La parabola di Voltremont e il “rumore dall’Amerika”
12/02/2010 - Il ministro dell’economia sembra inarrestabile. In Italia tutti lo lodano, nonostante le idee discutibili e le scelte sbagliate. Ma ecco che dagli Usa, un gruppo di economisti scrive un libro che ne smonta le tesi e le vanterie Non si
Il ministro dell’economia sembra inarrestabile. In Italia tutti lo lodano, nonostante le idee discutibili e le scelte sbagliate. Ma ecco che dagli Usa, un gruppo di economisti scrive un libro che ne smonta le tesi e le vanterie
Non si sa se c’è del marcio in Danimarca ma, almeno quando si parla di economia, sembra essercene in Italia,. Il dibattito è dominato da un po’ di anni da Giulio Tremonti, eminenza grigia della berlusconomics e vate dei conti pubblici per gran parte dei media italiani. Ma ecco che arriva un po’ di “noise from amerika” a raccontare un’altra storia: il nostro ministro dell’Economia è in realtà Voltremont, “cugino politico di Lord Voldemort, il Signore del Male della saga dei libri per ragazzi del maghetto Harry Potter”.
IL SIGNORE DEL MALE – Lo raccontano cinque economisti (Alberto Bisin, Michele Boldrin, Sandro Brusco, Andrea Moro e Giulio Zanella), animatori del sito www.noisefromamerika.org, che hanno scritto un libro: Tremonti: istruzioni per il disuso, in cui si analizza l’oscuro mistero di Giulio da Sondrio. Sopravvalutato nel giudizio sulle politiche adottate negli anni in cui a più riprese ha governato l’economia, politiche meno azzeccate di come è stata indotta a credere gran parte degli italiani. E soprattutto sopravvalutato per il suo ruolo di ideologo e pensatore. Il libro, dopo l’introduzione, contenuta nel primo capitolo che può essere letto qui, si snoda in due parti. Nella prima, (secondo, terzo e quarto capitolo) si analizza il Tremonti-pensiero, mettendone in luce le incongruenze sia dal punto di vista fattuale che logico. Nella seconda parte invece si analizza la “bolla-Tremonti”, a partire da quelli che gli autori chiamano i “mangia morte”, i media italiani che ne riportano – spesso acriticamente, non si sa se per ignoranza o piaggeria o per un mix di entrambe – le stravaganti teorie. Si analizzano poi nel merito degli errori compiuti in qualità di ministro, che per fortuna non sono molti perché “il Confuso Signore chiacchiera molto ma fa raramente seguire le azioni alle chiacchiere”, protetto – paradossalmente – dalla montagna del debito pubblico italiano che gli lascia pochi margini di manovra per fare danni. Che comunque, appena può, Voltremont riesce comunque a fare: ad esempio, come raccontano gli autori, a proposito del bubbone prossimo venturo della Cassa Depositi e Prestiti.
IL MISTERO DEI TRE MONTI – Il libro ha molti pregi. Ad esempio l’uso di “un linguaggio diretto, senza allusioni e senza giri di parole”. Perché “non servono i paroloni per capire l’economia.” Paroloni invece di cui il nostro eroe ha il vizio di abusare. Forse, dicono gli autori, proprio per coprire la mancanza di idee con frasi roboanti che “vogliono dire un bel niente” e con la sicumera di essere “l’unico al mondo investito della conoscenza che gli permette di fare previsioni e fornire soluzioni magiche”. Il secondo è quello di smontare il “vuoto tremontiano” non con parole e tesi preconcette. Ma con cifre, dati, fatti. Ovvero i grandi assenti nel dibattito politico e culturale del nostro paese. Vengono smontate pezzo a pezzo le teorie di Tremonti sui guai provocati dall’apertura ai cinesi alla luce delle nozioni elementari di commercio internazionale. Viene sbugiardata la tesi che Giulio abbia capito la crisi
prima degli altri, a partire dall’esempio della Robin tax contro banchieri e petrolieri varata un attimo prima della rovinosa crisi del sistema bancario e del crollare del prezzo del prezzo del petrolio. Ma il pregio più grande del libro è che – pur nella pignoleria e puntigliosità certosina degli autori – è un libro di economia godibile anche per chi non ama troppo l’economia. Con punte di puro divertimento, come quando sbeffeggia le dichiarazioni di Tremonti su una sedicente presa di posizione del “parlamento della Pennsylvania”. O come quando sbertuccia il vizio tremontiano di vedere complotti e comunisti ovunque non si dia ascolto alle sue tesi stravaganti, condite da “mille banalità e sciatterie assortite”.
LEGGETE LEGGETE, QUALCOSA RESTERA’– Eppure, come viene ricordato anche qui su Lavoce.info, in pochi qui in Italia mettono in evidenza questi errori, le vanterie e le scelte sbagliate o intempestive di Tremonti. Anzi, molti lo approvano o, come dicono i nostri 5 economisti che fanno un po’ di “rumore dall’Amerika”, lo adulano. Assegnandogli addirittura premi, come ha fatto Il Sole 24 Ore. Misteri misteriosi che possono essere spiegati solo con “l’oscura forza magica di Voltremont”. O forse con altre faccende, che di magico hanno ben poco. Meno male che si possono ancora leggere voci libere e senza pregiudizi (gli autori cominciano il libro dicendo che “per quanto riguarda la politica fiscale, i suoi predecessori Vincenzo Visco e Tommaso Padoa Schioppa hanno fatto molti più danni”) che provano a raccontarci la verità. Magari sarà solo “rumore dall’Amerika”. Forse. Ma è meglio leggere qualche voce dissonante, con la quale si può anche dissentire, ma solo partendo da fatti e dalla logica. Piuttosto che l’assordante vociare dei lacchè o le urla scomposte dell’opposizione preconcetta che servono solo a nascondere il silenzio del pensiero. Meno male che qualche rumore, qualche voce c’è. Se non altro per dare un po’ di sano phastidio al manovratore. Nel nostro piccolo, ci proviamo anche noi.













Beh, un bel libro su Roobin Scud potremmo scriverlo pure noi, che ne pensa Cipiciani?
Mi sembra un’idea fantastica.
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non occorre essere economisti per capire che Tremonti è un cazzaro
un bravo cazzaro ma pur sempre cazzaro
ho letto il primo capitolo, mi piacciono, aono veramente bravi e gli aprono il (bè non lo scrivo ma capirete ugualmente) …. a Tremonti.
Sono solo l’Amerika che odia
Il difficile non è sbertucciare Tremonti, ma trovare delle alternative. La situazione economica deve per forza portare ad una decrescita (in quanto il PIL è stato artificiosamente gonfiato in questi ultimi anni a livello mondiale).
Chi c’ha gli sghei può tentare di rendere la discesa mena ripida (sistema Obama), chi ha il nostro debito pubblico può usare lo stesso sistema usato dalle banche USA e altre aziende sparse: non fare un cazzo e sperare che il “too big to fail” porti i contribuenti tedeschi a pagare un po’ anche per noi (quello che stan facendo per la Grecia, tanto per dire).
Poi ci son gli economisti liberal-liberisti che, dall’alto della giustezza dei loro calcoli e teorie, propugnano le lacrime e sangue dimenticandosi però di un piccolo particolare: in un sistema democratico un governo che attuasse una sifatta politica sarebbe morto dopo una settimana. Bei tempi quelli di Pinochet!
Anche (i tempi) di Giuliano Amato che, mi sembra di ricordare… prese il 6×1000 dai conti correnti di ogni italiano, peraltro senza l’uso dei carri armati. Più che di democrazia credo si tratti di populismo. Nessuno è disposto a rinunciarci per di più al solo fine di salvaguardare cose, per tutti o quasi, astratte come i fondamentali macroeconomici. Salvo un governo tecnico, che da qui al 2013 non escluderei, affatto. (Nell’evenienza, metterei Draghi in pole).
Molto prima del 2013… molto.
Cmq il Governo Amato non risolse nulla, riuscì solo a tappare la falla seguito dal governo Ciampi.
Il primo che provò a cambiare davvero qualcosa fu il primo governo Prodi che si vede la fine che fece.
“Il difficile non è sbertucciare Tremonti, ma trovare delle alternative”
Vero. Una prima è non dare una mano all’evasione fiscale. Cosa che il nostro di sicuro fa. Non è una cosa impossibile, è riuscita ad altri e – in parte – anche durante i due governi Prodi (che, effettivamente, come dici tu, non a caso hanno fatto una brutta fine).
Sulla spesa. Pur non essendo affatto un liberista-liberale, una sana lotta ai mille rivoli non sempre utili in cui si “sprecano” diverse risorse pubbliche si può fare. Quantitaviamente non avrebbe un impatto enorme sui conti pubblici, ma ne avrebbe uno non indifferente sulla capacità competitiva del sistema. I tagli indiscriminati oltre che politicamente insostenibili sarebbero – secondo me, ovvio – sbagliati
Ci sarebbero poi da fare diverse riforme, nel mercato del lavoro, nella PA, nel mondo del credito e della finanza. E soprattuto da rifare (anzi, da fare) una vera politica industriale.
Un’altra Italia economica, anche se non è per nulla facile, secondo me è possibile. O comunque, bisognerebbe che qualcuno ci provi. Io, nell’attesa, sbertuccio Tremonti.
Un sorriso affettuoso
C.
Sai che io son d’accordo con te Carlo. Però la critica di gente che appunto inizia il libro affermando “per quanto riguarda la politica fiscale, i suoi predecessori Vincenzo Visco e Tommaso Padoa Schioppa hanno fatto molti più danni” può piacermi per la manifestazione di libero pensiero, ma mi fa sorridere pensando allo Scudo Fiscale. Ma andiamo innanzi.
Il limite del liberismo in salsa statunitense è che funziona fintanto che son tutti belli, giovani e ricchi.
Quando disdetta vuole che inizi ad avere qualche problemuccio come un disabile a carico, una malattia che prevede costose cure oppure qualche altro imprevisto della vita entri direttamente nella fascia a rischio povertà.
Inoltre il sistema funziona a livello macro solo fintanto che i proventi da colonizzazione sono superiori agli oneri relativi. Questo è il problema storico dei grandi Imperi e la causa prima del loro disfacimento. In pratica se per far pagare al cittadino americano la benzina 2 dollari al gallone gliene chiedi 3 di tasse per le spese militari relative (Iraq e Afghanistan) alla fine il sistema non regge. A quel punto o “estendi” l’area di cittadinanza e beneficio (come fece l’Impero Romano) per diminuire i costi di controllo del territorio e a quel punto però distribuisci la ricchezza in maniera maggiore impoverendo il “nucleo” originario della tua cittadinanza, oppure entri in una spirale antieconomica che porta il tuo impero a sgretolarsi (come successe a quello britannico, incapace di sostenere economicamente la difesa di un territorio così vasto).
Per questo ad esempio è un ottimo segnale la crescita del costo del carburante negli USA, anche se ha portato al fallimento sostanziale delle loro industrie automobilistiche, così come lo è l’inizio di un welfare sanitario di tipo pubblico.
Questo al netto delle cazzate di Tremonti sugli speculatori e dei liberisti sulla bontà del mercato e dello Stato Leggero (l’unico Stato Leggero era quello di tipo feudale e non mi pareva un gioiellino neh?).