Tremonti Vs Draghi. Una lotta senza esclusione di colpi

26/02/2010 - À LA GUERRE COMME À LA GUERRE- Come detto, in tutti questi anni, Giulio Tremonti e Mario Draghi si sono spesso e volentieri combattuti. Talvolta a colpi di fioretto: sortite, stoccate, fughe e parate di scherma che raramente hanno lasciato

     
 

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À LA GUERRE COMME À LA GUERRE- Come detto, in tutti questi anni, Giulio Tremonti e Mario Draghi si sono spesso e volentieri combattuti. Talvolta a colpi di fioretto: sortite, stoccate, fughe e parate di scherma che raramente hanno lasciato ferite profonde. Altre volte, però, non sono mancati veri e propri assalti a “palle incatenate”, come nel caso della recente polemica sullo “scudo fiscale” e sui numeri di quanti miliardi di euro sono effettivamente rientrati nel nostro paese. Una polemica sorta da una nota di Bankitalia che ha smentito, di fatto, in modo secco e clamoroso la grancassa “mediatica” predisposta dal Mef (ovvero da Tremonti) e dalla Agenzia delle Entrate che dipingeva lo scudo fiscale come uno straordinario successo che avrebbe assicurato il rientro “cash” di qualcosa come 95 miliardi di Euro, tutti pronto ad essere reinvestiti nel circuito economico nazionale. La nota diramata dagli Uffici di Draghi ha, invece, distinto il rimpatrio dei capitali liquidi, ossia effettivamente rientrati nel nostro paese, dal “rimpatrio giuridico” che ha semplicemente regolarizzato la sola posizione degli evasori. Solo il 41% è tornato in Italia mentre il restante, per quanto ripulito, continua a restare all’estero. La nota di Draghi è apparsa certamente stonata a Tremonti. Tanto è vero che il “fido” ministro leghista, Roberto Calderoli ha accusato senza mezzi termini (e per la verità, senza alcuna vergogna) Bankitalia di “intelligence” con l’opposizione. Insomma, quella di Draghi, a detta del ministro “lumbard”, sarebbe stata una chiara operazione tesa a delegittimare l’operato del governo e “fare il gioco della sinistra”. Tremonti ha lasciato fare. Forse, non è stato nemmeno il mandate dell’intemerata di Calderoli, ma di certo non gli è dispiaciuta. Passata qualche ora poi, davanti alla stampa estera, pressato dalle domande di alcuni corrispondenti stranieri ha così ribattuto: “Le regolarizzazioni sono state pari a circa 2 miliardi e i rimpatri a 93 miliardi: 93 più 2 fa 95 – ha concluso Tremonti – ed è la cifra ufficiale confermata dagli uffici”. Più che altro è stato un dogma di fede, che non ha smentito affatto Draghi ma che ha trovato ovviamente, come nei desideri del ministro, vasta eco sulla stampa “amica”.

LA MIA BANCA È DIFFERENTE – La vera posta in palio, in realtà, appare un’altra. Draghi non vede l’ora di andarsene dall’Italia, dalle sue polemiche da cortile, da un sistema bancario che si regge sui cartelli delle grandi banche (che lo stesso però non ha saputo smantellare) e da una politica super-invadente. Punta, invece, diritto alla massima poltrona della Bce, la Banca centrale europea. Le sue credenziali erano (e restano) ottime, ha amici potenti negli altri governi più che nel nostro, e all’estero, pure lui, gode di “buona stampa”, specie quella specializzata a cominciare dal Wall Street Journal. Tremonti certo, gradirebbe la partenza del suo rivale ma non vuole, naturalmente, stendergli pure il tappeto rosso. Anzi, prima che si sappia qualcosa di più concreto sul prossimo nome del “gran capo” della Bce, vorrebbe togliersi qualche altro sassolino dalla scarpa e, magari, stendere il suo mantello “protettivo” su alcune importanti operazioni finanziarie che, proprio prossimamente, potrebbero giungere a conclusione. Guarda caso anche Draghi, per il suo ruolo, la sua funzione di Governatore di Bankitalia (e non solo) punta allo stesso obiettivo. Sembra inevitabile, quindi, che i due più o meno presto, torneranno ad incrociare le loro lame.

IL RISIKO DI GENERALI – Il “leone” triestino fa gola a molti, forse a troppi. Ci pensa Francesco  Caltagirone col suo impero edilizio e bancario, ci punta forse ancor più concretamente, Cesare Geronzi. Se il primo ci vuole arrivare per via trafelata, il secondo giurano i soliti bene informati, punta alla costruzione di un patto di ferro indovinate con chi? Giulio Tremonti, esatto. Patto che potrebbe portare al seguente esito: un rafforzamento del ministro nella lotta di successione a Silvio Berlusconi nel centrodestra – con buona pace di Gianfranco Fini – in cambio del via libero dello stesso Tremonti alla scalata di Geronzi alle Generali. Il blitz sarebbe infine completato dalla scadenza del mandato di Draghi a Palazzo Koch. Per allora, servirà un nuovo Governatore specie se Draghi sarà promosso alla Bce. Ovviamente un uomo gradito al nuovo establishment “politico-economico-finanziario” che verrebbe a costituirsi dopo questo Risiko. Già circola il nome di Vittorio Grilli, personaggio, sembra, assai gradito al duo Geronzi-Tremonti. C’è un solo problema: Draghi. Infatti, se le porte della Bce dovessero restargli precluse, potrebbe ancora usufruire del rinnovo del suo mandato alla Banca’Italia. Un ostacolo, a meno di cambiamenti tanto radicali quanto improbabili (dello stesso Draghi, ovviamente) alle brame del nuovo potere.

LA CORSA EUROPEA – Va detto subito che in Europa, sia sulla vicenda Bce sia su quella Generali, nessuno vuole rimanere alla finestra. Se, come detto, Il WSJ come pure il Finacial Times aprono favorevolmente all’ipotesi di Draghi alla Bce, altri potentati politico-finanziari invece la osteggiano apertamente. È proprio dell’altro giorno la dichiarazione di Simon Johnson, l’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale, che ha pesantemente sparato contro l’ipotesi di Mario Draghi in Bce. La sua stessa esperienza alla Goldman Sachs è stata criticata, poiché la banca d’affari sarebbe stata parte in causa dei fallimenti di Lehman Brothers e del colosso assicurativo Aig. Insomma per Johnson, Draghi “non poteva non sapere”. Inoltre, l’ex economics chief del FMI ha insinuato un suo ruolo (di GS) anche nel crack che proprio in questi giorni sta investendo l’economia greca. Indiscrezioni, polemiche, malelingue e colpi abbondantemente sotto la cintura, come si vede. Draghi, in questo momento, sembra quello che ha più da perdere (Bce e Bankitalia) e forse per questo, i duri colpi “mediatici” assestati con sottile precisione proprio in questi giorni non sono sembrati casuali. Del resto, come diceva Enzo Ferrari: “molte volte, il secondo è più bravo, ma al traguardo conta chi passa per primo”. Draghi lo sa, Tremonti pure.

     
 

6 Commenti

  1. dvd scrive:

    alla BCE dopo che banca d’italia ha dato cifre gradite al PD sullo scudo fiscale e l’ostilità verso il governo berlusconi?
    non credo che nei fatti sarà appoggiato con forza …

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  5. Leftorium© scrive:

    Volevo complimentarmi con chi ha montato l’articolo e per l’ottima foto di copertina. Very good :D

  6. che dire? una lotta ad armi pari. una loggia P2 contro una loggia “americana” non capisco dove sia finita quella vaticana e co.. comunque sempre di oremus si tratta ora che gli avversari dell’opus dei…

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