Rcs e l’Espresso fanno i conti con la riduzione del fatturato, e con un mercato che si contrae sempre più mentre l’on line a malapena pareggia i costi e soffre la concorrenza. Quali prospettive in Borsa?
A guardare le casse e i bilanci di Repubblica e Corriere della Sera viene in mente il proverbio: “Se Atene piange, Sparta non ride”. Oppure, giusto per indugiare nella metafora che nel duopolio dell’editoria italiana le prospettive sono da pianto greco.
Sia l’Espresso che la Rcs hanno illustrato i risultati fino a marzo 2008, proprio l’ultimo mese del trimestre
ha segnalato un allarmante calo della pubblicità nell’ordine del 10-15% per l’intero settore. È il primo segnale di una crisi strutturale che potrebbe cambiare la faccia delle due realtà, e dunque dell’informazione in Italia. Vediamo come.
IL PRESENTE- Il calo della pubblicità era atteso e si aggiunge a quello della diffusione di 2-3% annuo (nel 2007 più pronunciato per il Corriere che per Repubblica). Rcs ovvia con la buona tenuta della Gazzetta dello Sport, che sfrutterà i budget pubblicitari connessi a Europei e Olimpiadi, e la diversificazione dei ricavi in Spagna. I manager di entrambi i gruppi hanno preventivato un 2008 di contenimento: fare in modo che la riduzione del fatturato, già visibile per l’Espresso nell’ordine di 10 milioni su 262, non riduca i margini di guadagno in attesa di tempi migliori.
IL FUTURO - Ma i quotidiani sono in entrambi i casi la spina dorsale che rischia di spezzarsi: la strategia di limitare i danni in un anno di “vacche magre” è miope. La Borsa dice che le due aziende
hanno perso in un anno metà del loro valore. Il dubbio del mercato è che la pubblicità e le copie non tornino mai, assorbite dalla televisione satellitare (oggi) e da Internet (domani). In poche parole anticipano la fine dei quotidiani generalisti a pagamento. La Free Press ha migliori prospettive perché nelle città intercetta pubblicità territoriale (i centri commerciali fanno la parte del leone) e dal punto di vista dei lettori è ancora più “portatile” di Internet. Previsioni già fatte da anni, ma che per la prima volta nel biennio 2006-08 sono state confermate dai numeri. In questo contesto si rivela un clamoroso errore strategico l’acquisto di Rete A da parte dell’Espresso: 300 milioni per delle frequenze analogiche. Ha pagato al prezzo della “vecchia” televisione per avere gli spettatori e la pubblicità che con un decimo della spesa si ottiene entrando nel bouquet di Sky. Inoltre la società non ha né i soldi, né la volontà di investire in un vero network, da trasformare in due-tre canali che trasmettono sul digitale terrestre (Mediaset sta già occupando quegli spazi). Rcs ha giocato meglio con l’acquisto del Mundo (e lo sportivo Marca) in Spagna: i ricavi nella penisola iberica sono cresciuti in un anno da 356 a 656 milioni, mentre in Italia salivano di appena di 100 milioni. Ma non è la soluzione, visto che il declino della carta stampata si riproporrà anche lì e con tempi simili.
INTERNET - I soldi degli acquisti servirebbero ora ad entrambi per un consistente investimento sulla Rete. Invece sia che al
Corriere che a Repubblica prevale (per mancanza di alternative) la teoria del “passaggio dolce”. In sintesi: “vendiamo sulla carta e su Internet lo stesso prodotto, un’informazione integrata secondo le caratteristiche dei due mezzi e man mano che la gente si sposta, lo farà anche la pubblicità, e chi avrà presidiato il mercato potrà spostare uomini e risorse senza strappi”. Un’idea che non regge dal punto di vista dei numeri: i siti di Repubblica e Corriere, che stanno sul milione di visitatori al giorno, a malapena pareggiano i costi pur sfruttando gratis o quasi sempre più il lavoro fatto per i quotidiani. Il passaggio senza traumi non è così ovvio visto che la pubblicità cartacea al momento viene venduta sei volte il prezzo di una analoga campagna sul Web. La maggior domanda dovrebbe far salire i prezzi, ma non molto, visto che sul Web non ci sono limiti di “affollamento” sul numero delle pagine e che la concorrenza sarà maggiore (Giornalettismo dimostra quanto siano basse le barriere all’entrata per chi vuole inventarsi editore). Diciamo allora che i prezzi arriveranno a un terzo di una vecchia pagina di quotidiano. Per avere le stesse entrate, Repubblica e Corriere dovrebbero assicurare agli inserzionisti una combinazione di spazi e visibilità tre volte superiore a quelle che ora assicurano sul cartaceo, vale a dire 9-10 milioni di visitatori al giorno (9 volte quelli attuali) . Ma anche arrivandoci, si deve ancora sostituire quel 50% di entrate perso dalle vendite. In quel caso che faranno raddoppieranno i prezzi (e di cosa?) o dimezzeranno i costi? Quale sia la scelta è prevedibile un crollo dei profitti e anni incerti tra ristrutturazioni e piani di smaltimento del personale. Il mercato dice: alla larga! E i lettori?
(Luca Conforti è lo pseudonimo di un giornalista che lavora per uno dei più importanti quotidiani nazionali. La sua rubrica, Parco Buoi, si occuperà con cadenza settimanale di imprese, finanza e mercati, con un occhio al risparmiatore)


























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Il passaggio dalla carta al web sarà molto più rivoluzionario di quanto si possa immaginare. Il mercato, che si avvicina molto al concetto teorico di concorrenza perfetta, si frantumerà in centinaia e centinaia di network, molti di piu’ di quelli di oggi. La conclusione? La qualità media del prodotto giornalistico si abbasserà e i redditi saranno quasi nulli.
Siamo alla fase finale della democrazia: l’uguaglianza imposta per legge.
Tutti leggeranno quello che vogliono, nessuna firma potrà dirsi “eletta” e ciascuno crederà d’essere libero.
Sarà come per l’automobile che da mezzo di locomozione individuale è diventata una prigione collettiva.
Aria, libertà, ambiente, cultura, affetti, valori, tutti smarriti nella rincorsa all’eguaglianza che la democrazia pretendeva d’imporci come diritto allo spreco di libertà.
Le api stanno morendo in tutto il mondo, forse hanno scoperto la libertà.
Poveri noi!