di Carlo Cipiciani (Comicomix)
postato alle 12:02 del 16 settembre 2008 in InterniTorna alla home

La proposta di federalismo fiscale di Calderoli dopo la presentazione al Consiglio dei Ministri. Incontri e mediazioni estive nella maggioranza di centro destra hanno lasciato i difetti applicativi a aggiunto qualche “annacquamento” di troppo. Bossi canta vittoria, ma sarà vera gloria o un altra puntata del federalismo tradito?

Dopo l’ok del CdM, il testo del ddl Calderoli mantiene la sua impostazione di fondo, con i suoi pregi:  abbandono graduale della “spesa storica” per un meccanismo che lega entrate tributarie del territorio alle spese da finanziare, responsabilizzando sindaci e presidenti di regione, con una perequazione forte che tempera la arcinota differenza di entrate fiscali tra nord e sud per alcune funzioni fondamentali, la sanità e l’assistenza e l’istruzione, ed una più attenuata per le altre funzioni (turismo, formazione professionale, aiuti alle imprese), accettando quindi per queste ultime delle differenze di trattamento tra cittadini in base al luogo di residenza.

I DIFETTI ORIGINARI
- Il testo mantiene anche i suoi difetti originari: la scelta di perequare al costo standard presuppone che chi spende di più è meno efficiente: spesso è così, ma occorrerà valutare se questo non dipenda da una migliore qualità dei servizi offerti. Sarebbe strano “penalizzare” la Liguria per il suo alto livello di spesa pro capite per la sanità pediatrica (in Liguria c’è l’Ospedale Gaslini), rispetto a quella fornita da Umbria o Basilicata. Il rischio di una corsa al ribasso dei servizi offerti c’è, e tutto dipenderà – come si è già detto – dalla definizione dei livelli essenziali di assistenza. Resta poi il problema dell’applicazione nel tempo di questi meccanismi complicati, perché le entrate fiscali possono crescere in modo disomogeneo (le regioni non crescono tutte con la stessa velocità) e lo stesso può capitare alle spese (regioni e comuni che recuperano efficienza più velocemente di altri): il meccanismo e i livelli di aliquote e perequazioni andranno rivisti spesso. Il ddl Calderoli si pone questo problema, introducendo (ed è una novità) la Commissione permanente per il coordinamento della finanza pubblica (art.4). Ma il rischio di contenziosi, disaccordi, inefficienze legate a revisioni non tempestive del meccanismo resta alto.

LE SPIACEVOLI NOVITA’ – Il testo originario era un buon compromesso tra chi desiderava un federalismo più spinto e chi non lo voleva affatto. Ora prevalgono gli “annacquamenti”. Qualche esempio, senza entrare in eccessivi tecnicismi. All’art.2, nei principi generali, il principio di corrispondenza traautonomia impositiva e autonomia di gestione delle proprie risorse umane e strumentali diventa tendenziale, mentre prima era assoluto. Brutto segnale. All’art. 7, quello che definisce il Fondo perequativo, è stato aggiunto l’aggettivo “statale”. Sembra una sciocchezza, ma invece è un aggettivo importante. Significa che la perequazione non avverrà tra regioni (perequazione orizzontale, come volevano Lombardia e Veneto), ma sarà fissata dallo Stato (perequazione verticale, come chiedevano le regioni meridionali). E’ facile comprendere che significa: il “proprietario” della perequazione è esclusivamente il governo nazionale. Si tratta di una scelta per certi aspetti ragionevole, ma non è un caso che Galan e Formigoni su questo punto rosicano, mentre Fitto esulta.

LA FINANZA LOCALE – Ampiamente rimaneggiata la parte relativa a Comuni, Province e Città metropolitane. In questa versione (definitiva?) non c’è più l’esplicito riferimento alla tassa comunale sugli immobili destinata ai Comuni, che aveva fatto gridare al ritorno all’ICI, e non c’è più l’assegnazione del bollo auto alle Province. La formulazione è sfumata: prevede per Comuni e Province l’introduzione di un Paniere di tributi propri che consegue all’attribuzione agli stessi di tributi o parti di tributi già erariali o di addizionali per il finanziamento delle loro funzioni, oltre alle tasse di scopo. La partita quindi è rinviata ai Decreti di attuazione: il ritorno dell’ICI è possibile, ma non è più sicuro. Mentre l’abolizione delle province, grande promessa in campagna elettorale, è certamente sparita. Peccato, perché era un’ottima idea. Un ruolo rilevante viene dato a Roma capitale: oltre a quanto previsto per i Comuni, a Roma verranno assicurate specifiche quote aggiuntive di tributi erariali, legate alla sua funzione “speciale” di capitale d’Italia. Si può essere pure d’accordo, ma perché è sparito il riferimento, prima presente, “previa determinazione degli oneri derivanti dallo svolgimento delle attività collegate al ruolo di capitale”. Ora come si stabilisce quanto spetta a Roma per queste funzioni, e su quali basi? Per la Lega sembra davvero finito il tempo di “Roma ladrona”!

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