Economia

La crisi che spazza via l’Italia dei distretti

L’ESPLOSIONE DELLA CASSA INTEGRAZIONE – Ma le imprese che chiudono o che sono in difficoltà non sono freddi numeri. Dietro ci sono imprenditori costretti a chiudere. Quelli che possono mandano i lodo dipendenti in cassa integrazione. Secondo i dati dell’Inps nel 2009 le ore autorizzate sono state oltre 918 milioni, il 311,4% in più rispetto al 2008. Il ricorso alla CIG è cresciuto velocemente tra ottobre 2008 e maggio 2009, per poi stabilizzarsi. Però le ore autorizzate nel mese di dicembre, 101,8 milioni (+2,2% rispetto al precedente mese di novembre), rappresentano il secondo valore del 2009. Perché mentre la Cassa integrazione ordinaria (CIO) – crisi congiunturali e temporanee – dopo la crescita di inizio 2009 si è stabilizzata in estate per poi ridursi nell’ultimo trimestre del 2009, quella straordinaria (CIGS) – crisi aziendali a carattere strutturale – è stata in costante crescita per tutto l’anno e proprio a dicembre 2009 ha segnato il massimo storico, con il “sorpasso” (51,9 milioni di ore) con quella ordinaria (49,9 milioni di ore). Questa progressiva “sostituzione” della CIO con la CIGS conferma l’ipotesi di uno scivolamento della crisi verso la “strutturalità”. L’utilizzo non è omogeneo tra le regioni: calcolata in rapporto alle unità di lavoro dipendenti, l’incidenza delle ore di cassa integrazione si concentra soprattutto in 5 regioni: Piemonte, Basilicata, Valle d’Aosta, Lombardia e Abruzzo. Aree a forte presenza di grande impresa sul totale degli addetti (Piemonte, Basilicata e Lombardia) e l’Abruzzo, in cui pesa l’effetto terremoto. Le regioni del Nordest e dell’adriatico, là dove le imprese chiudono di più, soprattutto le artigiane, sono tra quelle che la usano meno. Perché non possono farlo, non perché non ne hanno bisogno.

IL BOOM DELLA DISOCCUPAZIONE – In quelle regioni a chi chiude spesso non resta che una via: il licenziamento. E la file dei disoccupati si ingrossano. L’altro ieri i dati Istat sul mercato di lavoro segnalano che il 2009 è stato un anno orribile, nonostante la cassa integrazione sia stata molto usata. L’istituto di statistica segnala che ci sono 306 mila occupati in meno di un anno fa (-1,3%). I disoccupati sono arrivati a 2,138 milioni, in crescita del 22,4% (+392 mila unità) rispetto a dicembre 2008. Il tasso di disoccupazione giovanile, pari al 26,2 per cento, è in aumento di 3 punti percentuali rispetto a 12 mesi fa.  Perché per alcuni la crisi morde più che per altri. Cresce il numero dei cosiddetti “inattivi” di età compresa tra 15 e 64 anni, dell’1,1% (+164 mila unità) in un anno. Crolla soprattutto l’occupazione maschile dell’1,8% (-245 mila unità) mentre “tiene” quella femminile, che era già molto bassa. I disoccupati maschi sono 1,116 milioni, 227 mila in più di un anno fa, un aumento del 25,6%. Anche nel territorio ci sono differenze notevoli. Nei primi 9 mesi del 2009, il numero di persone in cerca di occupazione esplode in Veneto (+34,4%), in Emilia Romagna (+45,2%), nelle Marche (+43,7%), in Abruzzo (+24%). Non aumenta in Puglia, dove però si riducono in modo sensibile gli occupati (-4%), andando ad ingrossare direttamente le fila degli inattivi (+3,1%). La disoccupazione investe anche la Lombardia (+ 42,8%) e l’Umbria (+42,0)

IL TERREMOTO DELLA CRISI – Insomma, il capitalismo del nord est i suoi sconfinamenti adriatici che toccano anche alcune zone della Lombardia orientale e l’Umbria (limitatamente alla provincia di Perugia) hanno pagato un prezzo altissimo alla crisi. Una mappa che appunto coincide con l’Italia dei distretti. Un’Italia in cui la base imprenditoriale si riduce, la rete di protezione offerta dagli ammortizzatori sociali non opera come accade altrove (Piemonte, Lombardia occidentale, Basilicata) e la disoccupazione cresce. Il sud non ha subito crolli verticali perché ha già dato: lì la base imprenditoriale e i livelli occupazionali sono già ai minimi. E lo stabilizzatore automatico del pubblico impiego ha fatto il resto. Ma non può certo dirsi al riparo, anzi. Ma dal Veneto alla Puglia il crollo è verticale. E’ evidente la debolezza della strategia attendista sin qui seguita dal governo. Di fronte al terremoto della crisi, che sconvolge paradigmi e modi di produzione, si è pensato ad un forte temporale e ci si è limitati ad aprire l’ombrello e indossare un impermeabile un po’ più robusto. Forse non si poteva far altro, per via della montagna di debito pubblico che abbiamo. Ma di sicuro si dovrebbe cominciare a fare di più. Perché la terra continua a tremare, e non basta aspettare che il sole torni a splendere perché le case si rimettono in piedi da sole. Se si aspetta ancora, fra poco in questa fetta del nostro paese che fu l’Italia dei distretti non basterà Guido Bertolaso. I giorni della merla sembrano non finire, mentre il viaggio finisce qui. Il disgelo della ripresa sembra lontano per il Veneto e per l’adriatico spazzato dal vento gelido

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