di Leonardo Daverio Patrizi (IHC)
postato alle 09:07 del 7 Maggio 2008 in EconomiaTorna alla home

La Federal Reserve ha ormai portato il tasso di riferimento sui Fed Funds al 2%, e Bernanke non ha comunque escluso ulteriori interventi, benché gli spazi si possano considerare quasi esauriti. E in Europa?

Il tasso Refi resta fermo, mentre il mercato continua a segnalare tensioni da credit crunch attraverso un euribor in crescita. In realtà la declamata crisi di liquidità è stata in buona parte già sedata da generose iniezioni di moneta da parte della BCE, pure al prezzo di disattendere l’istituzionale inflation targeting. Ma se la Fed avesse terminato la sua politica di sostegno all’economia (USA in primis, ma per lo meno anche “occidentale” se non mondiale), sarebbe ora il turno della BCE?

INFLAZIONE - Se davvero la Fed avesse terminato la politica dei tagli sui tassi, non vi sarebbero più attese di allargamento della forbice con l’Europa, il che ridurrebbe le speculazioni al rialzo sull’euro (lasciando le variabili reali come mover del cambio), il che andrebbe in soccorso all’export europeo. A parte la crescita di tensioni inflazionistiche, la BCE potrebbe continuare con la sua “fermezza” sui tassi di interesse.

MONEY FORECAST - Se però si considera ciò che pare esploso negli USA non tanto una crisi di liquidità bensì la fase negativa di un ciclo economico, con tutto il decoupling che si vuole, non si può pensare che l’Europa ne resti immune; stante il proprio mandato, la BCE dovrebbe in tal caso “prevedere” l’evoluzione della crisi e “pesarla” con le conseguenze inflazionistiche di eventuali allentamenti monetari. Facile a dirsi.

In assenza di decisi segnali di rallentamento della macchina europea (e in special modo della Germania, quota principale del PIL della UE, il cui export non pare risentire molto della forza dell’euro) e di allentamento delle tensioni sui prezzi (su cui pesa un processo di asset allocation alimentato anche dalla debolezza del dollaro), non è pensabile alcun taglio dei tassi. Questi segnali potrebbero però essere prossimi a venire, un po’ per il dispiegarsi appunto di un ciclo economico avverso anche in Europa, un po’ per una possibile minor tensione sulle materie prime (non più alimentata da tagli dei tassi USA), nonché per meri fatti statistici (superamento “dell’effetto Pasqua” e partenza delle medie mobili sui prezzi, per il calcolo dell’inflazione tendenziale, da valori progressivamente già più alti e vicini a quelli attuali), per cui ritocchi del Refi potrebbero concretizzarsi, come molto economisti prevedono da mesi, nella seconda metà dell’anno.

PANTALONE - Ma tutto questo parte dalla considerazione che la BCE “debba” intervenire, vuoi per sostenere l’Europa vuoi per una staffetta con la Fed nel sostegno dell’economia mondiale; in realtà ciò non è assolutamente pacifico. Si va pian piano diffondendo l’idea di aver davanti un business cycle alimentato dall’interventismo delle Banche Centrali: la creazione “artificiale” di moneta stimola la concessione di credito da parte delle banche commerciali e l’assunzione di debito da parte di imprese e consumatori; la struttura produttiva e di consumo indotta non è sostenibile e sfocerà prima in picchi di inflazione e poi in generale recessione. In questa ottica il tentativo di risolvere l’apparente crisi di liquidità equivale a voler nascondere ulteriormente una crisi da ciclo economico, indebolendo ancor di più l’economia ed aggravando il futuro redde rationem. In quest’ottica la BCE ha fatto fin troppo, ed ora dovrebbe lasciare che il sistema si “ripulisca” da solo o per lo meno con il solo supporto delle autorità fiscali (per chi ne ha di efficienti). Ma difficilmente la Politica permetterà questo.

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