Una breve analisi della notizia della morte del grande scrittore e di come è stata raccontata dalla blogosfera italiana
La vicenda del ricordo di Salinger sul web, in questi giorni, è indicativa sotto molti punti di vista. Chi la usa per una battuta divertente, chi invece sposta l’attenzione sulla traduzione. Altri invece, entrando più nel merito, si ritiengono obbligati a dire qualcosa “fuori dal coro”: a me Il giovane Holden non ha mai esaltato, Holden Caulfield mi è sempre sembrato uno sfigato, eccetera. Diciamolo chiaramente: già svalutabili dalla stessa candida premessa “io Salinger non lo conosco molto”, i commenti così non vanno oltre gli analoghi su Facebook, che in una frase dicono pressapoco le stesse cose argute e controcorrente. Allo stesso modo si può dire: che noia I Promessi Sposi, Ariosto io non lo digerivo, eccetera. Ovvero, si può fare un commento personalissimo e proporre addirittura un’interpretazione estemporanea, da non specialista, di qualsiasi grande opera della letteratura, operazione legittima, a volte divertente. Ma un parere così deve essere preso per quello che è: una chiacchiera da bar. Il discorso culturale, comunque lo si voglia declinare, è qualcosa di radicalmente diverso.
MA E’ UNA NOTIZIA - Ma già il fatto che la morte di un grande, grandissimo scrittore sia registrata da molti blog è una notizia, perché molto raramente i blog si occupano direttamente di libri: quando sono tenuti da gente che presumibilmente ha letto e legge, nei post però si occupano generalmente di altro. Però, tutti o quasi si sentono in dovere di segnalare un evento che abbia un importante riflesso nel campo della “cultura”: come molti hanno registrato la morte di Rohmer, e altri commentano sempre l’uscita di un libro di Ph. Roth. Come se si avvertisse la “necessità” di occuparsene. Mi pare che qui si tocchi un nervo scoperto: perché la rete sente il bisogno di registrare la morte dell’autore di un libro di culto di cinquantanni fa, o di un regista di cui presumibilmente solo un pugno di cinefili ha visto un film fino alla fine? Cultura “alta” e cultura “bassa”, concetti completamente da ridefinire al tempo di Internet, vengono per un momento a contatto, qui, e lasciano intravedere una terra incerta e inesplorata.
UN MONDO TROPPO VELOCE? - Leggere un libro e darne un parere è una cosa difficile e che richiede tempo; soprattutto, che non necessariamente sfocia in un giudizio breve, fruibile nel mondo “veloce” di Internet, che ha tempi di lettura molto diversi da quelli delle riviste specializzate e, in genere, apprezza molto meno discorsi che abbiano bisogno di una grande preparazione specifica anche da parte di chi legge. Sui titoli dei giornali e sulle questioni di attualità, quasi tutti possono dire la loro in modo discretamente facile (più difficile dire qualcosa di intelligente, e questa dote è quella che rende alcuni blog più seguiti di altri): le fonti di informazione sono reperibili sulla rete stessa, ogni questione all’ordine del giorno troverà certamente un largo pubblico di estimatori. Invece un singolo libro può non dire niente a molti, moltissimi lettori, perché le pubblicazioni sono tantissime, i gusti diversi, i percorsi differenti. E così in gran parte dei blog più seguiti il “parlar di libri” va raramente oltre il rimando al profilo su aNobii; le cose migliori che si sono dette su Salinger, in questi giorni, provengono quasi certamente dalle pagine (e dai siti) degli odiati giornali.
I LIMITI DEL WEB - Bisogna concluderne che, a oggi, Internet non sia in grado di sviluppare spazi ampi, partecipati di discussione della cultura. Non sono in grado di farlo i blog, anche se ne provano disagio; non sono in grado neppure (con rarissime e particolari eccezioni)i siti che si dichiarino direttamente o indirettamente “culturali”, nel senso che abbiano come loro primo obbiettivo occuparsi di un universo slegato dalla stretta attualità. Così, se la discussione culturale, nel nostro paese, langue, assente anzitutto dal dibattito politico (tema di un bell’articolo di Andrea Romano e in parte di un’analisi di Gian Antonio Stella) pare non avere trovato la sua dimensione, per ora, neppure sul web.




Un particolare mi lascia perplesso, perchè citare Rohmer come un regista di cui solo pochi cinefili hanno visto un film fino alla fine quando a parte la raffinatezza e la profondità della descrizione dei caratteri è un regista che ha sempre fatto film estremamente facili e semplici da punto di vista delle storie e dell’intreccio, potrei capire parlare in quesi termini di un Wenders o di un Fassbinder, ma Rohmer è di una leggerezza e di una chiarezza estreme, ho portato a vedere film di Rohmer persone amanti delle telenovele e sono rimaste in sala soddisfatte fino alla fine.
Il problema di Rohmer è la sua allergia alle mode, ai clichè in voga, dirigeva film al di fuori del tempo, ma non certo difficili o pesanti.
Quello che scrivi è vero e lo è ancor più per J.D. Salinger. ”Il Giovane Holden” lo lessi a circa vent’anni, trovandolo intonso nella biblioteca di famiglia, in un periodo che frequentavo il lettino dello psicoanalista. E’ un romanzo che i critici definiscono di ”formazione”. Lo è solo parzialmente. E’ in realtà a mio parere una ”narrazione” sulla dis-identità, sulla ricerca spasmodica di se, su quello che la psicologia americana definisce come ”self” o ”Io sociale”.
Il titolo originale è ”Catcher in the rye” che molto meglio della traduzione italiana che conosciamo, rende con precisione cosa si prova nel leggerlo.
Il catcher è nel baseball un ruolo importante che è facile riconoscere. ”Il catturatore nella segale” è il bambino che Holden Caulfield immagina come ”catcher”in un sogno a occhi aperti, in una sorta di allucinazione onirica del quotidiano, di salvare dal bordo di un marciapiede, immaginato come un campo di grano, percorso nel suo vagare per la Grande Mela, evitandogli di finire sotto un automobile o prima ancora di cadere per terra.
Tutto questo è la metafora dell’esperienza della vita, degli errori che commettiamo, del dolore che provoca commetterli e che provochiamo nel commetterli al nostro prossimo, della precoce esperienza che facciamo del dolore in se, nella nostra biografia, nella nostra ”cultura mondo ebraico-cristiana”. E’ una parabola zen sul destino, sull’amore perduto e da ritrovare, sugli affetti, sul ricordo, sulle assurdità che incontriamo nella vita, sulle emozioni, sulla morte, sul distacco e infine sulla speranza. Difficile che il web matabolizzi il messaggio, di uno degli scrittori più complessi e psicologici del novecento americano.
Non può uno starnuto telematico, con i suoi ritmi sincopati, occuparsi del flusso di coscienza e della psicologia del profondo, della catarsi e della nevrosi. Non si può chiedere all’ hoola hop di sorriderci la verita.
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Sei un vero malato mentale.
Somiglia un casino a Horst Tappert, JD!? Non ci avevo fatto caso.
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