Moon: fantascienza made by Bowie Jr.

01/02/2010 - Quanto può essere interessante il nome di un regista nel cinema? Tanto. Ma il nome di un esordiente? Ancora di più se costui è il figlio di David Bowie. La fantascienza è un genere decisamente molto affascinante. Per le sue

     
 

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Quanto può essere interessante il nome di un regista nel cinema? Tanto. Ma il nome di un esordiente? Ancora di più se costui è il figlio di David Bowie.

La fantascienza è un genere decisamente molto affascinante. Per le sue caratteristiche intrinseche, infatti, è in grado di porre lo spettatore di fronte a delle realizzazioni concrete di situazioni difficili, impensabili e altamente simboliche. Non è un caso se il genere fantascientifico è, più che un vero capitolo stilistico stagno nel mondo del cinema, un terreno di base su cui si possono realizzare tutti gli altri generi. Ci possono essere declinazioni horror (Punto di non ritorno), aspirazioni intellettuali e filosoficamente intriganti (2001: Odissea nello spazio), vuota azione che sia male o ben realizzata (Transformers 2 o lo Star Trek di J. J. Abrams per citare due esempi recentissimi), perfino il giallo (Blade runner) o film generazionale (Donnie Darko). Questo ne sancisce la netta superiorità su altri generi che adoro quali ad esempio l’horror: quest’ultimo porta con se, nelle sue migliori interpretazioni, uno sguardo critico sulla realtà che fa cadere le finte sovrastrutture della società civile, riportando l’uomo di fronte alla sua vera natura. Ma per quanto potente e versatile, nulla può contro la fantascienza. Il novellino Duncan Jones, che sulle spalle porta un padre pesantissimo, ha deciso di regalarci come opera prima questo Moon, in grado di ritagliarsi uno spazio di tutto rispetto nel panorama della fantascienza di questo inizio secolo.

LUNAR INDUSTRIES – Protagonista assoluto della pellicola è Sam Bell, che nell’immaginario collettivo dovrebbe essere un astronauta, ma scoprendo le sue mansioni non sembra molto diverso da un bovaro o un minatore. Il suo compito infatti è quello di accudire la base lunare che fa da testa di ponte per l’estrazione dell‘Elio3: un fantomatico combustibile in grado di soddisfare il 70% dei bisogni energetici del pianeta Terra, come presentato dai minuti iniziali del film, girati su uno stile che ricalca lo spot pubblicitario. Un piccolo dettaglio che rende più traumatica la sua esperienza lavorativa: è l’unico inquilino umano della base lunare (la sua sola compagnia è l’intelligenza artificiale GERTY, il cui corpo pare essere una cabina telefonica semovente anni 60) e il suo turno di lavoro dura la bellezza di tre anni. Lo spettatore lo raggiunge quando mancano appena tre settimane alla fine di questo lungo periodo di solitudine. L’agognata meta del ritorno sulla Terra è vicina, e Sam porta sulla sua pelle i segni indelebili di questo isolamento. Ma un incidente improvviso cambia radicalmente le sue prospettive per il futuro.

EOLOMEA – Moon sceglie di interpretare la fantascienza con una firma stilistica molto precisa. Si costruisce su un tema unico e ben preciso, irrisolvibile data la sua assurdità, sul quale non monta un apparato di fantasie, ma punta alla descrizione di una vita quotidiana sconvolta. Se si vuole trovare un compagno di giochi a questo Moon, lo si dovrebbe cercare nel recente Sunshine di Danny Boyle. Come in Sunshine, e come nel vecchio e tedesco Eolomea, abbiamo un’umanità normale in condizioni eccezionali, ma dettate semplicemente dal fronteggiare qualcosa di più grande di quanto l’uomo sia abituato ad affrontare. Se in Sunshine il problema era una stella morente, se in Eolomea era una sorta di triangolo delle Bermuda dello spazio, in Moon il malcapitato Sam Bell deve fronteggiare il decadimento improvviso di tutto il mondo intimo e personale che aveva dato per scontato fino a quel momento. Intuire tutti gli aspetti dell’intreccio nei pochi minuti iniziali non è affatto difficile anche con un medio grado di attenzione. Così come i concetti più prettamente filosofici, che sono decisamente tritati e masticati ad uso e consumo di chi guarda, e non presentati nella loro completa complessità come in 2001 o nell’originale Solyaris. Ma non è infatti nel sorprendere lo spettatore con gli effetti speciali (visivi, sebbene ben fatti, o filosofico-sceneggiativi) che punta questo Moon.

PHILIP K. DICK – Anche perché, se andiamo a scoprire da dove arrivano le ispirazioni di questa pellicola, scopriamo che dobbiamo andare a ritroso nel tempo molto più di quanto sia lecito aspettarsi. Il motore principale della storia è infatti uno dei cavalli di battaglia di un grandissimo della letteratura fantascientifica, ovvero Philip K. Dick. A livello di trucchi narrativi, infatti, tutto si basa sulla grande invenzione letteraria di Dick, il cui esponente più famoso, almeno per il mondo del cinema, è quello di Blade Runner. Riuscire a portare i temi cari a Dick in una pellicola del 2009 è un’operazione rischiosa. Ormai sono molto conosciuti ed apprezzati, ma gli stili narrativi contemporanei sembrano male adattarsi ai loro ritmi e alle loro necessità (vedasi ad esempio il Paycheck, sono sicuro che John Woo se ne vergogna ancora adesso). Duncan “Bowie jr” Jones riesce a trovare gli stilemi giusti per riproporlo con vitalità in questi tempi contemporanei, di conseguenza non si può che applaudire a questo tentativo.

UNA QUESTIONE DI STILE – Dunque ricapitoliamo. Moon fa fantascienza di intrattenimento con molta attenzione nel presentare una situazione che solletica gli animi dell’assurdo e del filosofico umano. Ma la situazione non è originale e si riesce a prevedere e a capire con largo anticipo. Inoltre l’impianto filosofico è all’acqua di rose. Aggiungiamo anche la poca plausibilità del futuro creato da Jones. E’ un fallimento questo Moon? Sembrerebbe essere una conclusione sensata. Bene: non lo è. Tutto risiede nella qualità. Se dire che un film non è necessariamente quello che viene scritto sulla carta di una sceneggiatura è un dato di fatto, Moon ne è l’esempio perfetto. Perché l’effetto speciale molto asciutto con cui viene creata l’atmosfera del film è realizzato magistralmente e regge la sospensione dell’incredulità in maniera affascinante e efficace. Rockwell interpreta il suo personaggio in tutte le declinazioni possibili con un’abilità schizofrenica che lascia pienamente soddisfatti. Le invenzioni visive come la componente emozionale del robot GERTY (gli smiley e le pacche robotiche sulle spalle) sono piccoli momenti di genio. Lo stesso rapporto tra GERTY e Sam è gestito in maniera spettacolare (“kick me”). Infine, proprio il complesso rapporto empatico tra lo spettatore e la decadenza del protagonista riesce a creare un canale comunicativo in grado di emozionare fin nel profondo chi guarda e assiste, rappresentando per Moon un successo pieno. Non passerà alla storia del cinema e, forse, della fantascienza. Ma sarà in grado di emozionare nel profondo, ora e in futuro, chi lo guarda. E questo basta.

     
 

1 Commento

  1. Davide scrive:

    Questo film è fantastico, tanto quanto il modo come lo hai recensito ;-)

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