così smaccata e pesante metanarrazione sarebbe stata un boccone troppo pesante da mandare giù per il suo pubblico. Non c’entra il gioco riuscito in Big Fish: qui le conseguenze di una sceneggiatura così anarchica sarebbero state poco governabili perfino da un Kaufman. E a un certo punto, ne sono certo, la scure della produzione Disney è calata sulle gambe di Burton, impedendogli di andare dove avrebbe voluto. Di più: si può dire che la mannaia produttiva abbia evidentemente tagliato qua e là, impedendo al film di distaccarsi troppo da un target che è stato giudicato dalla Disney ben meno sveglio di quanto in effetti non sia. E così si inseriscono in questo film alcune parti ben meno riuscite e ben più aspramente criticate, Avril Lavigne in testa. Poco male però: l’Alice di Burton poco ne soffre per la qualità finale. E’ solo tristemente rammaricata, sulla prua della sua nave, per quelle terre meravigliose che sarebbe riuscita ad esplorare se solo il vento avesse soffiato un po’ più forte e l’ingorda pancia piena d’oro della nave fosse stata meno pesante.

     
 

1 Commento

  1. Maghetta scrive:

    Eccoci, di certo Avril Lavigne potevano risparmiarsela -.-’
    Sono d’accordissimo sul fatto che Burton non ha volutamente dato quel tono dalla seconda parte del film.. Dopotutto la Disney è la Disney, se non si fanno le solite cose scontate e non si rispettano i loro santi comandamenti, te lo scordi che ti diano i soldini e ti dicano “ciak si gira”.
    La danza della deliranza fa accaponare la pelle, così come la celata “cotta” tra Alice e il Cappellaio, personaggio che mi aspettavo essere più fuori le righe e che invece ha quel velo di malinconia che un pò delude.
    Altra piccola delusione è stato il 3D dello Stregatto, per un essere come lui che appere ed evapora immaginavo di sentirmelo quasi addosso un pò come nel trailer. Però è uno dei personaggi meglio riusciti, insieme al leprotto marzolino :D
    Malgrado tutto, Alice è un personaggio a cui sono molto affezzionata e alla fine è valsa la pena di vederlo..

    “Presto dobbiamo nasconderti!!!!…Cu-cchiaio..@_@”(cit.)
    :D

    Saluti

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