In Inghilterra arriva la scuola fai da te
24/02/2010 - PUBBLICO E PRIVATO – Secondo i conservatori, il modello svedese promette un radioso futuro per tutta una serie di ragioni. Costringe la scuola pubblica a competere con quella privata, garantisce – in scuole più piccole – un rapporto più diretto
PUBBLICO E PRIVATO – Secondo i conservatori, il modello svedese promette un radioso futuro per tutta una serie di ragioni. Costringe la scuola pubblica a competere con quella privata, garantisce – in scuole più piccole – un rapporto più diretto ed efficace tra insegnate e allievo, amplia la possibilità di scelta e garantisce il mantenimento di una maggiore
disciplina. Non solo. Verrebbero d’incanto abbattute le barriere all’accesso ad un’istruzione di alto livello dovute alle condizioni economiche della famiglia di provenienza (non dimentichiamo che sono i tax-payers a cacciare il grano). Vista così sembra un sogno per l’inquieto elettorato inglese e l’ennesimo incubo per il goffo Gordon “Charlie” Brown. Ma i laburisti non hanno intenzione di arrendersi tanto facilmente e sono andati a pescare rinforzi proprio nelle terre scandinave. Così si son fatti dire cosa ne pensi da Per Thullberg, direttore generale di Skolverket (Agenzia Nazionale Svedese per l’Educazione), che non se l’è fatto ripetere due volte per confessare alla BBC che il sistema svedese non funziona neanche in Svezia. Dice Thullberg: “The students in the new schools they have in general better standards, but it has to do with their parents, their backgrounds. They come from well-educated families” [Gli studenti delle nuove scuole hanno in generale un miglior rendimento, ma questo dipende dai loro genitori e dal loro ambiente di provenienza. Vengono da famiglie già ben scolarizzate]. Insomma, il modello svedese allargherebbe il fosso tra le classi anziché coprirlo. E giù polemiche.
OGGI LE COMICHE – Strano a dirsi, ma neanche troppo, anche i pacatissimi inglesi hanno cominciato a vomitarsi addosso un mare di chiacchiere evitando accuratamente di confrontarsi sulle questioni che andrebbero discusse sul serio quando si parla di sistema scolastico. Tanto per fare qualche esempio, si va dal paternalismo socialisteggiante sfoggiato da Sandra Mc Nally della London School of Economics che sostiene, tra molte ragioni di critica condivisibili, il solito spocchioso riferimento alla presunta mancanza di adeguate risorse intellettuali dei genitori che non sarebbero in grado di capire quale scuola sia migliore o peggiore, alla ridicola superficialità dello stesso Gove che, al Guardian, consegna la sua fede incrollabile nella potere della domanda di mercato come fattore invincibile di controllo: “We will create a new generation of independent state schools funded by taxpayers but run by teachers and responsible to parents so that all parents get what they want – smaller schools with smaller classes, good behaviour, great teachers and restored confidence in the curriculum” [Creeremo una nuova generazione di scuole statali indipendenti finanziate dai contribuenti, ma gestite dagli insegnanti e sotto la responsabilità dei genitori cosicché questi ultimi avranno ciò che vogliono – scuole più piccole con classi meno numerose, buoni comportamenti, grandi insegnati e maggiore credibilità dei programmi]. Speriamo che i genitori di cui sopra siano tutti animati da nobili fini e pronti ad accettare che il proprio figlio somaro venga bocciato in nome della qualità dell’insegnamento e del trionfo del merito altrui. Qui, ma noi siamo gente peggiore, sarebbe una meravigliosa idea per toglierci la maschera ipocrita del diritto allo studio e farci veder in giro con la faccia autentica di cercatori di diplomifici.
EQUILIBRI - Detta come va detta specie da chi, come chi scrive, la scuola pubblica la ama pochino, la querelle tra privato e pubblico non si può affrontare costantemente in questi termini. Meno che mai in quelli di Gove e delle sue privatizzazioni coi soldi dei contribuenti che, Svezia o no, è un’idea quanto meno bizzarra. Il punto non è la competizione tra pubblico e privato che già è una partita che i “concorrenti” non giocano, e non possono giocare, ad armi pari. Il “pubblico” insegue una serie di obbiettivi, condivisibili o meno, che sono diversi da quelli che si dà un soggetto privato. In più, gli obbiettivi cambiano a seconda del livello di istruzione di cui parliamo: stiamo parlando di insegnare a fare le aste oppure stiamo discutendo di come si faccia a coltivare un’elite di ingegneri nucleari? È probabile che certi modelli siano validi (scuole piccole e classi meno numerose, per esempio), ma se lo sono restano tali a prescindere dalla “proprietà”. E qui ci fermiamo perché il problema non è mica tanto facile da risolvere e dovrebbe essere affidato a gente che se ne intende. Purtroppo, però, non è pensabile che la politica possa starne fuori. E questa circostanza, come dimostrano i fatti, da difficile lo ha trasformato in impossibile.













politici che demonizzano la scuola pubblica perchè è troppo basata sulle ansie mattutine del ministro di turno…buahaha politici che sputtanano politici, adducendo come via di salvezza il fidarsi di altri politici, buahahaha(scusate è troppo ironica questa cosa). Gli inglesi stanno cominciando a italianizzarsi brutalmente. “responsible to parents” della serie “scaviamoci la fossa con le nostre mani”(ma come proclama demagogico fa pigliare tanti tonni, ognuno potrà dire quello che vuole, sarà una figata pazzesca meglio del wrestling).
Per farmi altre due risate manderei alla BBC qualche giornalista informato sui fatti a parlare di cosa abbiamo creato noi italiani con le scuole “paritarie” private…sicuramente Brown vincerebbe ad occhi chiusi con una mano dietro la schiena appeso ad un grattacielo.
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