Cultura

Haiti, il blog racconta la catastrofe

20 gennaio 2010

Un medico spagnolo che fa parte di un’associazione volontarie fa la cronaca del disastro provocato dal terremoto e delle difficoltà dei soccorsi

Non esistono latitudini capaci di tenerci a debita distanza dai baratri di desolazione che s’aprono proprio sotto i nostri piedi, inghiottendo avidamente ogni traccia di esistenza . Haiti era una piccola porzione di mondo bagnata dal Mar dei Caraibi, ora ha il volto sfigurato e non riesce a contare i suoi morti. Dieci scosse di terremoto, la più violenta delle quali di magnitudo 7 Richter e dal 12 gennaio tante mani scavano sotto i cumuli di macerie per fare affiorare qualche barlume di speranza, per aggrapparsi ancora alla vita, a quello che ne è rimasto almeno. I numeri della tragedia parlano di oltre 200 mila morti, 250.000 feriti, 2 milioni e mezzo di senzatetto, 70 mila corpi sotterrarti nelle fosse comuni. Giungono senza sosta gli aiuti umanitari, entrano in funzione gli ospedali da campo, eppure nonostante gli sforzi di gestire al meglio lo stato d’emergenza in atto Port-au Prince è divenuta una terra di nessuno, continuamente ferita da violenze e saccheggi.

IL BLOG DEL MEDICOFernando Prados è un medico spagnolo della Samur, un’associazione di volontari, arrivato ad Haiti dopo il sisma con le prime squadre di soccorso. Nel mezzo dell’insostenibile tragicità degli eventi che lo circondano Prados trova il tempo di scrivere periodicamente su un blog il suo diario, parole che riannodano le quotidiane difficoltà di intervento che cominciano fin da subito, dal suo arrivo ad Haiti, all’aeroporto. Prados descrive lo smarrimento iniziale, di chi invoca aiuto e di chi vorrebbe offrirlo. In genere in queste emergenze le Nazioni Unite provvedono a coordinare i soccorsi, ma la sede delle Nazioni Uniti è solo un cumulo di macerie ora e la maggioranza di coloro che vi lavoravano morta. “Abbiamo già contattato il personale dell’ambasciata di Spagna e stiamo individuando un luogo sicuro dove possiamo allestire il nostro ospedale e metterci al lavoro. Ci auguriamo di farlo prima di sera, perché il problema principale è l’assenza di ogni servizio, niente acqua, né cibo, né elettricità e le comunicazioni sono difficili.” Tanti i bambini rimasti orfani e altrettanti quelli ancora sepolti sotto le macerie, almeno cento sarebbero quelli di una scuola haitiana di Leogane.

CATASTROFE SI AGGIUNGE A CATASTROFE - Alla catastrofe umanitaria rischia di aggiungersi anche quella sanitaria, il sopraggiungere di un’epidemia. I centri di soccorso addetti alla distribuzione dei viveri sono ormai al collasso, i sopravvissuti al disastro ora cercano riparo in bidonville di fortuna, ma le disperate condizioni igieniche e l’acqua e il cibo contaminati mettono in allarme il personale sanitario. Prados è lì in prima linea, a caccia di malati e feriti da curare, a far l’inventario di bende, cerotti e medicinali, a trovarsi nella difficile condizione di dimettere pazienti che una volta usciti dall’ospedale non sapranno dove andare, senza alcuna speranza di trovare i propri cari in vita. L’ospedale da campo in cui lavora Prados si trova nei pressi dell’Ospedale Universitario di La Paz, è lì che è stata allestita la sala operatoria dove ad aiutarlo ci sono medici di Cile, Venezuela e Colombia. “E stata l’immagine più raccapricciante che abbia mai visto nella mia vita. I malati vengono messi su letti di legno. I corridoi sono pieni. A volte si trovano a stare vicino a cadaveri. Ci sono pazienti di tutti i tipi, quelli che hanno bisogno di un intervento chirurgico o di un’amputazione…senza elettricità.” I medici fanno quel che possono, come lo stesso Prados, il paese è completamente raso al suolo e ciò che ne rimane fa fatica a rimettersi in piedi. “C’è già un posto in strada che vende cibo e mascherine, perché l’odore è nauseabondo e ci son luoghi dove non è stata ancora mossa alcuna pietra.” Il lavoro è incessante e richiederebbe più delle forze di cui possono disporre al momento, appena cala il buio Prados e gli altri operatori sanitari sono costretti ad andare a dormire nelle loro tende all’aeroporto, al momento considerato il luogo più sicuro per loro. “I miei colleghi della Samur non smettono mai di fare interventi chirurgici. Abbiamo stabilito dei turni per ragioni di sicurezza. La maggior parte delle operazioni sono amputazioni.” Purtroppo data l’immane tragedia e l’impossibilità di intervenire tempestivamente molti dei feriti si aggravano rendendo inevitabili le amputazioni nella maggioranza dei casi. Inutile dire che più passano le ore e più le speranze di portare alla luce altre vite si affievolisce. A stupire è la volontà di questo medico di tenere costantemente aggiornato il suo blog, il blog della catastrofe. C’è dolore, morte, paura nelle pagine virtuali del suo diario, ma poi anche qualche piccolo squarcio che fa entrare un po’ di luce. “La nascita di José María. E ‘stato un momento in cui tutti coloro che lavorano qui non hanno potuto fare a meno di fare un sorriso. E ‘stata una gioia immensa. Il resto sono problemi gravi che si cerca di risolvere, ma restano drammi qualunque cosa tu faccia.” La vita non riesce a fare a meno di continuare comunque, nonostante tutto.

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