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Editorialedi Alessandro D'Amato (Gregorj)
pubblicato il 24 gennaio 2010 alle 11:39 dallo stesso autore - torna alla home

Carlo De Benedetti come Rupert Murdoch? L’ingegnere sembra davvero deciso, visto che anche oggi “Il Sole 24 Ore” ospita un suo intervento nel quale l’editore di Repubblica continua a sottolineare la necessità di far ritornare i contenuti editoriali a pagamento sul web: “La novità annunciata dal New York Times con il ritorno ai contenuti a pagamento su internet è un passo importante nella ricerca comune di un nuovo modo di fare i giornali, cartacei o elettronici che siano”, dice il presidente del Gruppo L’Espresso a proposito del rapporto delle imprese editoriali con i colossi di internet: “la Rete – dice – non può restare un Far West senza regole dove «tutto è gratis e la pirateria non è un reato”.

Poi l’ingegnere ci va giù duro, riconoscendo che “lo sviluppo della Rete in questi anni non sarebbe stato così impetuoso senza il contributo dell’informazione”, ma gli utenti si sono “abituati” a fruire di ogni contenuto informativo gratis e la strategia degli editori di puntare tutto sulla pubblicità si è rivelata, complice la crisi, “un errore” per i bilanci: “quando i conti non tornano – spiega – è la libertà d’espressione a soffrirne per prima e di più». «Far pagare le notizie di qualità su internet  è parte del mix di misure anticrisi che gli editori stanno delineando”; dopo tutto, afferma, “se si offre un buon prodotto, chiunque capisce che è ragionevole pagarlo, sia che se ne fruisca sul cellulare, sia online”. Per carità, è tutto vero: non si capisce infatti chi è che vieta a Repubblica di aprire ai contenuti a pagamento e al pay per view per gli articoli che ritiene opportuno debbano essere pagati, senza stare lì troppo a discutere. Così i lettori saranno liberi di acquistare, oppure di soprassedere, magari ritenendo quel contenuto non così buono come pensa l’editore. Alla fine, si faranno i conti e si vedrà chi ha avuto ragione: che problema c’è? La paura di ritrovarsi senza nessuno che acquista, forse?

Poi De Benedetti parla di Google e del suo aggregatore di news, ma anche di “molti altri soggetti” che a suo avviso “non rispettano le regole che tutelano i diritti di proprietà intellettuale”. Anche qui il tema è piuttosto scivoloso: affermare che la grande G. stia violando regole e leggi perché preleva, tramite feed rss forniti dai siti di cui si parla, il titolo e le prime righe di un articolo contenuto su questi siti, mettendolo in una ‘vetrina’ e regalando così pubblicità ulteriore e visite al contenuto, sembrerebbe a prima vista una di quelle tesi avvocatesche ‘alla Ghedini’ che finiscono per essere fatte a pezzi nei tribunali. Magari ricordando quel comma della legge sul diritto d’autore che permette la riproduzione di parte di un’opera, purché si riconoscano i credits.

Ma in realtà il punto vero del discorso è un altro. E De Benedetti ci arriva poco dopo, quando formula un invito agli operatori di rete, «che accettino – conclude – di condividere con noi una quota dei loro ricavi dovuti all’accesso: i contenuti attraggono utenza, ma i ricavi vanno tutti agli oligopolisti dell’intermediazione. È ora di cambiare registro”. Eccola qua, la vera richiesta. L’editore De Benedetti, così come la Fieg, sta semplicemente cercando di costringere Google a regalare una fetta di torta di un business funzionante e in attivo (mica come quello di certi giornali…). Sarà difficile continuare a sostenere questa tesi, nel momento in cui i regolatori si accorgeranno che gli aggregatori non copiano i contenuti, ma  direzionano traffico verso chi li ha creati; in ogni caso, in bocca al lupo e buona fortuna all’ingegnere: in questa battaglia ne ha davvero bisogno.

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