Già prima del terremoto della crisi economica, le famiglie perdevano terreno nella spartizione della torta del reddito nazionale. E a soffrire di più, tanto per cambiare, è stato il mezzogiorno. Soprattutto dal 2001
I dati recentemente diffusi dall’Istat sugli aggregati che concorrono a formare il reddito disponibile delle Famiglie nelle regioni italiane illustrano cosa è successo negli ultimi 15
anni, prima dell’esplodere della crisi economica, nel processo economico che va dalla produzione del Pil, alla sua distribuzione agli attori economici e infine alla redistribuzione tra gli italiani. Grazie al confronto tra andamenti di Pil, reddito primario e reddito disponibile si può capire se le famiglie italiane hanno “guadagnato” o “perso” rispetto agli altri settori istituzionali (Pa, resto del mondo, società di capitali). E se a soffire sono stati di più i redditi d’impresa o quelli da lavoro dipendente. Qual è stato il ruolo della redistribuzione dei redditi, confrontando gli andamenti del reddito guadagnato (il reddito primario) e quello disponibile. E gli effetti di queste dinamiche a livello territoriale.
QUALCHE PREMESSA – Il Pil rappresenta il prodotto generato all’interno dello Stato o della ripartizione geografica, indipendentemente dalla residenza. Esso viene distribuito, sotto forma di Reddito nazionale lordo, che è invece calcolato in base a dove risiede chi lo percepisce, agli attori che contribuiscono alla sua formazione: soprattutto famiglie e imprese di capitali e finanziarie, sotto forma di retribuzioni, utili d’impresa, interessi e dividendi societari. Ma anche Pa e “estero”. La parte che va alle “famiglie” – sia come percettori di redditi di varia natura e di consumatori che come società semplici e imprese individuali produttrici – ovvero la somma di tutti questi redditi “guadagnati”è definita reddito primario. Questo viene poi redistribuito mediante le imposte e i contributi sociali (che vengono sottratti al reddito guadagnato) e le prestazioni sociali ed i trasferimenti netti (che vengono aggiunte allo stesso) portando alla definizione del reddito disponibile. Quello che le famiglie possono risparmiare o consumare, alimentando così il circuito dell’economia.
L’EROSIONE DEL REDDITO DELLE FAMIGLIE – Un circuito che sembra essersi inceppato. Il Reddito nazionale lordo è cresciuto in questi anni a ritmi via via decrescenti, come il Pil di cui è in grande misura lo “specchio”. Nel 2000 cresceva di circa il 6% all’anno in termini nominali, mentre a fine periodo, nel 2008, l’aumento è stato di appena lo 0,8%. A calare è stato soprattutto il contributo della famiglie alla sua formazione, passato da ritmi di crescita del 4% annuo a inizio 2000 fino a meno dell’1% a fine periodo. Poche variazioni invece nel reddito “prodotto” da Pa, Società non finanziarie (le imprese di capitali) e finanziarie (la banche), più o meno sempre attorno al +1% annuo. Un’erosione che è confermata dal peso calante del reddito primario (quello guadagnato) delle famiglie rispetto al Pil. Nel 1995 era pari a circa l’84%: gran parte del valore aggiunto prodotto in Italia veniva distribuito alle famiglie residenti in Italia, traducendosi quindi in capacità di spesa delle stesse. Alla fine degli anni 2000 il reddito primario rappresenta solo il 77% del Pil: quindi, quote sempre più consistenti di Pil sono state “sottratte” alle famiglie, a vantaggio dagli altri settori istituzionali (società di capitali e Banche) ed una fetta non irrilevante è finita all’estero. Le famiglie si sono impoverite e la crescita economica si è azzerata.
CHI PERDE E CHI GUADAGNA – Ma quali sono i redditi che hanno rallentato di più? Il reddito primario si divide in reddito da lavoro dipendente, reddito d’impresa, risultante dall’attività imprenditoriale svolta dalle famiglie, i redditi netti derivanti dalla proprietà di abitazioni in cui risiedono le famiglie e di altre abitazioni a disposizione e i redditi da capitale (interessi e dividendi). Nel corso del tempo, di fronte ad un reddito primario che complessivamente perde colpi, tengono sia il reddito da lavoro dipendente, che aumenta più della media (+4,1% medio annuo), sia il reddito dell’attività imprenditoriale delle famiglie, che è quello che aumenta più di tutti, in media del 6,3% all’anno. La riduzione del reddito delle famiglie è quindi legata alla minore dinamicità dei redditi netti derivanti dalle abitazioni e di quelli da capitale. Invece, l’effetto della redistribuzione del reddito attraverso le imposte e i trasferimenti per prestazioni sociali resta più o meno costante nel tempo: il reddito disponibile rappresenta circa l’88% del reddito primario a livello italiano in tutto il periodo considerato. Le differenze si notano però scendendo a livello territoriale.




Il mezzogiorno soffre di più perchè non riesce a generare ricchezza (produrre beni e servizi per il mercato). Come documenta Ricolfi nella sua innovativa analisi(“il Sacco del Nord”) sulla contabilità nazionale, il prodotto per abitante nel Mezzogiorno è poco più della metà di quello del centro nord (53,2 a 100). Questo divario non è il prodotto di una struttura demografica sfavorevole, ma è la risultante di produttività e occupazione, che concorrono a determinare il prodotto per abitante: la produttività del Mezzogiorno è l’82% di quella del centro-nord, mentre il suo tasso di occupazione è appena il 64%. Non stupisce che le tre regioni più arretrate sono le tre regioni ad alta presenza della criminalità organizzata (Calabria, Campania e Sicilia), regioni dove si riscontrano alti livelli di spreco della pubblica aministrazione, di parassitismo e di diseguaglianza nella distribuzione dei redditi.
“Il mezzogiorno soffre di più perchè non riesce a generare ricchezza”
Esatto, e – senza offesa per il saggio di Ricolfi, che non condivido del tutto ma che dà anche spunti interessanti – è fatto noto e risaputo da almeno un secolo…
Qui è stata fatta un’altra riflessione:
1. Che nella torta complessiva del reddito nazionale, a tutte le famiglie italiane nel corso degli ultimi 15 anni è stata “sottratta” una parte a beneficio degli altri settori istituzionali (PA, Società di Capitali, Banche e “estero”)
2. Che all’interno del settore “famiglie”, quelle del Sud hanno perso più delle altre: e NON perché hanno generato meno reddito (il tasso di crescita del Pil è statto analogo a quello del nord negli ultimi dieci anni) ma perchè quote di esso sono finite “altrove”
3. Che la redistribuzione del reddito (sotto forma di imposte e prestazioni sociali) dal Nord verso il Sud ha solo parzialmente compensato tale sottrazione.
Mi sembrava di essere stato chiaro. Spero di esserlo stato adesso.