Una congiura vecchia ma tenuta nascosta. Nessuna lista, nessun traditore. Eppure oggi rispunta l’ipotesi del complotto, e i congiurati, questa volta, sono di più e più potenti.
Venti dal Nord è una rubrica che ogni settimana raccoglierà rumors e indiscrezioni su come si sta muovendo la politica del Nord. Protagonisti, progetti, novità. Gli estensori fanno parte, a vario titolo, del Popolo delle Libertà
In principio è stata la lettera degli 80. Ottanta parlamentari, deputati e senatori, che prendono carta e penna e scrivono a Silvio Berlusconi per protestare. Siamo in pieno 2004, Scajola non è più coordinatore
nazionale del partito e il duo Bondi-Cicchitto sta portando gli azzurri ai minimi storici. Un gruppetto di parlamentari decide di rompere gli indugi: scrivono a Berlusconi e chiedono la testa di Bondi e uno Scajola-bis per far ripartire la macchina organizzativa. Sostengono che solo un partito strutturato, fortemente radicato sul territorio, possa salvarsi e presentarsi come vincente alle sfide elettorali che attendevano il centrodestra.
THE STORY SO FAR - E’ il segno della spaccatura, netta, che si va ufficializzando fra le due anime, quella socialista “publitalista” legatissima al partito leggero di Silvio e quella democristiana scajolana, vicina ad un’idea più anglosassone di partito partecipato, di sezioni e congressi, di primarie e votazioni. Al tradizionale meeting di Gubbio la guerra scoppia sul serio: Scajola, invitato, non si presenta, bolla la dirigenza del partito come “seduta” e difende gli 80 dissidenti. “Gente che vuole bene a Forza Italia”, dirà di quelli che vennero definiti i “malpancisti”. All’inizio il tandem Bondi-Cicchitto vacilla, cerca di resistere arrocandosi ad Arcore e di mantenere il controllo della situazione. A Scajola viene dato in premio un ministero e le bollenti ire dell’uomo di Imperia sembrano lentamente sopirsi. Bondi vince la sua partita con l’approvazione della legge elettorale a liste bloccate: tutti i poteri in mano alle segreterie centrali e addio correnti, democrazia interna e capacità di contare. Scajola è battuto anche se non se ne rende perfettamente conto. Gran parte degli 80 dissidenti rimangono, non senza clamore, fuori dalle liste e vengono emarginati dal partito.
CHI SONO I DISSIDENTI - Ma chi erano questi 80 temerari che osarono sfidare i vertici? La lista completa non è mai stata resa nota, di certo rappresentavano un’area democristiana che mai ha digerito l’eccessivo
protagonismo di Berlusconi e l’occhio di riguardo che il Presidentissimo aveva (ed ha) nei confronti degli ex socialisti, compagni di aperitivo nella craxiana Milano da Bere. Jole Santelli, Angelo Sanza, alcuni Formigoniani, Giorgio Carollo, Danilo Moretti, Gabriella Carlucci e su fino a Gabriele Albertini: tutti convinti che servisse di nuovo Scajola, tutti giubilati sull’altare dell’unità interna del partito. Va bene, tutto molto bello: ma cosa c’entra con l’attualità? C’entra. E non poco. Facciamo mezzo passo indietro: si parla di riforma per la legge elettorale per le Europee. Circolano voci, molte. Alcune fondate: i due pilastri saranno la riduzione della grandezza dei collegi e l’abolizione delle preferenze. Il che significa un’altra infornata di nominati e un partito ormai ridotto al lumicino.
CONTRO IL CAPO - Non ci stanno in molti dentro Alleanza Nazionale, non ci stanno alcuni dentro Forza Italia, non ci stanno per niente gli ex alleati dell’Udc. An mugugna ma si allinea, i “democratici” di Forza Italia mandano giù l’ennesimo boccone amaro e l’Udc si mobilita. Parte la raccolta di firme per reintrodurre le preferenze anche alla Camera dei Deputati. A firmare ( e a far firmare) anche moltissimi uomini politici nemmeno lontanamente ascrivibili al partito di Casini e Tabacci. Tra loro, silenziosi ma non troppo, rispuntano alcuni dissidenti di Forza Italia. E in Via dell’Umiltà già circola di nuovo l’idea del complotto. Ci sarebbe ancora Claudio Scajola dietro tutto: lui che dalle preferenze ricaverebbe una pattuglia parlamentare in grado di controllare a vista qualsiasi governo, lui che nel 2005 era riuscito a creare un partito nel partito, lui che non vede l’ora di diventare protagonista del dopo Berlusconi. Non ha la stoffa per fare il leader, ma ha tutti i mezzi per provare a condizionare la scelta e la futura leadership del centrodestra nazionale. Questa volta con lui ci sarebbero uomini fortissimi di Forza Italia: il governatore lombardo Roberto Formigoni, quello veneto Giancarlo Galan, il vice coordinatore nazionale Abelli, gli uomini del senatore Dell’Utri (non più consigliere fidato di Silvio ed uscito ridimensionato dal ciclone
Brambilla) e alcune schegge impazzite in giro per la penisola. Una corazzata che si aggiunge alle già fidatissime frequentazioni scajolane in Puglia e Campania e che rischia veramente di diventare un problema non da poco per chi pensava di ingraziarsi Berlusconi per garantirsi la successione.
OCCHIO ALLA PENNA - “Ragioniamo con tutti, anche con gli amici dell’Udc” ha ribadito a Gubbio Roberto Formigoni e, a pochi chilometri di distanza, a Chianciano Terme alla festa Udc, Renzo Tondo (governatore forzista del Friuli) ha annunciato di volere il ritorno alla preferenza e di considerare l’Udc parte del Popolo della Libertà. Qualcosa di più di un ammiccamento estivo, qualcosa di più di un semplice “pour parler” ferragostano. Magari qualcosa che assomiglia molto da vicino ad una firma su un documento. Quel giorno erano 80, ora potrebbero essere molti di più. Il problema è capire che strumenti avranno perché il rischio che corrono è altissimo. Se provi a fare le rivoluzioni e vinci sei un eroe, se perdi sei condannato alla damnatio memoriae. Pratica usuale dalle parti di Via dell’Umiltà; chiedere a Beppe Pisanu per informazioni.



























Forza Bruto!
Ma vedrai che Beppe ritornerà… è solo questione di tempo.