Silvio lasciato solo. Il centrodestra aspetta la sua fine?
03/03/2010 - Fini continua a smarcarsi. La Lega non fa da sponda sul caso-liste. Tremonti, sornione, resta alla finestra. Mentre fin da adesso si parla di riassetti del Pdl da ristabilire appena dopo il voto. Il Cavaliere non è più il collante
Fini continua a smarcarsi. La Lega non fa da sponda sul caso-liste. Tremonti, sornione, resta alla finestra. Mentre fin da adesso si parla di riassetti del Pdl da ristabilire appena dopo il voto. Il Cavaliere non è più il collante di un tempo
La frase dell’onorevole leghista Paolo Grimoldi (“Se andiamo avanti così il Pdl per presentare le liste chiamerà Bertolaso”) non è una semplice esternazione colorita da collocare in cima alla propria bacheca di Facebook. E’ piuttosto la fedele rappresentazione della linea del partito di Bossi nei confronti degli alleati: nessuno sconto al Pdl su quel caso-liste che ha creato scompiglio in Lazio e Lombardia.
LEGA INDISPONENTE - “Da noi sulle liste ci si dorme sopra…” afferma, ad esempio, il ministro Roberto Calderoli per dissociarsi dalla teoria del complotto ai danni del Pdl. “Sono errori raccapriccianti”, incalza il suo collega Luca Zaia, che parla anche di “leggerezza”. Non è da meno Roberto Maroni che stronca sul nascere ogni possibilità di sponda ai berluscones nella vicenda: “Noi della Lega qualche esperienza in più rispetto al Pdl ce l’abbiamo – dice il ministro degli Interni – non c’è spazio per un provvedimento d’urgenza da parte del governo”. Ancor più netto il responsabile giustizia delle camicie verdi, Matteo Brigandì: “Spero proprio che si tratti di dilettanti allo sbaraglio – fa sapere – altrimenti sarebbe molto più grave”. Incassate le due grandi regioni al Nord, insomma, la Lega non vuole metterci la faccia nei pasticci degli alleati. un modo come un altro per sottolineare la propria diversità. Una sconfitta su scala nazionale del centrodestra, ma anche solo un passo falso in Lazio farebbe aumentare inevitabilmente il peso specifico degli eventuali successi di Roberto Cota e Luca Zaia in Piemonte e Veneto, che la Lega sente a portata di mano.
SCARSA FIDUCIA – Il clima non è migliore in parlamento. “Noi di questi qui non ci fidiamo” ripeteva ieri la deputata leghista Manuela Dal Lago tra i banchi di Montecitorio riferendosi agli alleati del Pdl. Si rivolgeva ai colleghi dell’opposizione per spiegare come mai la Lega avesse chiesto al governo di porre la fiducia al provvedimento da oggi in discussione. Si tratta del decreto legge “recante interventi urgenti concernenti enti locali e regioni”, approvato a gennaio dal CdM e tanto caro al ministro Calderoli. Le camicie verdi non vogliono ottenere lo stesso deludente risultato del ddl sulla competivitià del settore agroalimentare, il provvedimento caro invece a Zaia e riportato in commissione perché in aula snobbato da parecchi pidiellini: con le loro assenze hanno fatto sì che nella votazione la maggioranza andasse sotto più volte, fin dai primi articoli e dai primi emendamenti.
FINI E PISANU TRAMANO - I padani non sono sicuramente gli unici a tirare l’acqua al proprio mulino. Se oramai nel Pdl i distinguo di Gianfranco Fini sono una consuetudine (“Questo Pdl non mi piace” ha detto ieri), destano maggiore interesse le dichiarazioni di Giuseppe Pisanu, l’altro commensale del pranzo della settimana scorsa tra il presidente della Camera e il leader dell’Udc. Le uscite dell’ex ministro degli Interni segnano una linea di confine col pensiero dominante del partito e avvalorano la tesi di una intesa sottobanco con Pier Ferdinando Casini e Gianfranco. Di un feeling, quantomeno. Le parole spese ieri sull’immigrazione rievocano, infatti, proprio le posizioni dei finiani espresse negli ultimi mesi e scomode alla stragrande m
aggioranza del Pdl. “C’è bisogno di un cambio di passo nelle politiche per l’immigrazione – ha detto Pisanu intervenendo in aula al Senato – L’Italia ha bisogno dell’immigrazione per mantenere un corrispondente livello di benessere. Il benessere futuro dell’Italia dipenderà dal livello di attrazione dei lavoratori immigrati. Non bisogna alimentare la paura della diversità, specialmente verso i gruppi sociali culturalmente e socialmente più deboli”. Frecciate al fronte leghista.
TREMONTI SORNIONE - Mantiene le distanze da Berlusconi pure quella volpe di Giulio Tremonti. Sta alla finestra ad osservare gli avversari. Nonostante su alcuni provvedimenti discussi in parlamento gli scivoloni della maggioranza e gli attriti interni al Pdl richiedano il suo intervento (dall’editoria fino alle norme su enti pubblici e regioni questa settimana al vaglio della Camera) il ministro di via XX settembre preferisce non esporsi. Dagospia, una settimana fa, descriveva così la sua strategia: “E’ evidente che in questo momento il Genio di Sondrio non vuole una guerra aperta con il Governatore. Di fronte allo scenario dei “birbantelli” Giulietto preferisce assistere allo spettacolo di Gianni Letta nel tritacarne del gossip, e con la pazienza del genio prepara la sua leadership futura (Fini permettendo). Nei confronti di Draghi lascia che a parlare siano gli altri anche se, come nel caso di Calderoli, si usano parole molli e poco dirompenti”. Lo stesso si potrebbe riscrivere oggi.
E LA CAMPAGNA ELETTORALE? – E mentre i numeri non lasciano ben sperare per l’esito delle elezioni e mentre maturano gli assi Tremonti-Lega e Fini-Casini-Pisanu, il Cavaliere rimane solo con i suoi a sorbirsi la patata bollente di ricorsi e contro-ricorsi. Per non perdere a tavolino. Ma anche una riammissione delle liste potrebbe, a questo punto, rivelarsi inutile: un eventuale cappotto del Pdl, infatti, a troppi, nel centrodestra, potrebbe davvero servire. Lo spirito di gruppo della Casa delle Libertà di un tempo è, oggi, solo un ricordo lontano. E, tra annunci di nuovi assetti del partito e di inizio delle riforme, troppi occhi, invece che guardare alla campagna elettorale, sono già puntati al dopo elezioni.













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