E’ davvero giusto promuovere i migliori?
di D. De Sena e T. Caldarelli - Lo spiegano alcuni vecchi studi: la selezione casuale dei candidati ad un posto migliore nella scala gerarchica amministrativa può evitare inefficienza e scarsa motivazione. Ma è davvero così?
In un Paese alle prese con una classe politica poco gradita e numerosi ed eclatanti casi di corruzione e favoritismi il problema della meritocrazia torna ad essere questione centrale. Tutti i commentatori che intervengono nel dibattito pubblico non esitano a ribadire la necessità di promuovere chi è più capace in ogni settore produttivo o amministrativo. Si tratta certamente di una priorità, per sistema economico ed istituzioni che vogliono riconquistare efficienza e credibilità. Ma è curioso notare come alcuni studi accademici nel campo delle scienze umanistiche dimostrino che in alcuni casi premiare i migliori non sia un sistema efficace per ottenere un miglioramento e come sia invece vantaggioso selezionare a caso gli individui da far salire nella scala dei compiti e delle responsabilità.
IL PRINCIPIO DI PETER – Un’analisi curiosa è quella compiuta da tre studiosi dell’Università di Catania. I dottori Alessandro Pluchino, Andrea Rapisarda e Cesare Garofalo hanno provato a confermare con un modello matematico e computazionale la validità del principio di Peter (1969) secondo il quale il fenomeno della diffusione dell’incompetenza nelle pubbliche amministrazioni e nelle aziende dipende da un’interpretazione ingenua del principio meritocratico: per i loro studi hanno vinto il premio Ig-Nobel, assegnato alle ricerche meno “mainstream”, più ignorate e apparentemente divertenti e ridicole; pubblicato articoli in inglese, in italiano e stanno per scrivere un libro. Secondo la teroria di Laurence J. Peter, psicologo canadese, quando si viene promossi ad un livello superiore della scala gerarchica perché si è molto bravi a fare il proprio lavoro, nulla garantisce che il nuovo impiego, che comporta maggiori responsabilità ma anche competenze e abilità diverse, venga poi eseguito con lo stesso rendimento della mansione precedente. In poche parole – spiega il principio di Peter – si può essere un eccellente ricercatore ma nello stesso tempo un professore didatticamente inappropriato, un impiegato modello ma anche un dirigente poco abile, un ottimo soldato ma un cattivo comandante, un bravo insegnante ma un pessimo preside, professionista di successo ma politico incapace. Di conseguenza, i test attitudinali e i periodi di prova di aziende ed organizzazioni pubbliche e private possono rivelarsi metodo costoso e comunque inefficace per la selezione dei migliori.
IL PRINCIPIO DI PETER - Contattiamo i professori Rapisarda e Pluchino in una divertente videoconferenza su Skype. A loro chiediamo di spiegarci, a loro parole, l’essenza e l’operatività del principio di Peter: “E’ una questione di attitudine, di inclinazioni, non di meritocrazia o di formazione. Posso fare tutti i corsi di formazione disponibili ma magari non sarò mai abbastanza competente per una determinata mansione. Peter confermò questa tesi facendo varie interviste”, ci dicono, “a manager recentemente promossi. I loro sentimenti erano di ansia, inadeguatezza, frustrazione per i nuovi incarichi”. E così, la promozione che doveva essere un riconoscimento è diventata un inferno.
COMPETENZA NON GARANTITA – Questo il professor Peter l’aveva sperimentato empiricamente. Il team, tutto italiano, dell’ateneo catanese ci ha provato attraverso delle simulazioni al computer, modelli matematici e computazionali, che hanno studiato i fenomeni che emergono dall’interazione di numerose entità più o meno sofisticate ed intelligenti, Pluchino, Rapisarda e Garofalo sono giunti alla conclusione (2010) che, se la modalità di promozione premia i membri più competenti di un dato livello, e se – in secondo luogo – la competenza da essi mostrata al livello successivo nella scala gerarchica non dipende dalla competenza che essi avevano al livello precedente, allora il princinipio di Peter è inevitabile. Tutti i membri, quindi, terminano la carriera al livello in cui la loro competenza è minima e la loro incompetenza massima.













Anche perchè: a cosa serve creare oggetti iper tecnologici che poi molte persone nemmneno si possono comprare?
Semplice: non li compri. A me, per esempio, che alla tecnologia “avanzata” non mi interesso granché, né per le prestazioni né per questioni di status simbol, mi sono comprato un cellulare da poche decine di euro, anche se sarei in grado di spenderne diverse centinaia senza problemi.
Vogliamo aprire una discussione filosofica sul confine tra superfluo e necessario?
Inoltre, gli oggetti “iper tecnologici” ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Fa parte del meccanismo che comprende innovazione, miglioramento delle tecniche e scala di produzione industriale.
Ha provato ad andare a vedere cosa costava – e che cosa fosse nel concreto – un telefono portatile di 20 anni fa, rispetto ai diffusi dispositivi (di tutti i prezzi) che sono in circolazione adesso?
E così Caldarelli è soddisfatto perchè sogna che le promozioni saranno decise dal Comitato Centrale del partito comunista.
Calma… La discussione è un po’ degenerata divagando dal tema… Ritengo opportuno , come Erika, che tutti possano trovare un lavoro e che non lo debbano perdere per imbecillità altrui, come troppo spesso accade. Il principio di Peter dice che una persona (di solito in ambito lavorativo , ma non solo) rischia di arrivare al punto massimo di incompetenza se viene seguito solo il metodo di promuovere gerarchicamente una persona seguendo il merito( quando viene scelto un modo clienterale l’inconpetenza è quasi certa…) più che per merito andrebbe scelto un metodo di attitudine e …. Ahimè usata intelligenza e buon senso (beni in via d’estinzione sembra…)