Cultura

Amanda

7 febbraio 2010

Decimo capitolo di Alamaro, romanzo di Giornalettismo

Usciti dal solito parcheggio Alamaro indicò l’attracco dei motoscafi. “Prendiamo un taxi?”  “No, camminiamo.” Disse lei.  “Troppo spartana per accettare passaggi?”  “Giusto. E soffro il mal di mare.” Pioveva, ma Costanza e Alamaro non erano interessati.  “Il Gritti Palace è bello. Mi mancherà.” Disse Alamaro“Ma se non hai messo piede a Venezia per quasi trent’anni. Cosa dici?”  “Non ci sono venuto, ma l’ho pensata, credimi, il più delle volte senza accorgermene.” Confessò.  “Farai così anche con me, quando sarai partito?”  “Non devi dire così, Costanza.”

Costanza rise e insieme rimase delusa. Aveva sperato – in una speranza fermatasi una comunque all’anticamera del cervello – che lui a quel punto rendesse una confessione estrema, e sconfessasse la sua intenzione di partire.  La suite era bellissima, la notte bellissima.  Il giorno dopo pranzarono con Werner e Gunther. Fu una giornata strana, di transizione. Succede così, prima di un addio. Si cerca di normalizzare la situazione, si fa di tutto per divertirsi, e ci si diverte, ma ridere all’alba di una partenza non fa che sottolineare l’imminenza della separazione. Alla fine Werner e Gunther abbracciarono Alamaro piangendo. “Ti lasciamo a Costanza, per i prossimi due giorni. Ma ricordati che ti aspettiamo qui al tuo ritorno.” Alamaro provava un certo imbarazzo per tante lacrime, ma non lo diede a vedere, perché aveva rispetto e affetto per quei due svitati. Salutarono Costanza con la stessa afflizione, senza ricordare che avevano progettato di vedersi da lì a due settimane. Lei invidiò la loro confusione, perché aveva fin troppo presente la scansione dell’andare, del tornare, del mancare e dell’aspettare. Rimasero soli, infine, lui e Costanza. In due giorni percorsero chilometri senza prendere mai il traghetto e tacendo pochissimo. Si raccontarono decine di aneddoti della propria esistenza, e questo non era strano per Costanza, ma certo lo era per Alamaro. Ricordare lo rilassava. Esperienze nuove, per lui, sia ricordare che rilassarsi. Preferiva gli episodi legati alla sua scalata finanziaria e glissava volentieri proprio sul suo passato veneziano, sia per la lontananza dell’infanzia, sia per non rimestare il fondo di quell’impressione spiacevole e disgustosa che a essa era legata. Preferiva il ricordo della Camargue e del sale.

La domenica sera cenarono in stanza, sulla terrazza della suite. Erano arrivati a quel punto in cui la distanza tra due persone viene azzerata. Un punto che si raggiunge in alcuni momenti, ma che è più agile raggiungere quando non si debba mantenere la vicinanza, come in un viaggio di nozze con addio. “Non mi abituerò mai a ricordare.” Disse lui. “Mi sconcerta.”  “Ma non ti piace ricordare tutto. Ci vuole poco a capire che il ricordo di quando stavi a Venezia da bambino ti fa troppo male. Non voglio sapere niente di quel tempo. Dimmi solo perché hai voluto venire qui.”  “Non voglio più sapere che ero io a subire quelle cose, in quel tempo. Ma Venezia è come se fosse una specie di madre, per me. Ti sembrerò stupido.” Sembrava stupido anche a se stesso, mentre si ascoltava dire quelle stupidaggini. Che però erano liberatorie.  “Come si chiamava tua madre?” Costanza cambiò argomento, perché era il caso.  La domanda non gli procurò fastidio. “Non lo so. Non me l’hanno mai detto. Sono orfano anche del nome. E la tua?” “Amanda. Si chiamava Amanda. Colei che deve essere amata.” Sua madre era un essere meraviglioso e meritava davvero di essere amata, ma Costanza non lo disse, provando vergogna per essere stata una bambina felice.

“E tu, Costanza?”  “Io? Non so se merito di essere amata. Piuttosto insisto troppo nel volere essere amata. Te n’eri accorto?”  “Sì.” Alamaro porse un astuccio a Costanza. “Adesso non serve più insistere, perché io ti amo.” Costanza si ritrasse spostando indietro la sedia con un movimento secco. “Non desidero regali di consolazione.”  “Tranquilla, non è un anello di brillanti.” La rassicurò lui. “Non mi sarei mai permesso.” Costanza si avvicinò di nuovo, prese l’astuccio e lo aprì. C’era una chiave, con sopra inciso un indirizzo di Venezia. “Cosa vuol dire? “Ho preso una casa per te qui a Venezia.”  “Non la voglio.” Costanza si alzò offesa.  “Non è per comprarti, né per altro.” Alamaro si alzò, le si avvicinò e la guardò negli occhi. “Non riesco ad avere il ricordo di qualcuno che amo, qui a Venezia. Ora avrò te.” Aveva detto due volte che la amava, e la cosa certo non le era sfuggita. “Gunther e Werner?”  “Non è la stessa cosa, Costanza. Io ti amo, questo è il punto. E sto partendo. So che questo è illogico.” L’aveva ripetuto una terza volta, e Costanza non aveva dubbi sulla sincerità dell’amore di Alamaro, ma sulle priorità di un uomo come quello. Sentiva come un onore che lui si interessasse a lei e come una colpa volere qualcosa di più, un’esclusività che sentiva non avrebbe mai ottenuto. “La logica non la cerco più.” Disse Costanza. Come al solito, non sapendo resistergli, si era arresa.

Alamaro si addormentò annusando i capelli di Costanza, in pace. Lei rimase immobile al suo fianco per almeno un’ora, poi si alzò, si vestì in fretta e tolse dalla tasca un foglietto. Non raccolse nemmeno le sue cose, per non rischiare di svegliarlo, e forse anche per lasciarlo confuso. Guardò per dieci minuti l’astuccio che conteneva la chiave della casa a Venezia. Pensò che se la meritava, poi che non le serviva, poi che era inutile sperare che lui l’avrebbe un giorno raggiunta lì per vivere con lei, poi che non poteva non sperare, poi che non ci avrebbe mai messo piede. Infine si infilò in tasca la maledetta chiave e uscì. Il poi è qualcosa che si vede dopo. Alamaro aveva dormito tanto e bene e ci mise alcuni minuti a realizzare l’assenza di Costanza. Vide le cose di lei in giro per la stanza e pensò che fosse scesa a fare colazione o uscita a prendere qualcosa. Avrebbe preferito trovarla lì al suo risveglio, ma era certo l’ultima persona che poteva pretendere l’altrui presenza. Chiuse gli occhi per ricordare episodi salienti dei giorni precedenti e poi la cercò al cellulare, che suonò dal comodino dove lei l’aveva lasciato. Nel dubbio ordinò la colazione per due e richiuse gli occhi preso dalla gioia del ricordare.  Si alzò all’arrivo del cameriere e sedendosi al tavolo in terrazza notò il biglietto.  Ogni volta che decido di affrontare questa questione irrisolta sto male per due giorni. Si può rimuovere quanto si vuole un’impressione profonda, ma eliminarla del tutto no. Io ne ho due. Prima impressione: tu dici di amarmi e te ne vai. Seconda impressione: tu sei uno che si concentra sempre su ciò che sta facendo. Tu ami ad alterna ispirazione, e io, nel cercare di dimenticarti, ho dovuto mio malgrado abituarmi al periodico riaffiorare di ciò che sarebbe meglio dimenticare. Non esiste, nel mio caso, l’amore che finisce. Si appiattisce in una zona d’incoscienza parziale e resta lì. So che tutto quello che potrei ottenere è cercare di apparire nei tuoi pensieri ogni tanto. Forse questo mi basterà, ma adesso devo proprio andarmene. Buon viaggio.
PS In virtù di quel forse ho preso la chiave della casa che mi hai regalato. Se cambio idea te la restituisco.

Costanza

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