“L’asse del male” e la sua strategia

19/09/2008 - Cosa c’è davvero dietro la clamorosa svolta “anti-yankee” di Chavez e Morales. Venezuela e Bolivia novelli avamposti dell’antiamericanismo Dietro la cacciata degli ambasciatori Usa da Bolivia e Venezuela potrebbe esserci qualcosa in più della consueta avversione agli statunitensi da parte

     
 

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Cosa c’è davvero dietro la clamorosa svolta “anti-yankee” di Chavez e Morales. Venezuela e Bolivia novelli avamposti dell’antiamericanismo

Dietro la cacciata degli ambasciatori Usa da Bolivia e Venezuela potrebbe esserci qualcosa in più della consueta avversione agli statunitensi da parte dei governi socialisti del sudamerica. Le prese di posizione di Morales e Chavez hanno dei risvolti e delle motivazioni sia globali che locali che rendono interessante una lettura ragionata dei fatti di questi ultimi giorni.

I FATTI – Da tempo ormai nel nord della Bolivia si consumano scontri tra le forze dell’ordine e fazioni che si oppongono al governo di Morales. Il bilancio degli scontri non è preciso, ma si parla di almeno venti morti nell’ultima settimana. Il 10 settembre il presidente della Bolivia Evo Morales caccia l’ambasciatore Usa Philip Goldberg, accusando gli Stati Uniti di essere dietro le rivolte. Il 12 settembre il presidente del Venezuela Hugo Chavez caccia l’ambasciatore Usa Patrick Duddy al grido di “Yanquis de mierda, qué se vayan!”, solidarizzando così con l’omologo boliviano. Gli Usa rispondono immediatamente espellendo gli ambasciatori di Bolivia e Venezuela. Cosa succede?

MOSCA E TEHERAN Le prese di posizione di Morales e Chavez hanno trovato una sponda significativa nella Russia, che da mesi ha intensificato i suoi rapporti con i governi socialisti del sudamerica. Il Venezuela ormai da anni è uno dei principali importatori di armamenti dalla Russia, e da qualche settimana Mosca manda i suoi caccia a fare ricognizioni nelle basi militari di Caracas – basi che li accolgono a braccia aperte, manco a dirlo. Come se questo non fosse già abbastanza inquietante, le mosse in sudamerica di Chavez e Morales trovano interesse e sostegno anche nell’altro nemico giurato degli Stati Uniti: l’Iran di Ahmadinejad. Da tempo ormai Caracas e Teheran sono collegate da voli diretti, e nel Dipartimento di Stato americano circolano sospetti sul fatto che il governo di Chavez abbia dato ospitalità e sostegno finanziario a gruppi vicini a Hezbollah. Ahmadinejad, Putin, gruppi di terroristi islamici, regimi socialisti sudamericani: non manca praticamente nessuno. I teorici della nuova guerra fredda trovano quindi pane per i loro denti, se è vero che Chavez e Morales potrebbero voler fare dei loro stati quel che Cuba fu durante la seconda metà del Novecento: l’avamposto dell‘asse del male nel continente americano.

SPALLE COPERTE – Non è solo l’odio verso gli Stati Uniti a guidare Chavez e Morales nell’offerta della loro preziosa postazione geopolitica ai nemici degli Stati Uniti (conoscete la storia: il nemico del mionemico, eccetera). Un’altra chiave di lettura – che integra senza escludere la prima ipotesi – vede Chavez e Morales impegnati a tentare di risollevare le sorti dei loro governi, ormai in crisi di consensi. Di Morales e delle rivolte che infiammano il nord del paese abbiamo detto; Chavez è reduce dalla bruciante sconfitta al referendum costituzionale che avrebbe plasmato la repubblica a sua immagine e somiglianza, soffre dei colpi inflitti alla guerriglia delle Farc dal filooccidentale presidente colombiano Uribe e rischia di essere incriminato per corruzione a causa di una valigia piena di soldi diretta in Argentina trovata in mano a un alto funzionario del suo governo. Magari l’amicizia di Russia, Iran e mondo arabo non gli basterà a portare la rivoluzione in tutto il sudamerica, di certo Hugo e Evo si sentono un po’ più protetti.

SO BBRAVI TUTTI – In questo contesto, Morales e Chavez hanno gioco facile a fare la voce grossa: non hanno niente da perdere. Gli Stati Uniti sono alla vigilia di una elezione che non vede alcun esponente dell’attuale amministrazione a correre per la presidenza, e che quindi a prescindere dal suo esito finale rimescolerà un bel po’ le carte a Washington e nelle relazioni degli Stati Uniti con gli scenari più delicati. George W. Bush non è mai stato politicamente così debole e solo, e in questo momento il Dipartimento di Stato non potrebbe prendere nessuna decisione particolarmente significativa. Detto di quel che i due leader sudamericani sperano accada nel migliore dei casi – il rinforzamento dell’alleanza con paesi potenti e temuti, l’aumento della popolarità interna, la possibilità di prolungare le proprie esperienze al governo – il peggiore dei casi praticamente non esiste: male che vada, hanno fatto l’ennesimo show regalando un’altra patata bollente al prossimo presidente americano.

     
 

3 Commenti

  1. Giulia scrive:

    La vedo abbastanza dura per il prossimo presidente degli Stati Uniti… Praticamente mezzo mondo è antiamericano, altro che patata bollente!

  2. noantri scrive:

    Niente di nuovo mi sembra.
    ma nell’articolo non sono riportate
    le responsabilità “geopolitiche” degli Usa
    non solo in sudamerica, ma anche
    in Eurasia.

  3. Andrea scrive:

    In tutti i miei viaggi in Sud America non ho mai incontrato una sola persona che parlasse bene degli Stati Uniti.
    Nel 2003 a Buenos Aires si parlava di “Imperialismo Yanqui” quando la realtà è che sono stati loro stessi a sottomettersi alla politica americana decine d’anni prima, legando le proprie sorti (una manovra folle) a quelle della valuta statunitense.
    Il Sud America soffre di una continua crisi d’inferiorità rispetto agli Stati Uniti e questi ultimi non fanno nulla per cercare d’appianare queste disparità.
    Del resto basta viaggiare per una ventina di chilometri fuori dalle capitali e dalle città più grandi per capire che il Sud America altro non è che la valvola di sfogo del surplus di produzione degli Stati Uniti di prodotti che nessun altro comprerebbe mai da nessuna parte del mondo in quanto obsoleti.
    Questo senso d’inferiorità lo si incontra un po’ ovunque (forse l’unica eccezione è il Brasile) ed è normale che il disagio provocato da un secolo di colpi di stato e di guerriglia, faccia provare rabbia ed invidia nei confronti di paesi con governi più stabili che quindi hanno i margini per creare ricchezza e benessere.
    Che la patata sia bollente per la prossima amministrazione americana è fuori d’ogni ragionevole dubbio ma lo è sempre stata, dai tempi dell’indipendenza della California (1847), gli Stati Uniti hanno sempre avuto a che fare con dei vicini di casa scomodi e riottosi che hanno tentato di conquistare economicamente riuscendoci solo in parte.
    Se la situazione fosse di stabilità politica su tutto il continente sudamericano gli Stati Uniti e con essi il resto del mondo, potrebbero cominciare a temere la potenza economica di un territorio mai sfruttato. Il gioco quindi di avere diversi personaggi come Chavez e Morales fa comodo a tutti, Europa compresa.
    Il discorso va ben oltre l’asse del male, quella è l’invenzione Bush per tenere quieti gli americani che l’avevano votato di fronte allo scempio in Afghanistan ed in Iraq. Dietro alla favola del lupo cattivo, insomma, c’è solo ed esclusivamente un grande interesse economico dove l’unica forza che fa da spettatore (pagante) è la Comunità Europea mentre la Federazione Russa cerca d’accaparrarsi una fetta di mercato per i rimasugli del suo arsenale che va arrugginendo e dev’essere smaltito per recuperare un po’ di liquidità.

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