È passato un anno dalla morte di Eluana Englaro. Diciotto anni dall’incidente mortale. Due morti diverse, spesso coincidenti: quella della coscienza, la morte mentale o biografica; quella che ti fa smettere di pensare e capire e sentire. E quella del corpo, assoluta e totale. Due morti diverse se si accoglie la premessa che la vita biologica è una condizione necessaria ma non sufficiente per la vita personale. Due morti diverse: una fortuita e accidentale; l’altra voluta, rivendicata come libertà e diritto di scegliere. E il volere la morte è qualcosa che non si perdona. Perché la vita è sacra e sono tutti bravi a dirti che non te ne puoi liberare, salvo poi magari ripensarci qualora si sia direttamente coinvolti. Perché la vita è sacra e il tuo volere non conta nulla.
Certo Eluana Englaro, proprio a causa di quella prima morte, non era in grado di manifestare quel volere con la sua voce. Perché la voce non ce l’aveva più. La sua famiglia si è incaricata di farsene dolente interprete. E lo ha fatto pubblicamente, reclamando un diritto e rifiutando di risolvere la questione portandosela a casa, di nascosto, nell’ombra domestica. Si può essere d’accordo oppure preferire la via più comoda e privata, ma non si dovrebbero insultare i genitori di Eluana Englaro e le ragioni che li hanno spinti a percorrere questa strada. Eppure gli insulti sono ancora vivi nella memoria di molti. “Assassini”, forse, non è nemmeno quello più ripugnante.
La storia di Eluana Englaro è rimasta per anni abbastanza lontana dal clamore mediatico. Una ragazza in stato vegetativo e la sua famiglia che, dopo essersi resa conto che la condizione clinica era gravissima e irreversibile, ha deciso di rispettare quelli che sarebbero stati i suoi desideri. Nulla di straordinario: in Italia l’autodeterminazione è garantita. La difficoltà stava nel ricostruire la volontà passata di Eluana e inferire la sua presunta volontà attuale. Una ricostruzione condotta in base alle testimonianze di chi l’aveva conosciuta. Con un margine di arbitrarietà inevitabile, ma con un’unica alternativa: non fare nulla.
Non ci si può illudere che non facendo nulla ci si immunizzi contro gli esiti immorali o si possano evitare sgradite conseguenze, come se fosse possibile ibernare le nostre esistenze in un limbo senza tempo e senza effetti. Non facendo nulla, infatti, si sarebbe deciso di continuare a nutrire Eluana tramite il sondino; si sarebbe scelto di non domandarsi cosa avrebbe desiderato lei, ci si sarebbe sottratti a una domanda impossibile ma doverosa. La viltà non è la soluzione. Negli ultimi anni il caso di Eluana Englaro è diventato uno dei ring in cui si combatte la battaglia tra paternalismo e autonomia; tra prepotenza e rispetto dei desideri degli individui; tra visioni del mondo inconciliabili, perché chi ha la presunzione di possedere la Verità non perde tempo ad ascoltare le “bugie” altrui. Chi ha la presunzione di possedere la Verità vuole donarcela, anche con la violenza. Per il nostro bene, si intende.
La morte di Eluana Englaro ha indurito i toni della discussione sulle direttive anticipate, esasperando l’ipocrisia e la prepotenza dei sedicenti difensori della “vita”, di quelli che l’hanno vissuta come una bruciante sconfitta e non come una legittima richiesta, senza pretesa di universalizzazione da parte della famiglia Englaro. Hanno cercato di appropriarsi del suo corpo e della sua vicenda per dimostrare di avere ragione, dimostrando soltanto di essere avvoltoi mascherati da buoni samaritani.
La carica dei paternalisti ha cavalcato l’emozione e gli umori per urlare “mai più omicidi di Stato!, mai più la crudeltà di far morire di fame e sete qualcuno!”. Le parole sono tanto più pesanti quanto più si è in mala fede. E non è solo per ragioni di coerenza (verrebbe da chiedere a queste persone di non contraddirsi, per esempio, nel fottersene della la pena di morte, nell’ignorare i tanti malati abbandonati o le migliaia di morti sul lavoro). Le ragioni sono anche quelle di una interpretazione corretta degli avvenimenti, a partire dalla possibilità – che è di ogni Paese civile – di decidere sulla nostra esistenza, almeno nei termini di non iniziare o di interrompere qualsiasi trattamento. Dalla insensatezza di usare espressioni come “morire di fame e di sete”, perché la coscienza di Eluana Englaro era stata annientata da quell’incidente. Dal dire che era una persona che avrebbe potuto “anche in ipotesi generare un figlio” – come se questo potesse implicare il dovere di tenerla in vita per contribuire alla prosecuzione della specie, magari con un accenno al patriottismo che non ci sta mai male quando si sente odore di servi e padroni. Pochi hanno taciuto, pochi si sono interrogati sulle volontà di Eluana.
Ho visto Eluana nel gennaio del 2008. Nella stanza della struttura di Lecco dove è stata ospitata per molti anni. Nella stessa struttura in cui, per una ironica sorte, era nata. In quella stanza con un letto, le foto e alcuni peluche. Oggetti stridenti con il presente: le foto sorridenti, una giovinezza spezzata, e i pupazzi come se avesse avuto 4 anni. Non scriverò di quello che ho visto e di come era Eluana Englaro, siamo stati già travolti dalla pornografia, anche quella in buona fede, quella per raccontare e far capire. Chi voleva capire e sapere ha avuto tempo per farlo. Scriverò solo che se fossi stata Eluana mi sarei molto incazzata. O più precisamente: guardandola ho pensato che se mi fossi trovata a vivere quella esperienza non avrei sopportato di essere ostaggio inerme della curiosità altrui. E che ognuno di noi dovrebbe avere la possibilità di decidere della propria vita e della propria morte – che può significare anche non decidere, questo è un ennesimo vantaggio della libertà: poter scegliere di rinunciarvi, poter far scegliere altri. Ma tenersela ben stretta se la si desidera. E ho pensato anche che la legge sulle direttive anticipate farà scempio di questa libertà, la irriderà e continuerà a chiamarla tale dopo averla sacrificata in nome della Vita. Come pretendere di far volare un gufo impagliato?
L’unica, amara, consolazione è che da quel gennaio 1992 Eluana Englaro non è stata più in grado di rendersi conto di quanto stava accadendo intorno a lei.









La viltà non è la soluzione. E la vita non è solo respiro.
Della mia vita voglio essere padrone. Così come voglio essere libero, senza imporre questa mia visione a nessun’altro, di disegnarne il “recinto” oltre il quale diventa un’altra cosa, che non è più vita.
Un pezzo che trafigge. Grazie
Un sorriso per Eluana
C.
Sono mamma e il mio pensiero va ai genitori di Eluana per la loro difficile ma comprensibile scelta. Un atto di coraggio e amore infinito
Tempo fa lessi un bell’articolo di Marina Garaventa. Immobilizzata dalla Sindrome di Elher-Danlos, Marina si racconta su un blog. Parole semplici, chiare e potenti perché scritte da chi sperimenta ogni istante ciò di cui parla:
“Parliamoci chiaro: i malati come me, come Welby ed Eluana, sono gia’ morti! Sono morti il giorno in cui il loro corpo ha «deciso» di smettere di funzionare e hanno ricevuto dalla tecnologia, che io ringrazio sentitamente, l’abbuono, il regalo di un prolungamento dell’esistenza. Ma come tutti i regali, anche questo vuol essere contraccambiato con merce altrettanto preziosa: una sofferenza fisica e morale che solo una grande forza di volonta’ puo’ sopportare. Nel momento in cui il gioco non vale piu’ la candela il paziente deve poter decidere quando e come staccare la spina. Lo Stato deve garantire la miglior vita possibile a questi malati, tramite assistenza, supporti tecnologici e contributi ma non puo’ arrogarsi il diritto di decidere della loro vita sulla base di astratti principi etici, molto validi per chi sta col culo su un bel salotto, ma che diventano assai stucchevoli quando si sta nel piscio”.
L’autodeterminazione dell’individuo è divenuto nei secoli un principio fondante della società civile in molti campi, ed anche in medicina è stato recepito attraverso il consenso informato.
Nessuno può costringere un’altra persona a subire l’insufflazione forzata di ossigeno nei polmoni 24 ore su 24, a vedersi iniettata nelle vene una poltiglia maleodorante ed acre che pretende di chiamarsi alimentazione.
Non contro la sua volontà.
Mi torna in mente uno striscione di un’associazione dei diritti umani che ho visto durante la manifestazione del 7 febbraio dello scorso anno contro il disegno di legge atto ad impedire la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione dei pazienti in stato vegetativo come Eluana: “Chi è morto lo volete vivo e chi è vivo lo volete morto”, riassume in poche parole la sconfortante situazione attuale.
BERLUSCONI SCEGLIE DI CONTINUARE HA FARE L’AVVOLTOIO CAROGNERO PER FUMIGARE CIANCIMINO E GUADAGNARE TRE VOTI CATTOLICI INDECENTE PERSONAGGIO DA RINCHIUDERE IN UN BORDELLO
[...] Englaro non è stata più in grado di rendersi conto di quanto stava accadendo intorno a lei. Giornalettismo, 9 febbraio 2010. var addthis_pub = 'billykein'; var addthis_brand = 'iMille';var [...]
Nascere in questa epoca, in cui ti riportano in vita quando ormai non hai più speranza, è una condanna: qual è il limite in cui bisogna fermarsi, quando è giusto lasciare andare?
Povera Eluana, poveri genitori, poveri noi che non possiamo conoscere.
bellissimo pezzo.
grazie
[...] [...]
Grazie a Chiara Lalli per questo bellissimo scritto. E grazie a Peppino Englaro.
Rita Rossini
L’anno scorso di questi tempi, il governo si accingeva ad emanare in fretta e furia quel famoso decreto legge “salva Eluana”, ma oggi, intanto, non c’è ombra della legge sul testamento biologico, dov’è finita?
La storia di Eluana, i discorsi fatti, le opinioni sentite, e le tante convinzioni personali, mi ricordano una citazione del “contratto sociale” di Jean Jacques Rousseau: “L’uomo è nato libero, e dappertutto è in catene.”
“Non ci si può illudere che non facendo nulla ci si immunizzi contro gli esiti immorali o si possano evitare sgradite conseguenze, come se fosse possibile ibernare le nostre esistenze in un limbo senza tempo e senza effetti”. Me la segno
[...] volontà della figlia. Allego in ultimo l’inizio di un bell’articolo di Chiara Lalli, Eluana, la vita non è solo respiro, pubblicato oggi sull’Editoriale: È passato un anno dalla morte di Eluana Englaro. Diciotto [...]
[...] su Giornalettismo, 9 febbraio [...]