Nucleare, soldati usati come cavie: in Francia scoppia il caso

16/02/2010 - Un rapporto confidenziale rivela come l’esercito transalpino ha utilizzato i suoi militari, durante i primi test atomici nel deserto del Sahara nel 1960. Si tratta di un rapporto schiacciante. 260 pagine con timbro “confidentiel défense ” che oggi, Le Parisien ,

     
 

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Un rapporto confidenziale rivela come l’esercito transalpino ha utilizzato i suoi militari, durante i primi test atomici nel deserto del Sahara nel 1960.

Si tratta di un rapporto schiacciante. 260 pagine con timbro “confidentiel défense ” che oggi, Le Parisien , dichiara di essersi procurato e che chiarisce, da un punto di vista totalmente nuovo, cosa sia successo durante la campagna francese per i test nucleari nel Sahara algerino, tra il 1960 e il 1966. “Si tratta dell’unica sintesi esistente su quei colpi di cui si sia a conoscenza oggi“, avverte Patrice Bouveret, Presidente e co-fondatore dell’Osservatorio sugli armamenti nucleari, che evoca questo documento nell’ultimo numero della sua newsletter il cui titolo è: “la Genèse de l’organisation et les expérimentations au Sahara”.

RODITORI NEL DESERTO - Il testo è stato scritto da un militare anonimo con data a partire dal 1998, subito dopo l’abbandono finale dei test da parte di Jacques Chirac. Egli parla con enfasi di “una grande avventura scientifica“, pur avendo giudicato inopportuno trarne una sintesi per il grande pubblico. Alla lettura si comprende il perché, dato che ogni linea del rapporto spiega come scienziati e militari volessero ottenere “la bomba”, a qualsiasi prezzo da pagare, compreso quello umano. “Gerboise Bleue” era il nome in codice del primo test nucleare francese. Gerboise è la parola francese per Jerboa, un roditore del deserto del Sahara, mentre il blu è il primo colore della bandiera francese. Così la seconda e la terza bomba, furono nominate, rispettivamente,”Gerboise Blanche” e “Gerboise Rouge”.”Gerboise verte” era il quarto e ultimo test nucleare lanciato nell’atmosfera il 25 aprile del 1961 e che fece partecipare i militari di leva ad una vera e propria guerra nucleare di natura immensa. Quella che spesso era stata considerata una lamentela dei veterani per essere stati usati come cavie è considerata ormai una certezza.

MASCHERE ANTIPOLVERE – Solo “Le Nouvel Observateur”, nel 1998 aveva pubblicato un articolo sul “Gerboise verte”, tirandolo fuori dagli archivi della Grande Muette (Grande Muta era il soprannome dell’armata francese per aver sempre nascosto le proprie opinioni). Secondo la relazione, si trattava di “esperimenti tattici”. I nomi in codice dei cosiddetti operai del nucleare erano: Garigliano per la fanteria, Bir Hakeim per i carristi. Si trattava di “eseguire (…) due manovre, una offensiva e una difensiva in un quadro di studio della rioccupazione delle posizioni interessate da un esplosione nucleare“. Vi presero parte 300 persone, per lo più militari di leva dei reggimenti situati in Germania, il 42imo e il 12imo Corazzieri. L’obiettivo di questi test è molto chiaro: “Poter studiare gli effetti fisiologici e psicologici prodotti sull’uomo dalle armi atomiche“. La relazione descrive con grande precisione e minuto dopo minuto, quello che accadde il 25 aprile del 1961 dopo il test atomico. Si legge,per esempio, che gli uomini sembravano “in grado di continuare la lotta, dal momento che il morale non era troppo danneggiato. Di conseguenza, in caso di guerra sarebbe stato necessario ottenere un colpo “diretto” sul nemico”. Un altro “problema” era rappresentato dalle maschere antigas che complicavano le comunicazioni. Pertanto venne deciso,in caso di conflitto e stabilito che “il comandante non doveva entrare nell’area contaminata”, per gli uomini a piedi, visto che “il ritmo della manovra sarebbe stato ridotto del 50% con l’utilizzo di maschere che era in ogni caso vincolante“, la loro “sostituzione con una maschera anti polvere comune”.

UN PROGETTO CRIMINALE – Il rapporto mostra come i progettisti delle armi atomiche francesi facessero manipolare alle truppe, sostanze per le quali nessuno conosceva il reale grado di pericolosità. Addirittura per le prove sotterranee fu deciso che durante “un lavoro in ambiente contaminato, l’autorità poteva autorizzare i lavoratori a non indossare la maschera (…) e lasciarli respirare in un giorno, in via eccezionale, ciò che è normalmente consentito in tre mesi”. I superiori si riservavano il diritto di “autorizzare un soggiorno di breve durata senza particolari precauzioni, anche nelle zone vietate“. Quanto alla potenza delle bombe, essa resta del tutto aleatoria. Per “Gerboise verte” non era nemmeno nota la sua energia prima del tiro. Le prove sotterranee non facevano eccezione alla regola. Mentre solo quattro incidenti vennero resi noti, la relazione dimostra che non vi fu che un solo tiro sui tredici realizzati, ad essere contenuto, gli altri, invece, diedero luogo a delle fughe radioattive. Quanto alle “basse dosi” ricevute così come affermato  dal ministro della Difesa, esse sono oggi all’origine di malattie irreversibili. “Che, nel contesto dell’epoca, si siano fatte manovre, si può discutere - riassume Patrice Bouveretma che il tutto sia fatto senza tener conto delle implicazioni sociali o mediche per gli uomini, è quasi criminale“. Resta che la relazione fornisce solo una verità parziale dei test nucleari realizzati dalla Francia. Infatti, il sottotitolo del documento indica che si tratta di un “Volume I”. E ora ci si chiede se esistono degli altri volumi negli archivi del Dipartimento della Difesa.

     
 

2 Commenti

  1. Pingback: ..:Controappunto:..

  2. credo che tutte le nazioni che hanno fatto test nucleari abbiano utilizzato soldati come cavie

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