Padroni della nostra vita

12/02/2010 - Del chi decide per noi o perché decidiamo secondo determinati modelli. E quanto male possono farci Domenica scorsa all’Angelus il Papa ha detto, per l’ennesima volta, che la vita è un dono di Dio e che noi umani non siamo

     
 

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Del chi decide per noi o perché decidiamo secondo determinati modelli. E quanto male possono farci

Domenica scorsa all’Angelus il Papa ha detto, per l’ennesima volta, che la vita è un dono di Dio e che noi umani non siamo padroni della nostra vita. Subito verrebbe da rispondere: ma se Qualcuno ti fa un regalo, abbiamo o no il diritto di farne ciò che ci pare, eccellentissimo bacucco? Ma dato che chiamare in causa Dio non ci sembra molto pertinente (anche perché da qualche secolo a questa parte pare non stia tanto bene) proviamo, anche se con ragioni diametralmente opposte, a vedere se le parole di Benedetto XVI hanno un senso.

VERO? – Noi non siamo padroni della nostra vita? In effetti, anche se prendiamo, ad esempio, una media vita umana, possiamo tranquillamente esser d’accordo con questo principio per quanto riguarda i primi anni dell’infanzia ed, eventualmente, gli ultimi della vecchiaia, come ben sapeva la Sfinge: «Qual era l’essere che cammina ora a due gambe, ora a tre, ora a quattro e che, contrariamente alla legge generale, più gambe ha più mostra la propria debolezza?» A parte questo, c’è però un notevole lasso di tempo in cui un uomo o una donna viventi in uno stato “libero” possono invece, a giusto titolo, esser considerati padroni della propria vita. Ma fino a che punto? Butto giù un elenco di pensieri che ho in testa, suggestionati da quel che ricordo della teoria mimetica di René Girard.

MODELLO - L’uomo, come diceva già Aristotele, è l’animale mimetico per eccellenza. Ma che cosa imita di preciso l’essere umano?  Una volta soddisfatti tutti i bisogni primari (e forse anche prima) l’uomo desidera ancora. Ma cosa desidera? L’essere. L’essere di chi? Di Dio? No, l’essere dei suoi simili. Quale tipo di simili? Dei modelli che, ai suoi occhi, sembrano possedere un di più d’essere di cui egli si sente privo.  E attraverso quali modalità l’uomo (o la donna) imitano questi modelli? Mediante le indicazioni di desiderabilità che essi forniscono.  E il punto è: più distante è da noi il modello meno pericoli ha l’uomo di scontrarsi con esso per il raggiungimento e il soddisfacimento di tali desideri. Inversamente, quanto più il modello è vicino, tanto più l’uomo corre il rischio di entrare con questi in conflitto, dacché gli oggetti desiderati, concupiti, sono lì sul terreno di gioco per entrambi i contendenti.  Il desiderio spontaneo, rettilineo (dal soggetto all’oggetto) è una favola bella.  Il desiderio è sempre mediato, “triangolare”, giacché l’oggetto desiderato è illuminato dalla luce del mediatore.  Si parla di mediazione esterna se il modello è lontano, nello spazio o nel tempo, dal discepolo.  Si parla di mediazione interna se, invece, il modello è “vicino” è può concretamente contendere gli stessi desideri del discepolo.  Il nostro padrone non è Dio, ma l’Altro.  Chi è questo Altro? Colui che ergiamo a modello.  Il modello diviene nostro padrone (e noi suoi schiavi) nella misura in cui cominciamo a desiderare le stesse sue cose, ad avere gli stessi suoi desideri.  L’uomo, animale mimetico per eccellenza, comincia a desiderare le stesse cose che il suo modello (conscio o incoscio) desidera. Gli oggetti del desiderio sono per lui la chiave dell’essere.

DESIDERI - Chi determina questa chiave? La capacità di convogliare su di sé i desideri altrui.  Far credere agli altri di essere padroni dei propri desideri, è uno dei punti di forza per far credere dimostrare al mondo la propria autonomia, la propria autosufficienza e di essere, quindi, “padroni” del proprio destino.  Ma sono gli occhi, le parole degli altri (dell’Altro, soprattutto) a dirci se la nostra vita ha un senso.  Prima della Rivoluzione francese la dinamica del desiderio era giocata soltanto da una ristretta cerchia di persone: la gerarchia del potere. Con l’avvento della borghesia al potere il desiderio mimetico ha cominciato a diffondersi, pian piano, a tutte le classi sociali.  Nella nostra epoca vi sono, tuttavia, dei posti del privilegio. Il mondo dell’economia, della politica, dello spettacolo, del pettegolezzo, dello sport, della cultura (in ribasso: nessun poeta oggi è in grado di convogliare su di sé masse desideranti: questo se da un lato è un bene, dall’altro è un male perché l’imitazione del vate, dell’artista, dello scrittore necessitava un’imitazione verso l’alto, l’aulico, livelli di eccellenza, talora persino con effetti artistici rilevanti).  I bambini desiderano essere calciatori famosi. Le bambine delle modelle o delle cantanti alla Lady Gaga. Gli adolescenti sognano gli eroi del grande fratello, eccetera. E i quarantenni blogghettari? Forse sognano di essere quelli che riescono a farsi accorgere della propria esistenza, a manifestare il proprio esserci, anche ad un cerchio minimo di persone.  Berlusconi. Quest’uomo che ha tutto, che ha vinto tutto (gli manca solo di sedere alla destra del padre) desidera anch’egli? Certo, non ha più sulla scrivania la foto di Gianni Agnelli, ma desiderare desidera eccome. Cosa desidera? Affermare se stesso convogliando su di sé una massa enorme di desideri sia positivi che negativi. La sua ricerca frenetica del primo piano, del palcoscenico, della battuta di spirito sono sintomi di questa malattia ontologica che lo caratterizza. Berlusconi è un malato d’essere perché nonostante sia l’uomo più ricco e potente d’Italia, nondimeno è un accattone supremo del consenso e dell’applauso, finanche della denigrazione. Berlusconi è un uomo che ha il terrore della solitudine, dell’indifferenza: tutto va bene purché si parli, si pensi, di lui e amplificando così il suo esserci (anch’io cado spesso in questo tranello, ahimé).  Dopo questi confusi appunti ritorno, per concludere, alla domanda iniziale: quanto siamo padroni della nostra vita? Lascio rispondere Costantino Kavafis:

E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.

Non sciuparla portandola in giro
in balìa del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.

     
 

4 Commenti

  1. Lucia scrive:

    Complimenti per l’articolo, veramente bello!
    La domanda: siamo padroni della nostra vita? è alquanto interessante e di difficile interpretazione!
    Si, siamo padroni della nostra vita, siamo liberi di agire, pensare, liberamente, perchè quel Dio di cui lei parla, ci ha lasciati liberi, anche di sbagliare, volendo!
    Ognuno di noi, suppongo che viva in funzione di se stesso: tutto quello che ci circonda, qualsiasi cosa che ci circonda ha uno scopo…”vale ciò che ci realizza”; e per valorizzare al massimo se stessi, si scatena una rivoluzione interiore che, ovviamente, investe tutto ciò che può coinvolgere l’esistenza!

    Il tuo pezzo, mi piacerebbe riallacciarlo ad uno saggio di E. Fromm:

    “Quando dico regredendo voglio indicare i tentativi fatti dall’uomo per ridiventare un animale irriflessivo, ossia per distruggere la coscienza e la ragione. Ma quando parlo di progredire mi riferisco invece ai tentativi che l’uomo fa per sviluppare proprio le sue capacità umane, e in misura tale che gli consenta di trovare una nuova unità. La persona incapace di vivere in maniera produttiva, la persona che non è capace di creare niente, non per questa è disposta ad essere un’entità passiva, un dado che il caso fa rotolare: al contrario, vuole trascendere l’esistenza, vuole essere una persona, vuole lasciare nel mondo una traccia di sé. Ma se non so creare niente posso sempre trascendere la mia condizione animale distruggendo. Distruggere la vita è una realtà trascendente quanto il crearla.[ ]Ma nell’atto della distruzione avrò trovato il modo di soddisfare anch’io lo stesso desiderio: trascendere il mio stato di animalità passiva, e trionfare così sulla vita”.

  2. talentosprecato scrive:

    “più distante è da noi il modello meno pericoli ha l’uomo di scontrarsi con esso per il raggiungimento e il soddisfacimento di tali desideri. Inversamente, quanto più il modello è vicino, tanto più l’uomo corre il rischio di entrare con questi in conflitto, dacché gli oggetti desiderati, concupiti, sono lì sul terreno di gioco per entrambi i contendenti. Il desiderio spontaneo, rettilineo (dal soggetto all’oggetto) è una favola bella. Il desiderio è sempre mediato, “triangolare”, giacché l’oggetto desiderato è illuminato dalla luce del mediatore.”Io non credo di saper più desiderare. Che vuol dire?

  3. talentosprecato scrive:

    (bel pezzo, al solito tuo)

  4. Luca Massaro scrive:

    Innanzitutto: grazie molte a entrambi per aver apprezzato questo ‘confuso’ articolo.

    E poi: sono lusingato, cara Lucia, dal tuo “allacciamento” con il notevole brano di Erich Fromm.

    E ancora, caro Talestosprecato, in effetti il brano estratto che tu riporti è un po’ confuso. A mia discolpa (minima) dico che, in origine, l’articolo era strutturato come un elenco puntato, e che qui vi erano due punti distinti. La redazione ha tolto questa impostazione :-)
    Comunque, provo a spiegare, usando i classici esempi girardiani.
    Don Chisciotte è una classica “vittima” del desiderio triangolare: egli non desidera di sua sponte, ma segue pedissequamente, i desideri che il suo modello (letterario e irraggiungibile) gli indica. Don Chisciotte vuole, cioè, diventare un cavaliere errante perfetto, come perfetto era Amadigi di Gaula; infatti, tutte le sue avventure, saranno ispirate e suggerite dalle nobili gesta di questi. È chiaro che, in tal caso, il discepolo (Don Chisciotte) non potrà mai contendere realmente i desideri del modello (Amadigi di Gaula) né tantomeno scontrarsi fisicamente per il possesso dell’oggetto desiderato (ad es. Dulcinea del Toboso). Si tratta questo di un caso di mediazione esterna, dove il discepolo dichiara apertamente di venerare il proprio modello – autentico sole lontano che illumina la strada.
    Quando invece il modello diventa “umano” e “vicino”, nella mediazione interna, il discepolo non palesa apertamente il suo desiderio mimetico nei confronti del modello. Anzi, tende a nasconderlo, proprio perché sa benissimo che nel cercar di soddisfare i suoi desideri troverà l’opposizione del modello: perché entrambi i desideri verteranno sui medesimi oggetti. Per tale ragione l’imitazione sarà sotterranea, da uomo del sottosuolo dostoevskiano. È una situazione questa in cui «gli uomini saranno dèi gli uni per gli altri» dacché non è all’oggetto che l’uomo mira, ma all’essere del modello.
    Mi fermo. Spero di non aver complicato ancor più il discorso.
    Saluti

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