Cultura

Christa

14 febbraio 2010

Alamaro, 11° capitolo del romanzo di Giornalettismo

Dopo così tanti anni, lasciando Venezia, aveva provato lo stesso senso di mancanza e di vuoto che aveva sentito la prima volta durante un’uguale partenza. Si sentiva ritrovato, certo, ma anche perso. Costanza se n’era andata. Cosa pretendeva, che lei continuasse ad amarlo perdutamente, aspettando? Aspettando chi? E cosa? Che lui finisse di percorrere la sua nuova strada? Che lui ultimasse l’esperienza che per sua scelta aveva deciso di affrontare?  Sì, Alamaro avrebbe voluto proprio questo. Voleva la dedizione, la devozione. Fu difficile ammetterlo con se stesso. Avrebbe preferito rimuovere questo suo lato, sradicare del tutto ogni pensiero sull’argomento da elidere. Un tempo l’avrebbe fatto, ma ora non gli riusciva.

Per uno come lui non esiste strategia né volontà che tenga. Solo la nuda esistenza così com’è assemblata. Avrebbe desiderato di diventare capace non già di spezzare il cuore alle persone, ma di tenerlo insieme. E non sapeva se stava andando via per imparare questo, per cambiare vita o per impossibilità di integrarsi in una società che lo considerava un vincente. Tornò in albergo e non si chiese più nulla. Dormì e il giorno dopo preparò la valigia e fece un giro di commissioni e saluti. Un giro non previsto, per rassicurare se stesso, per salutare Arnaldo, che si depresse, e Aurora, che si sentì distrutta.

Quel pomeriggio Alamaro chiamò Costanza.

“Non so perché, ma sono contenta di sentirti.”

“Non so perché, ma sono contento di averti chiamato.”

Non si dissero cose importanti, ma fu una conversazione triste. Alla fine lui disse la frase che si era preparato per tutto il giorno. “Ascoltami un attimo, ti prego. Imparare che alla fine il dare e l’avere, la ragione e il torto, non hanno un senso poi così rilevante non è stato una cosa facile, e sono molto indietro in questo apprendistato. Ti amo anche se parto, ma parto.”  “Non mi impressionano molto le frasi a effetto, ma diciamo che capisco.” Capiva. Per questo si era arresa.

Rimase a lungo indeciso se invitare o meno Aurora a cena. Infine andò in piscina e nuotò un paio d’ore, guardando la sua ombra che si proiettava sul fondo della vasca. Non sapeva come sarebbe andata la sua vita, non aveva coscienza del futuro e non sapeva se la donna che più di tutte amava – non che non amasse le altre, per carità – avrebbe aspettato il suo ritorno. Tutta questa incertezza infine lo faceva galleggiare meglio, lo liberava del peso delle sicurezze in denaro contante e in cuori infranti che tanto lo avevano sempre sostenuto sull’acqua. Non sapeva se era felice a causa della redenzione e della nuova strada intrapresa o perché cambiare e rischiare lo galvanizzava più di ogni altra cosa. Non sapeva se il bello risiedeva nella rinuncia alle cose o nella libertà di una nuova partenza. Sapeva che la stanchezza che lo aveva afflitto da tanto tempo era scomparsa. Quella stanchezza che non lo faceva riposare, che lo spingeva a fare e insieme lo esauriva. Non aveva trovato la pace – improbabile, per uno come lui – però aveva cominciato a cercarla.

Andò a dormire presto, e dormì.

La mattina dopo godette di ogni gesto, con quella partecipazione che si ha solo per ciò che si sta lasciando. Mentre formulava questo pensiero, si materializzò dentro di lui l’immagine di Costanza. Lasciare lei non gli creava partecipazione, ma dolore.

Suor Benedetta lo aspettava al check in.

“Pronto per il grande cambiamento?” gli chiese.

“Con il tuo aiuto andrà tutto benissimo.”

“Con l’aiuto di Dio andrà tutto benissimo.”

Suor Benedetta era dotata della superba virtù di saper intervallare la parola al silenzio e il viaggio sembrò meno lungo, malgrado le molte ore.

All’arrivo venne loro incontro una ragazza giovane, che abbracciò Suor Benedetta. “Come sono felice di rivederti. Mi sei mancata tanto.”

“Anche tu, Christa. Lui è Alamaro, il nostro nuovo aiutante tuttofare.”

La ragazza gli rivolse un grande sorriso. Aveva poco più di vent’anni ed era una di quelle persone che non si possono guardare senza pensare ogni secondo a quanto siano belle. Christa era bella. Rassicurante e fresca.

Così la bellezza si presentava in una sera umidiccia dentro un anonimo aeroporto. Alamaro aveva imparato da tanto che il buono e il bello si possono presentare nei modi e nei tempi più imprevisti, e inopportuni. Ma si stupiva sempre.

Andiamo.” Disse Christa raccogliendo parte del bagaglio dei nuovi arrivati e avviandosi verso l’uscita.

Impiegarono meno di una ventina di minuti per arrivare alla missione, un bel gruppone di casette di legno colorate circondate da uno steccato e da cantieri di edifici in costruzione, che sarebbero sorti grazie al denaro che lui aveva donato, alle sue società che ora producevano solo per il bene. Erano attesi da una trentina di persona tra preti, suore, insegnanti e medici e altro personale. Si presentò a tutti dimenticando i loro nomi, ma tanto avrebbe avuto tempo per impararli.

Non c’era in giro nemmeno un bambino. Alamaro chiese perché e Christa gli fece notare l’ora. “A mezzanotte i bambini dormono.”

Alamaro l’unico bambino che aveva frequentato con relativa assiduità era se stesso da piccolo, e si era dimenticato tutto, ma era lì appunto per ovviare a questa mancanza prima di affetto e poi di paternità. Tutti lo salutarono con gioia, ma nessuno lo ringraziò per quello che aveva fatto. O non erano informati del fatto o non pareva gliene facessero un particolare merito o non si sentivano in dovere di sentirsi in debito nei suoi confronti. La cosa da una parte lo rilassò e dall’altra lo indispettì, perché, se pure come ambizione non aveva la gloria, aveva contemplato uno scenario di pubblico apprezzamento del cospicuo donativo di beni terreni che aveva operato. Insomma, pensava che li avrebbe visti impressionati e deferenti per i soldi che aveva dato. Invece niente.

Il problema fu risolto da Christa, mentre lo accompagnava alla sua stanza. “Hai fatto una cosa talmente grande, che nessuno di noi sa cosa dirti. Io sono cresciuta qui. Non ho mai avuto niente, e non so cosa significhi rinunciare a qualcosa. Vedrai che presto anche tu ti dimenticherai del denaro e delle cose e capirai perché non capiamo le cose che accadono fuori.”

“Grazie, Christa.” Fuori per lei sembrava significare qualcosa di simile a un altro pianeta o universo, un luogo incomprensibile in cui si viaggia su altre rotte ragionamenti.

“Capirai meglio quando capiterà anche a te. Vedrai, non ti ci vorrà molto tempo.” E poi, visto che capiva le domande prima che fossero formulate, aggiunse. “I miei genitori si sono conosciuti qui, mi hanno avuto e poi, quando se ne sono andati, mi hanno dimenticata qui. Mi hanno cresciuta Suor Benedetta e gli altri della missione, ma soprattutto Suor Benedetta.”

Alamaro non disse mi dispiace, così come i suoi nuovi compagni non gli avevano fatto complimenti per le sue scelte. Le azioni nobili, come quelle scellerate, poco si prestano a commentari casalinghi. Le osservazioni non hanno senso in entrambi i casi.

La sua stanza era meno spartana del previsto. C’era un bel copriletto di cotone, una zanzariera arancione e una libreria verde come l’armadio. Pareva più un alberghetto su una spiaggia delle Antille che il ricovero notturno di un missionario laico.

“Abbiamo una scuola per mobilieri e una di sartoria. Hanno fatto tutto i ragazzi con le loro mani. Buonanotte. Domani puoi dormire quanto vuoi. Ma solo domani, perché qui si lavora.”

Allungato sul letto con le mani sotto la testa, Alamaro sviluppò un autonomo sorriso e si addormentò così, guardando la zanzariera che si proiettava sul soffitto e pensando ai genitori di Christa mentre partendo si dimenticavano di lei.

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