Vivere le tragedie da spettatori o protagonisti è cosa ben diversa
Scrive Vittorio Zucconi (La Repubblica, 18 gennaio 2010, pag. 9)
«Si vorrebbe non vedere e non guardare le foto del linciaggio e della profanazione del cadavere dello sciacallo a Haiti, per credere che appartengano a un altro pianeta, a un’altra dimensione, a un tempo che noi, con la nostra giurisprudenza, lo stato, i codici, l’autorità, il patto civile di convivenza che affida ai magistrati e non ai machete il castigo dei colpevoli,
abbiamo superato per sempre. Si vorrebbe, ma non si può, perché quello che sconvolge e nausea non è la distanza, ma la prossimità. È la conferma che tutti gli uomini, messi nelle circostanze giuste, siano capaci di tutto [...] Dunque, meglio non guardarle [quelle foto], voltare gli occhi e le pagine, prima che affiori il dubbio che [quei linciatori o quel cadavere] potremmo essere noi. O peggio, siamo stati anche noi».
UGUALI DIVERSI - Finché tutto procede per il verso giusto di questa nostra tranquilla vita occidentale, dove i bisogni primari son soddisfatti senza sforzo e le relazioni si giocano su quisquilie e turbamenti, dove la violenza si trasferisce in luoghi più appartati che nella pubblica piazza e coinvolge, purtroppo, il privato di qualche famiglia, o le macabre lotte intestine dei clan mafiosi, o quei luoghi di sfogo pseudo-controllato che sono gli stadi, il nostro sguardo può, così, sorvolare distratto sopra queste scene primordiali, sopra questa ennesima riprova delle nostre origini umane facendo finta di niente, dicendo ingenuamente che se fossimo stati al posto loro ci saremmo comportati diversamente.



