La moglie del panettiere
31/01/2010 - La risposta del “mostro domestico” Si eccomi, sono proprio io, il mostro, il concentrato di pazzia e ingratitudine che ha descritto mio marito su queste pagine. Non mi è stato facile capire perché le persone non mi salutavano, clienti affezionati
La risposta del “mostro domestico”
Si eccomi, sono proprio io, il mostro, il concentrato di pazzia e ingratitudine che ha descritto mio marito su queste pagine. Non mi è stato facile capire perché le persone non mi salutavano, clienti affezionati si affacciavano sulla porta del negozio e andavano via appena mi vedevano. Non capivo come mai anche le più discusse tra le donnine di questo paese mi guardavano dall’alto al basso. Poi ho visto quello che ha scritto mio marito e ho compreso che ormai i pettegolezzi si trasferiscono da internet ai discorsi delle vecchiette senza nessuno scampo.
So che quello che ho fatto non è accettabile: la mia vergogna è seconda solo ai rimorsi che, ogni volta che metto le mani addosso a mio marito, mi graffiano l’anima ferendola a morte. Ogni volta mi ripropongo di non farlo più, mi sforzo di calmarmi e di non cadere ma poi precipito e non riesco a sollevarmi.
Mi sia concesso però, prima di annegare nelle mille distorsioni del passaparola, di aggiungere a questo la mia versione dei fatti; di raccontare fino in fondo la storia della mia vita.
Dell’infanzia non ricordo molto: un peso da smaltire quanto prima, per arrivare alla indipendenza economica e uscire da una casa troppo stretta e troppo affollata di fratelli dispettosi e di genitori distratti. A volte volavano le mani si, ma quelli non mi hanno mai allontanato dagli altri, non mi hanno mai fatto desiderare di partire; i silenzi e la solitudine, l’incapacità di dare un piccolo aiuto quando c’era bisogno mi ferivano molto di più. Per questo sono andata via, per cercare qualcuno che mi stesse vicino davvero e che mi facesse capire che non siamo soli al mondo.
Poi ero brava a scuola e si, ho sperato davvero di realizzarmi nel lavoro, di essere una delle tante che può indossare tailleur attillati quando va in ufficio e avere una borsa da viaggio sempre pronta per le trasferte. Ho studiato e sudato una laurea ma quello è stato l’unico tailleur, intonso dopo pochi colloqui, che le mie foto si possono ricordare. Quello e la borsa da viaggio che mi hanno regalato i miei amici. Borsa che ho usato all’inizio solo per le vacanze al mare, ben presto sostituita da un borsone più grande e pratico.
C’era però l’amore, un sodalizio indistruttibile con un collega di università tranquillo e sincero, che mi faceva dimenticare di essere sola al mondo e sapeva calmare i miei momenti di depressione e stanchezza, di rabbia e delusione. Ci siamo sposati e anche i suoi progetti sono finiti qui, nella panetteria di uno zio senza figli che ha trovato in mio marito la persona di fiducia che la vita non gli aveva saputo dare.
Ma quando non sono le passioni a spingere la nostra vita sono le delusioni a guidarci verso il baratro. Non potendo più guardare alle grandi cose le nostre energie si sono rivolte alle piccole trovando l’uno nell’altro le colpe del nostro fallimento. Ma quante differenze si sono trovate tra noi! Se mio marito ha affrontato con rassegnazione questo cambio di prospettive io non mi sono data pace. Davvero non potevamo fare niente? Davvero non riuscivamo a scuotere la nostra vita per uscire dalla noia di tutti i giorni? Cominciavo a capire che a mio marito bastava poco per ravvivare la sua vita: navigare su internet, leggere un libro, qualche telefonata con gli amici. Soprattutto mancava del tutto la volontà di capire e, in qualche modo, condividere, il mio disagio. E così anche io sono tornata proprio da dove sono venuta: da silenzi e sensi di colpa, da una solitudine che ho cercato di squarciare in ogni modo.
Ma è difficile aprirsi se si legge dall’altra parte la sopportazione e la noia. E’ difficile impostare qualunque discorso se non si vede nell’altro un interesse che dovrebbe essere primario, primordiale, come respirare o mangiare. Così mi sono chiusa, così i miei sfoghi sono diventati sempre più potenti ed imprevedibili, così la nostra vita è diventata un inferno.
Credo che lui abbia capito che qualcosa non andasse anche in lui, lo vedevo
da quanto diventava per lui più importante evadere dai miei sguardi, quanto gli fosse necessario la sera restare alzato fino a tardi davanti al computer per imprecisate urgenze che erano nient’altro che scappare da me. Ma questo non gli è servito a cambiare, non lo ha spinto a ripensare davvero a quello che eravamo e dove volevamo andare. E così ha scelto una nuova strada: il vittimismo acuto. Non c’è niente che si desidera bastonare di più che un cane che finge di essere bastonato. E io, più debole e stanca di un tempo, ho ceduto a questa tentazione: ho sfogato su di lui la delusione che era tutta mia, la disperazione di chi sa che la vita finisce lì.
Ma la sua vendetta non è stata migliore delle mie offese: chiedo a voi come è possibile che un uomo grande e grosso si faccia picchiare da una moglie minuta come me. Quei graffi sono la sua arma per offendermi, quella mano che non ferma la mia è il suo pugnale che mi uccide facendo crescere il male che c’è in me. Così non è davanti al mio specchio che leggo il mio fallimento ma nel suo viso, orgogliosamente mostrato a me ogni mattina, che mi invita ad una altra giornata da colpevole.
Ecco, questa è la mia vita e credetemi se vi dico che non la auguro a nessuno. Non a mio marito, che esce dai graffi con la coscienza pulita come un bambino, né a sua madre che con questa stessa tecnica ha incatenato il marito per una vita intera.
Né a me che, un tempo, avrei desiderato ben altro che essere carnefice della persona che amo di più al mondo












