Non convince proprio nessuno l’idea di questo nuovo strumento monetario europeo. Un palliativo che potrebbe trasformarsi in una letale perdita di tempo mentre il paziente si debilita e muore. Ma in mancanza di alternative vale la pena tentare
Il fuoco di fila delle obiezioni è notevole sia per solidità tecnica che per peso politico dei critici. Le bordate dalla Bce, i distinguo del cancelliere tedesco Angela Merkel e del ministro dell’Economia francese Christine Lagarde, le stroncature arrivate dai giornali come Financial Times ed Economist fanno capire che non ci sono speranze di arrivare ad un accordo unanime di tutti i paesi dell’Unione per modificare i trattati costitutivi dell’Ue e inserire questo
nuovo organismo all’interno dell’architettura comunitaria. Allora perché continuare a parlarne? Il presidente della Bundesbank, e probabile futuro capo della Bce, Axel Weber, ha definito il dibattito “controproducente”. L’Fme è una sorta di antipiretico, abbassa la febbre ma non cura i sintomi che l’hanno portata. Cercare un modo efficace per tenere la temperatura sotto controllo può portare a individuare la cura o far semplicemente perdere tempo prezioso alla malandata Unione Europea. Ma senza alternative, che fare?
ARROSTITE I PIGS – Le finanze pubbliche dei governi europei sono in difficoltà, il patto di stabilità è perfetto in un contesto di crescita economica moderata, costringe i governi a tenere i deficit all’interno del 3% del Pil annuo e ne standardizza le politiche di spesa. Di fronte al crollo dell’economia, delle esportazioni e delle entrate fiscali, alcuni paesi (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna), riuniti nell’acronimo Pigs, si sono trovati “soli”, nel senso che gli investitori hanno chiesto premi più alti per prestar soldi ai singoli paesi. Un passaggio utile a sciogliere un equivoco: chi adotta l’euro ottiene anche la garanzia “continentale” sui propri conti? I trattati europei dicono espressamente di no (clausola di non salvataggio), l’operato della Bce, che nell’ultimo anno ha dato euro sonanti in cambio di titoli di Stato di qualsiasi paese membro, sembra dimostrare il contrario. L’equivoco è esploso nella trattativa tra la Commissione Ue, i ministri economici (Eurogruppo) e il governo greco per un piano di rientro dei conti. Bruxelles ha escluso almeno un paio di vie d’uscita drastiche, ma molto convenienti per Atene: un default parziale (riduzione unilaterale dei pagamenti sui titoli di Stato greci) o un aiuto diretto da parte dell’Europa o della Germania. Non ha offerto nulla in cambio, tanto che il primo ministro Papandreu ha sondato le alternative: il Fondo monetario internazionale darebbe soldi (fondi che l’Europa non si è dimostrata interessata a scucire) senza essere altrettanto invasivo nell’imporre delle politiche di rientro.
COSA SERVE? – La proposta, vecchia di un mese, di creare un Fme è probabilmente irrealizzabile, ma ancora una volta è utile solo se la si veda da Bruxelles (e da Berlino). Sarebbe un altro scudo protettivo per l’euro, ma è un’istituzione di nessun interesse per la Grecia (arriverebbe troppo tardi), ma anche di
scarso appeal per chi dovesse trovarsi nella posizione greca tra 12-18 mesi. Il fondo europeo fornirebbe denaro (un nodo non da poco è come e chi lo finanziarebbe), guiderebbe il rientro dei deficit, ma soprattutto la sua sola presenza dovrebbe togliere armi alla speculazione che colpisce l’Euro per la debolezza di uno solo dei suoi paesi. L’obiezione più ovvia all’Fme non è tecnica, ma politica: perché la Commissione e la Bce non si sobbarcano l’onere di negoziare un prestito alla Grecia e le relative condizioni? La clausola di non salvataggio lo impedisce, ma non si capisce perché i trattati si possono modificare per creare l’Fme, ma non per dare poteri analoghi agli organi inesistenti. Forse si pensa che la Commissione, composta da politici – o ancor più l’Eurogruppo e il consiglio dei capi di Stato e di governo – sarebbe meno “imparziale” nell’imporre ricette impopolari a paesi fiscalmente irresponsabili. Più efficace, agli occhi dei tecnocrati, sarebbe un gruppo di economisti in grado di elaborare un “Bruxelles consensus” (una serie i principi validi per tutti i paesi, proprio come fa l’Fmi).




Un pezzo molto interessante…
Tra l’altro, di queste cose scritte dal nostro Conforti oggi ha parlato un certto Jaques Delors…
Se l’Europa non fa uno scatto in avanti, il rischio di implosione è enorme…e forse non è chiaro a tutti, ma per molti (Italia in primis) sarebbe una vera jattura.
Un sorriso clap clap
C.
grazie, siamo in buona compagnia
visto che certe considerazioni rieccheggiano anche nel ragionamento del “super esperto” di questioni comunitarie Munchau
http://www.ft.com/cms/s/0/c53c5cc8-2f87-11df-9153-00144feabdc0.html
Ma perché ci devono andare di mezzo sempre i soldi dei contribuenti? Il governo greco non può vendere 2 o 3 isolette disabitate dell’arcipelago per risanare il bilancio? Troppo semplice…?