Ha ricevuto minacce, gli hanno incendiato l’auto, ma lui continua con il suo impegno contro la ‘ndrangheta e il suo lavoro di giornalista a Reggio Calabria.
Sul suo blog leggi “più querele che lettori”. Scrivono di lui “è il perfetto esempio di blogger giornalista agguerrito e indipendente che sfrutta ogni media per fare informazione” (Il Fatto
Quotidiano, Sabato 6 Febbraio 2010). Stiamo parlando di Antonino Monteleone, giornalista venticinquenne di Reggio Calabria, che si occupa di ‘ndrangheta, cronaca giudiziaria, politica ed attualità. Recentemente è stato vittima di un attentato incendiario alla sua auto. Egli, nonostante le intimidazioni e le minacce, continua con pertinacia ed amore per la sua Calabria nella missione di verità che si è prefissato. La porta avanti con tempra d’acciaio e con impegno indefesso, senza mai cedere.
L’ATTENTATO INCENDIARIO – È la notte del 5 febbraio, appena trascorsa la mezzanotte. Antonino, dopo aver cenato fuori, rientra a casa e parcheggia la macchina in via Trieste a Reggio Calabria, dove vive. Ha lasciato la famiglia presto per vivere solo e si mantiene con la sua professione di giornalista: una vita fatta di sacrifici e stenti, ma anche di soddisfazioni. Non è facile lavorare nel mondo dell’informazione, soprattutto a venticinque anni. Ha l’impressione che una Fiat 600, ma pensa che siano “soltanto paranoie” e, sceso dalla sua auto, rientra a casa tranquillo. Si ricorda di aver lasciato giù delle camicie che ha ritirato dalla tintoria e torna alla macchina. Nota dei ragazzi in atteggiamento sospetto, ma non è certo. Prende quello che deve e si ritira nel suo appartamento. Dopo poco si avverte un boato: la sua auto, incendiata con della benzina, è completamente distrutta. Accorrono i vigili del fuoco e le forze dell’ordine per gli adempimenti di rito, ma Antonino sentenzia secco davanti ai resti della sua Fiat Idea in fiamme: “Se qualcuno vuole intimidirmi, ha sbagliato indirizzo“.
UNA SLAVINA DI SOLIDARIETA’ – Tutta la politica esprime la propria solidarietà contro il vile attentato con coro unanime e bipartisan da Antonio Di Pietro e Sonia Alfano dell’IdV sino ad Angela Napoli del PDL. Ma la reazione più forte si ha sulla rete: su facebook viene fondato (dallo scrivente) un gruppo “Solidarietà ad Antonino Monteleone, voce libera della Calabria”, che ad oggi conta quasi 3500 iscritti. Tutti invitano il giovane blogger a continuare nel suo impegno contro la ‘Ndrangheta, motivandolo a non mollare. È la dimostrazione che c’è la voglia nella società civile di contrastare le mafie e riportare la legalità in una terra, come la Calabria, dimenticata dalle istituzioni. La solidarietà si concretizza al punto che due colleghi di Antonino, Domenico Malara e Anna Foti decidono di aprire un conto corrente per “sostenere l’acquisto di una nuova automobile al loro amico Antonino, vittima nei giorni scorsi di un ignobile atto intimidatorio”.
L’INTERVISTA - Oggi ad Uno Mattina hanno sottolineato come alla tua drammatica vicenda, a parte qualche agenzia e qualche giornale locale, sia stato dato scarso rilievo nazionale. La stampa italiana, nonostante l’opera meritoria che tu ed altri pochi colleghi svolgete, sembra essere scarsamente interessata all’oggetto delle vostre inchieste scomode. Ti senti solo?
Chi ogni giorno, con sacrificio e con contratti che rasentano il ridicolo, impagina e scrive i giornali non è responsabile della scarsa attenzione verso gli oltre duecento casi – secondo il rapporto Ossigeno sui giornalisti minacciati della FNSI – di intimidazioni ricevute da chi fa informazione negli ultimi 3 anni.C’è un’agenda dettata sempre più spesso da criteri che di giornalistico hanno ben poco, che non prevede che questi casi meritino la dovuta attenzione
e visibilità.Ciononostante non mi sento solo e, pertanto, quello che è successo non mi butta giù. Spero che la gente rimanga vicino ai giornalisti nel mirino della criminalità, anche dopo la valanga di solidarietà delle note stampa. Quando si rimane da soli è lecito avere paura. Una variabile. Non cambierebbe comunque la portata di un impegno verso il quale non posso rimproverarmi nulla. Semmai uno stimolo per andare ancora più a fondo.
La Calabria è un territorio ostile e potenzialmente pericoloso (come i recenti fatti hanno dimostrato) per chi fa giornalismo alla tua maniera. Cosa ti spinge ad andare avanti contro le intimidazioni che ricevi?
Non ho ancora dei figli, ma vorrei averne. Vorrei poter avere l’orgoglio di consegnargli un Paese, una regione, una città un pochino migliore di come io l’ho trovata. Se la gente è informata con precisione, scopre il trucco: nella ‘Ndrangheta non c’è traccia né di onore né di rispetto.
Nel giro di breve tempo abbiamo avuto una bomba alla Procura Generale di Reggio Calabria, il ritrovamento di un’auto imbottita d’esplosivo lungo il percorso seguito dal Presidente Napolitano e l’attentato incendiario alla tua auto. Stranamente questo risveglio della ‘Ndrangheta si è avuto più o meno in corrispondenza del cambio di passo della Procura, principalmente per quanto attiene aisequestri ed alle confische dei beni mafiosi. Non è stata gradita questa inversione di rotta?
Vogliamo ricordare anche il proiettile per il PM Lombardo, le minacce a Callipo, al collega Albanese del Quotidiano, al Procuratore di Lamezia Terme! Tutto avvenuto nel giro di appena due settimane.A Reggio non è solo la ‘Ndrangheta a demolire lo Stato di diritto. In Calabria non sempre tutta la magistratura ha dimostrato di essere coerente e di essere all’altezza di affrontare con la forza e l’onestà necessarie la grave situazione nella quale questa regione versa . La maggioranza è fatta di donne e uomini straordinari. Ma ci sono le pecore nere. Il nuovo corso in Procura Ordinaria ed in Procura Generale ha rotto più di un meccanismo di collusione e l’ho scritto proprio oggi sul sito www.strill.it e sul mio blog. Scrive Antonino che l’avvento agli inizi di Dicembre di “Salvatore Di Landro, il nuovo Procuratore Generale, avrebbe fatto saltare un ingranaggio che alcuni ‘principi del foro’ hanno negli anni messo a punto e lubrificato con frequentazioni ‘nobilissime’ nei salotti buoni della Città dello Stretto”. Di queste celate collusioni riferisce anche il giornalista del Sole24Ore Roberto Galullo sul suo blog dove sostiene che “Forse la bomba a Reggio ha avuto anche il compito di avvertire almeno tre-persone-tre (di cui molti sanno i nomi, i cognomi e persino i soprannomi) che negli uffici giudiziari vivono e lavorano. Lavorano, magari, non al servizio della Giustizia”. Ed aggiunge lo stesso Galullo: “Conosco i nomi, i cognomi e i soprannomi di queste persone considerate da molti ‘ambigue’. Li conoscono anche coloro che potrebbero intervenire per rimuoverli. Ma non per spostarle da un ufficio all’altro (è già successo) ma per denunciarle e perseguirle. Le prove sono li, sotto gli occhi di tutti”. Probabilmente presto avremo dei risvolti imprevisti e sorprendenti che potrebbero “mutare carriere e reputazioni di persone considerate incorruttibili e impavide.”




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Bravo Antonino
GRAZIE MARONI!! Se continui con tanto impegno la LOTTA della LEGA alla MAFIA (non a quella di DON SILVIO), non rimarrà nessuno a denunciarla. Avrai così ottenuto il massimo possibile: Nessuna denuncia = non c’è più CRIMALITA’ ORGANIZZATA. I MAFIOSI le pensano tutte, sono sempre in anticipo sugli altri.
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