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pubblicato il 9 febbraio 2010 alle 14:30 dallo stesso autore - torna alla home

L’incubo della Lega all’ennesima potenza: come reagirebbe l’umanità di fronte a un’enorme nave di profughi che non arriva dall’Albania o dalla Libia, ma da una stella lontana chissà quanti anni luce?

L’occhio lungo di Peter Jackson, che ormai si è guadagnato fama (e dinero sonante) tale da comnciare a produrre anche lavori non direttamente legati ai suoi progetti, si è posato su questo Neill Blomkamp. Questo sudafricano si è fatto notare qualche anno fa soprattutto per un cortometraggio fuori dagli schemi, Alive in Joburg. Cortrometraggio cui questo District 9 è intimamente legato. E là dove Alive in Joburg era il regno dell’idea lampante e geniale, ma della povertà di mezzi e di realizzazione, questo District 9 primeggia nei muscoli della computer grafica e della tecnica district9 poster District 9: Ho visto profughi che voi umani... strabiliante che vengono mostrati al pubblico. Jackson porta soldi e l’impressionante know how della Weta, responsabile degli effetti speciali del suo King Kong, del Signore degli anelli e di altre perle nascoste come il The host di Joon-Ho Bong. Questo implica forse il sacrificio all’altare delle idee?

IL DISTRETTO 9 – E allora, come detto in apertura, cominciamo dall’inizio. Un enorme disco si staglia nel cielo del pianeta. Simile a quello dei Visitors, quasi uguale a quello di Independence day. Ma stranamente nessuno da lassù cerca questo incontro ravvicinato del terzo tipo, che sia di pace o distruzione. E questa bagnarola dello spazio si ritira non in una delle capitali del mondo, ma sopra il Sudafrica. Quando gli esseri umani entrano si rendono conto che gli inquilini della nave non sono molto diversi da degli sfollati. E da sfollati vengono trattati: stipati in un distretto recintato e circondato da filo spinato. Una specie di discarica, di slums alieni nel cuore di una metropoli. Fino a quando, dopo vent’anni, anche il più paziente dei sudafricani si stanca della situazione e si decide di agire non troppo per il sottile: gli alieni devono sloggiare, lontano 200 chilometri dai centri abitati. Ma durante le operazioni di sfratto qualcosa andrà storto e finirà per cambiare per sempre la vita di un alieno e un essere umano.

LA PARTE DEL TUTTO – District 9 prende esattamente le sue mosse da dove si era interrotto Alive in Joburg. Prima fra tutte la struttura, assai postmoderna, del finto documentario o finto documento, ricavato da una molteplicità di (finte) fonti. Un modo di raccontare le storie che ha sempre più fortuna negli ultimi tempi, proprio perchè sfrutta al meglio il caleidoscopio di mezzi di comunicazione in cui è imbrigliata la nostra realtà. Realtà che non riesce a sembrare più vera e/o più finta se non è filtrata, all’infinito, tra obiettivi di molteplici telecamere. Un po’ come accade per il bellissimo Redacted di Brian De Palma. Il problema di District 9 è che in questo caso il gioco non riesce appieno. La telecamera del giornalista, quella del soldato, il circuito chiuso della sicurezza sono tutti punti di vista che, nel film, sono troppo coordinati. Non esiste parzialità, mai. Quando si stacca sul bianco e nero, o su una soggettiva, non si ha mai l’impressione di vedere solo una parte della scena, un suo ben preciso approccio. Si capisce immediatamente che era esattamente il punto dove un regista avrebbe messo il suo occhio. E Blomkamp è un po’ finto e un po’ ruffiano nel farci vedere il tutto distorto a piacimento. Non esiste un vero molteplice punto di vista, esiste solo il film e lo spettatore.

FLASH FORWARD – Anche nei panni di storytelling Blomkamp mostra il fianco. Forse ancora schiavo della forma espressiva del cortometraggio, più malleabile nella sua fluida struttura narrativa, il regista sudafricano ogni tanto sembra perdere per la strada alcuni pezzi. I personaggi si trovano in una situazione in una scena e repentinamente si trovano in un’altra, senza un solidissimo raccordo logico tra i due avvenimenti. Come se il regista avesse troppa fretta di giungere al suo punto. Mi rendo conto che fino ad adesso sono stato piuttosto impietoso con questo lavoro e devo correggere il tiro. Contrariamente all’idea che vi siete fatti leggendo queste righe, District 9 non è un film realizzato tecnicamente male. Tutt’altro. E’ anzi proprio sul piano della ricerca tecnica dell’inquadratura e nella realizzazione dell’effetto speciale che questo film mostra i suoi muscoli. E sono gran bei muscoli. Una bomba di intrattenimento e un action di una caratura, oserei dire blasone, di tutt’altra pasta rispetto a un Transformers qualsiasi. Purtroppo esistono questi difetti, e sono troppo evidenti per incensare il film senza pesarli come devono.

ALIEN APARTHEID – E allora veniamo alla lettura dei contenuti del film, District 9: Ho visto profughi che voi umani... la parte che più soffre delle colpe del progetto. Quella che agli occhi di tutti appare fin troppo facile da leggere. D’altronde l’ambientazione del film la urla in faccia allo spettatore e la scelta del taglio documentaristico iniziale non fa altro che renderla ancora più evidente. Si vuole fare un parallelismo della situazione dell’alieno sul suolo terrestre con quella dell’apartheid e della segregazione della razza in generale. D’altronde Blomkamp è furbo nel mostrarci gli alieni quanto più ributtanti possibile, per rendere difficile il ruolo dello spettatore, che dovrebbe parteggiare per il più debole. Di fatto però il film non è questo. Il film vorrebbe puntare il dito contro la crudeltà e la segregazione. Un messaggio di pace, nei limiti del genere action che si è scelto. Ma le azioni dell’alieno protagonista non hanno come fine l’unione ma la divisione. Non la fratellanza, ma l’isolamento. Un peccato date le premesse e lo svolgimento riguardante ciò che accade al protagonista umano. Un altro difetto piuttosto importante, che relega questo District 9 “solo” alla sufficienza abbondante di uno dei migliori action del 2009. Ma se fosse stato un po’ di più come il suo fratellino Alive in Joburg avrebbe potuto aspirare a ben altre stelle.

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