Non era nemmeno troppo in difficoltà ieri sera Giuliano Tavaroli, su La7. Parlava disinvoltamente con Massimo Mucchetti, al quale aveva fatto hackerare il computer qualche anno prima, e poi gli aveva mandato una entraineuse per sedurlo al bar sotto casa che amava frequentare. Mucchetti, giornalista che spesso parlava male del presidente di Tavaroli, quel Marco Tronchetti Provera che era anche azionista di Rcs, l’azienda del Corriere dove scriveva Mucchetti. Tronchetti ha detto in un interrogatorio che non aveva alcun motivo per far spiare il giornalista, “perché tanto parlava di me comunque male“. Eppure Tavaroli lo spiava, ma Marco, quel ciula, non si era accorto di nulla. Nemmeno dei milioni di euro che in sette anni Giuliano spendeva, l’amministratore delegato Carlo Buora, fedelissimo di Tronchetti, si era accorto; anche se lui di mestiere farebbe (anche) proprio quello: decidere e controllare le spese dell’azienda. Ciò nonostante, Tavaroli era tranquillo mentre, nel proseguio della trasmissione, si snodavano le due teorie storiografiche che si contrapporranno per anni, nella ricostruzione storica dell’evento: la prima, quella innocentista nei confronti di Tronchetti, dice che Tavaroli stesso era un tizio preso da deliri di onnipotenza, che spendeva soldi per reperire informazioni inutili - a volte prese da internet addirittura - e strapagarle. Il tutto, allo scopo di costruire un network che succhiava soldi alla
Telecom e arricchiva lui e i suoi amici come Cipriani, quello dell’agenzia Polis d’Istinto che si occupava di dossieraggi. Lo ha descritto il maresciallo Iannone, chiedendo via mail durante la trasmissione all’ex responsabile della sicurezza: “Dica chiaramente che la Security era una macchina per dare soldi, molte attività di Ghioni e Bernardini erano inutili“.
La seconda teoria è quella enucleata da Tavaroli stesso in una intervista a Giuseppe D’Avanzo, ed è stata spiegata benissimo in trasmissione da Peter Gomez: Telecom, per mezzo della security, reperiva informazioni che potevano essere utili sia come forma di pressione nei confronti della politica e dell’opinione pubblica (e chissà se le ha mai usate), sia come “difesa” - illegittima ma efficace - nei confronti dei concorrenti e dei nemici, tra i quali ad un certo punto si è annoverato uno strano network eversivo, composto da Gianni Letta, Luigi Bisignani, Francesco Cossiga, Paolo Scaroni, Giancarlo Elia Valori, Niccolò Pollari, il maresciallo Speciale, Pippo Corigliano. Una lista quantomeno assortita, visto che comprende manager pubblici, lobbysti, guardie, uomini politici tra cui uno privo di potere, quantomeno formale, e un portavoce dell’Opus dei. Di sicuro ciascuno conosce l’altro, ma mettere uno come Scaroni, manager pubblico oggi in Eni del quale gestisce benissimo la comunicazione, con un borderline come Valori, uno capace di gestire mille incarichi e attentissimo all’apparenza, è difficile. Sembra proprio una bugia, buttata lì per coprire una cosa più piccola e meno credibile.
Dice Tavaroli che chiamava il suo l’Ufficio Affari Disperati, perché gli chiedevano spesso di fare cose al limite dell’impossibile. Ma questo nome suona un sacco simile a quell’Ufficio Affari Riservati guidato nel ministero dell’Interno da Federico Umberto D’Amato, il “fedele servitore dello Stato” che fece ritrovare alla sua morte 150mila dossier in uno scantinato, aveva rapporti con Delle Chiaie, era iscritto alla P2, e al quale “aveva fatto capo una vera e propria polizia parallela, del tutto autonoma e svincolata dalle canoniche forze di pubblica sicurezza e capace di gestire e tenere a libro paga decine di informatori e confidenti sparsi in numerosi capoluoghi di provincia“. Tavaroli ci vuole impressionare con due giochini di parole. Delle sue attività abbiamo una sola chance di sapere qualcosa: che quel processo si celebri. Peccato che i legali di Tavaroli stiano pensando di chiedere il patteggiamento. Una scelta che, se farà subire al loro assistito una lieve condanna, avrà l’indubbio vantaggio di tener chiuso il fascicolo del PM. Con tutto quello che potrebbe saltare fuori, è un vero peccato.
Dello spettacolo di Berlusconi ieri a Porta a Porta è da sottolineare non tanto il nervosismo con cui il premier accoglieva ogni domanda di Ferruccio De Bortoli (ad una ha proprio risposto svicolando totalmente dall’argomento, mentre incontrava gli occhi amorevoli in platea del fido Paolo Bonaiuti che lo incitava), né che Silvio continuava a chiamare Bruno Vespa “Dottor Fede“, quanto l’uscita di Valentina Vezzali, l’olimpionica campionessa di fioretto, svelatasi fan accanita del Cavaliere con tanto di outing a doppio senso sessuale: “Presidente, da lei mi farei ‘toccare’“. Tutti i gusti sono gusti: di certo, la medaglia d’oro fan di Ramazzotti - l’ha citato durante l’intervista effettuata dopo la premiazione - ha adesso qualche porta aperta per quando smetterà di combattere. Ieri intanto è morto Richard Wright, storico tastierista dei Pink Floyd. Autore di The great gig in the sky e Us and Them (ambedue nell’album The Dark Side of the moon), e soprattutto di quei “muri di suoni” che caratterizzavano i primi album dei Pink Floyd (fino ad Ummagumma), non è che abbia fatto molto altro per farsi notare in una carriera da tranquilla rockstar di provincia inglese. E oggi se ne va in silenzio: della sua malattia sapevano soltanto gli amici più stretti. Un modo molto dignitoso di morire, in stile con il personaggio.
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Ah Ah, anche a me ha colpito il fatto che Valentina Vezzali, dopo la medaglia d’oro ha cominciato a citare addirittura… Eros Ramazzotti e qualche frase di un film di cui non ricordo il titolo. Spero per lei che non si candidi: arriveremo pure a votare una che risponde alle domande attingendo dai testi delle canzoni di Ramazzotti?! No, dai!
A proposito di P2, legami tra politica ed affari… non perché stia aggiungendo niente di nuovo, però mi è giunto alle orecchie che si sta diffondendo un pò di paura per Carlo Lucarelli ed il suo più recente “ma questa è un’altra storia”.
@ Maria Teresa
su LUcarelli: quello che racconta è tutto pubblico. Minacciarlo mi sembra una stupidaggine
Il fatto che sia pubblico non è sufficiente per scongiurare una minaccia. Si tratta di una voce bonaria che va a sottolineare la bontà, visti tempi, delle tematiche affrontate da Lucarelli. Ma tu non ascolti Radio Press…
ahimé, no. Se per caso dicono che sono minacciato anche io, però, fammelo sapere: non vedo l’ora!
Col cavolo. Poi diventi pure famoso!
ebbé, che male c’è?
Anzi, cominciamo a mettere in giro la voce: sono minacciato, mi vogliono uccidere!
Male non è male e non saresti neppure il primo… Ma considerato che sei il Direttore di una testata seria e rispettabile, non è il caso di farsi squalificare per una finzione in zona Cesarini.
e chi lo dice? Guarda quanti stanno ancora a dibattere sugli assegni di Travaglio: secondo me un migliaio di fessi che ci cascano li troviamo!