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Inchiestadi Luca Conforti
pubblicato il 4 febbraio 2010 alle 10:30 dallo stesso autore - torna alla home

Due chiacchiere sullo stato attuale della carta stampata che, mentre attende con ansia l’arrivo dell’ennesimo attacco alla libertà dell’informazione, passa il tempo a raccontare un paese che nessuno sa quale sia.

“Non stiamo raccontando il paese, dobbiamo cambiare”. Queste parole in bocca ad un direttore di un grande quotidiano sono in grado di rovinare la giornata di centinaia di news1 Crisi sulle infinite Italieprofessionisti. Lo scontento di un direttore significa almeno due cose: 1) Le sue lagnanze sono quantomeno condivise (se non generate) dall’azienda e dall’editore, il che significa il più delle volte perdita dei lettori, o lamentele politiche arrivate e accolte ai massimi livelli; 2) Il tentativo di riconnettersi alla realtà stravolgerà consuetudini e pratiche giornalistiche collaudate, il caos creativo (eufemismo) di una normale giornata lavorativa verrà amplificato da qualche sperimentazione decisa a tavolino. Il normale flusso delle notizie e la valutazione delle stesse sarà piegato ad un nuovo paradigma interpretativo che però non è né definito né coerente. La crisi economica è diventata l’occasione per lanciarsi in queste nuove letture del tessuto sociale, tre quotidiani, Corriere della Sera, Repubblica e Il Sole 24 ore, hanno seguito le loro tesi quasi ignorandosi. Riguardando gli ultimi quattro mesi di questo sforzo si fatica ad accettare che parlino tutte dello stesso paese.

PICCOLI E STRONZI – Uno sforzo ai limiti della sociologia è quello orchestrato dal vicedirettore Dario Di Vico, da sempre ossessionato dallo studio della classe media considerata il vero motore, culturale ed economico dell’Italia (ma soprattutto del Corriere stesso). Di Vico ha avviato la riscoperta dei “Piccoli” (definizione sua). La tesi iniziale non è nuova: professionisti, artigiani e piccoli imprenditori lavorano, innovano, producono Pil e non ottengono mai nulla dallo Stato che invece è piegato ai desideri di sindacati, grandi aziende e lavoratori pubblici. Il primo articolo non andava oltre la vecchia distinzione tra chi lavora e chi si lamenta. Poi lo scatto, Di Vico si è concentrato sulle nuove versioni dei piccoli: professionisti che non hanno clienti, partite Iva che sono in realtà precari mascherati la cui situazione è ben sintetizzata da uno dei tanti pezzi della campagna:

Ad alcuni di essi viene chiesta come conditio sine qua non l’ esclusiva, altri devono mettere per iscritto un impegno di lavoro settimanale di almeno 38 ore, per altri ancora viene stabilita addirittura la giornata lavorativa di otto ore. In sostanza vengono trasferite sui titolari di partita Iva modalità tipiche del rapporto di lavoro dipendente senza alcuna compensazione o vantaggio tipici di chi gode di un contratto di lavoro a tempo indeterminato. La conseguenza è che molti lavoratori autonomi vorrebbero chiudere la partita Iva che genera loro costi di amministrazione e alla fin fine consente di scaricare poco o niente, temono però di perdere il lavoro fornitogli dal monocommittente.

Di Vico ha anche aperto un interessante blog, ma la sua tesi interpretativa ha iniziato a vacillare, se questi “sfigati” dei nuovi professionisti pagano tasse alte, hanno costi impropri da imprenditori e dal punto di vista previdenziale pagano più di quando riceveranno, la colpa è proprio degli autonomi affermati, professionisti che tengono chiuso il mercato, microimprenditori, commercianti e artigiani che non vogliono una previdenza più pesante perché il gruzzolettocorriere della sera Crisi sulle infinite Italie per la vecchiaia se lo costruiscono anche evadendo le tasse quando possibile. La giuste rivendicazioni per questi “invisibili” (altra definizione di Di Vico) avrebbero miglior fortuna se unite a quelle dei precari dipendenti e dei lavoratori a progetto (cosa di cui si stanno accorgendo i sindacati, cercando iscritti anche tra queste categorie) che vivono in condizioni simili e in più sono almeno dieci volte più numerosi. Invece il Corriere, che non crede nel sindacato e vuole rubare al Sole24Ore una fascia degli affezionati lettori, ha tentato questa strana saldatura, chiedendo in sostanza un calo del peso fiscale per tutto il lavoro autonomo in modo di produrre maggiore mobilità sociale. La contraddizione è apparsa ancor più evidente nella puntata di lunedì scorso in cui Di Vico, su dati non nuovi, si lancia in una riflessione pressoché inedita di sociologia tributaria. Fino al 2008, quindi in un ambiente pre-Grande Crisi, se lo Stato ha continuato a pagare gli stipendi, se ha tenuto fede alla tradizione del welfare europeo, se ha supportato con incentivi e aiuti l’azione delle grandi imprese, se in definitiva non ha dovuto alzare bandiera bianca stroncato dall’evasione fiscale, lo deve allo spirito civico di quattro milioni di connazionali. Sono loro – in magna pars lavoratori dipendenti – che, pur rappresentando solo il 10% dei contribuenti, versano oltre la metà delle tasse incassate dal Tesoro”. Il Corriere ha scoperto che i dipendenti si pagano, per lo più non per scelta propria, stipendi, le pensioni e cassa integrazione. E gli autonomi ricevono poco e danno poco. Giusto chiedere più tutele per gli invisibili, ma a patto che gli idraulici smettano di dichiarare meno dei pensionati, i commercianti di auto meno di un professore, gli agricoltori il 60% di un pubblico dipendente. Pagare meno e pagare tutti? Scopertona. La generazione Pro-Pro ora è al bivio, aspettare che i vecchi schiattino lasciando loro un po’ di spazio e iniziare a fare il soldi veri evadendo come i loro padri, o lasciarsi irreggimentare come i dipendenti pubblici. Il Corriere cosa consiglierà?

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