Christa

14/02/2010 - La mattina dopo si svegliò che erano le dieci. Sarà stato per il cambio di fuso orario, ma il fatto è che, per quanto avesse viaggiato, non aveva mai dormito tanto a lungo. Uscì, andò nelle cucine, dove fu accolto

     
 

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La mattina dopo si svegliò che erano le dieci. Sarà stato per il cambio di fuso orario, ma il fatto è che, per quanto avesse viaggiato, non aveva mai dormito tanto a lungo. Uscì, andò nelle cucine, dove fu accolto dal cuoco Sam con grandi proposte culinarie, che rifiutò per un caffè lungo, al cui sapore pensò che comunque si sarebbe abituato, e due uova strapazzate, che non riuscì a evitare.

Mentre finiva la colazione, arrivò Suor Benedetta.

“Pronto per il giro turistico?”

“Certo.”

Prima visitarono il cantiere dell’ospedale, della nuova scuola e dei nuovi dormitori.

“Progetti integralmente finanziati da te. Ma ora viene il bello.”

Arrivarono alla scuola, piena di bambini vestiti di bianco e blu.

“Qui ci sono i piccoli. Le superiori sono nei complessi che abbiamo in vari punti della città. La tua scuola ci consentirà di accettare duecento nuovi bambini.”

Alamaro era molto soddisfatto, ma poi entrarono nell’ospedale. Un edificio bianco, azzurro e luminoso. Il primo piano era di ambulatori, con mamme e bambini piccoli.

Abbiamo promosso una campagna di vaccinazione.” Spiegò Benedetta. “Sta andando meglio del previsto.”

Secondo piano. “Qui c’è l’ordinaria amministrazione. Tonsille, appendicite, piccoli interventi, affezioni respiratorie.”

Il terzo piano era l’inferno. Lettini muti, alcuni con qualche genitore appollaiato di fianco ma la maggior parte dei bambini era senza compagnia.

Maciullati, terminali, agonizzanti e soli.” Sospirò Benedetta. Fecero un breve giro in silenzio e uscirono. Meno male. Alamaro sentì un grande sollievo. Non poteva stare là dentro. Non ci sarebbe tornato mai più, nemmeno sotto minaccia armata. Poi gli uscì una frase: “Vorrei lavorare al terzo piano.” Era la prima cosa che diceva dall’ingresso in clinica.

“Guarda che non sei né medico né infermiere. Lì serve gente che pulisca le stanze, lavi i nostri piccoli e dia loro da mangiare. Quello farai, al terzo piano, se proprio ci vuoi andare. Scordati i privilegi, oppure torna da dove sei venuto. Le cose stanno così. Sei sicuro di volerlo fare?”

“Sicurissimo.”

“Andiamo a cercare il Dottor Holmes.” Entrarono di nuovo, e Alamaro era già pentito di ciò che aveva detto.

Il Dottor Holmes lo guardò con occhi glaciali, come per cercare di capire quanto potesse valere la volontà di un uomo che aveva vissuto da ricco fino a due giorni prima. “Sono felice di poter contare su un nuovo aiutante. Ti aspetto domani mattina alle sette.” Gli strinse la mano e se ne andò.

“Non ti dà più di una settimana.” Benedetta se la rideva. “Pensa che ti arrenderai presto. Ti renderà la vita difficile, vedrai.”

“Non mi arrenderò.” Era ancora in grado di rimuovere ciò che di orribile passava sotto i suoi occhi? Non era forse vero che desiderava già una notte in una suite?

La mattina seguente si presentò puntuale, restò fino a tardi e così fece i giorni dopo. La terza notte la passò tenendo la mano a un bambino di cinque anni che non arrivò all’ora della colazione.

I nuovi giorni di Alamaro non assomigliavano per niente ai precedenti. La sua attività?

Preparazione all’ineluttabile. Cosa vuol dire? Non c’è modo di saperlo, finché l’ineluttabile non si manifesta. Si tratta di un’accelerazione o di un rallentamento di uno a scelta dei molti meccanismi corporei, che ha come risultato finale lo spegnimento. Alamaro guardava questo processo e si proiettava nel giorno in cui sarebbe stato a sua volta guardato. Anche questo è ineluttabile. Si proiettava e vedeva il suo corpo adagiato su un letto o su un qualcosa di diverso, ma in ogni caso sdraiato, perché la morte si presenta con molteplici gradi di pendenza, ma ha esito orizzontale.

     
 

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