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di Michele Coscia
pubblicato il 18 gennaio 2010 alle 14:30 dallo stesso autore - torna alla home

Attenzione: questa è la prima recensione direttamente scritta e pensata per il 3D. Per comprenderla a fondo prego ritirare gli occhialini all’ingresso della redazione di Giornalettismo (fanno anche 10 euro, grazie).

E’ il ritorno di James Cameron alla regia, dodici anni abbondanti dopo Titanic. E’ il primo film pensato e girato direttamente per il 3D IMAX, al posto di ciò che abbiamo visto finora: pellicole bidimensionali a cui è stata aggiunta la terza dimensione in post produzione per potersi fregiare della novità. Che tanto novità non è, ricordiamoci che Radio-Mania è del 1922. Un paio di ragioni belle grosse per riuscire a calamitare al cinema una quantità spropositata di spettatori. E in questo, onestamente, Avatar riesce alla grande. Non si può dire che il progetto commerciale, nell’immediato, sia stato un fallimento. Quindi, con tutta onestà e senza alcuna venatura da critico snob, apro questa variazione con una pacca sulle spalle e una considerazione: “Missione compiuta, James”. Ma adesso che la luce del arton19187 ec186 Avatar: il Gattopardo Blu doppio proiettore si è spenta, si deve accendere anche quella del cervello. E il panorama di Pandora è, ahinoi, poco stimolante.

PANDORA – Protagonista assolutamente indiscusso della pellicola è Sam Worthington. Già da ora qualcuno mi dovrebbe spiegare da dove se ne è uscito il buon Sam, un mascellone come ce ne sono migliaia in giro. Qualcuno, lassù, deve averlo scelto come la nuova icona mainstream e tocca sorbircelo. Comunque sia, Worthington impersona un marine paraplegico, fratello gemello di uno scienziato morto e destinato a una missione di ricerca sulla luna Pandora. In questa luna una popolazione di puffi allungati, i Na’vi, vive sopra un giacimento di un non meglio specificato materiale preziosissimo per gli esseri umani. Compito della missione: con le fattezze di un Na’vi stabilire un contatto e un dialogo per convincere gli abitanti del luogo a sloggiare per il guadagno di una multinazionale mineraria. Una volta stabilito questo contatto, però, il buon marine si accorge di essere stato contaminato troppo a fondo con la cultura del luogo.

3D – Togliamoci subito di mezzo i punti forti del film. Sì: Avatar è molto spettacolare. Sì, il 3D aggiunge effettivamente una profondità visiva e di azione che riesce a coinvolgere la mente a un livello di intrattenimento acritico molto alto. Cameron è maestro nel mettere insieme, col suo indubbio talento fracassone, alcune scene dai toni epici altissimi. Tali toni, se in sintonia col pubblico, reggono alla grande la sospensione di incredulità. E’ un film che passerà alla storia? Francamente credo di no. La corrente di pensiero dei “contro”, tra cui sto io, è bersaglio di una critica. Ovvero quella di non riconoscere il 3D come una vera evoluzione del linguaggio cinema e dall’importanza spettacolare pari a quella dell’audio sincrono o del colore. Una sorta di snobismo che cerca delle ragioni intellettualoidi pur di non ammettere quanto questo circo mediatico sia affascinante per il grande pubblico. Le cose, per quanto mi riguarda, non stanno così.

IL PRIMO DEL GENERE – Innanzi tutto io non so quale sia né il primo film con l’audio sincrono, né il primo film a colori. Questo la dovrebbe dire lunga su quanto conti il primato tecnologico all’interno della storia del cinema. Ovvero, fondamentalmente, zero. Perché il semplice avere a disposizione una tecnologia e usarla non dà alcun merito. Il merito, invece, sta nell’utilizzare la tecnologia nuova o vecchia che sia per dare più spessore al livello semantico delle proprie opere. Per questo, ad esempio, i passi sul soffitto di vetro di Hitchcock (The lodger) in un film muto valgono più di qualsiasi effetto sonoro Dolby. Così come un Dolby sarebbe stato un elemento irrinunciabile e di arricchimento incredibile nel Metropolis di Fritz Lang. Cameron è in grado di apportare un utilizzo semantico vero del 3D? No. Ci sono dei fastidiosi effetti della figura tagliata dallo schermo, ad esempio. O dei tipici stilemi da linguaggio bidimensionale che non sembrano aver motivo di esistere. O l’utilizzo immaturo dell’effetto anche quando è proprio semanticamente sbagliato (perché mettere in 3D delle foto palesemente normali?).

AUGH VISO PALLIDO – Se quindi dal versante tecnico c’è solo una novità tecnologica ma nessuna idea su cui usarla, su tutti gli altri piani della pellicola è palese un concerto di note stonate. La più evidente è quella che entra in fase di scrittura. La domanda di base è questa: per quanto tempo ancora è possibile riproporre sempre la solita storia senza la minima variazione e riuscire ad ingannare il pubblico? Finchè ci sarà avanzamento tecnologico di certo sì. Tuttavia Avatar è mentalmente noioso e poco stimolante. Si riprendono per l’ennesima volta le figure dei nativi americani in pace col mondo e in guerra contro l’Occidente distruttore. Tra l’altro nativi che ogni tanto si comportano come schizofrenici senza coerenza (i comportamenti diversi nelle uccisioni di animali e umani). E anche il solito fastidioso sotto testo razzista e reazionario del “Prescelto” alla Matrix. I Na’vi sono dipinti come degli stupidi, con l’assenza di una benché minima capacità di pianificazione e coesione. Hanno bisogno della balia bianca, del solito eroe americano che scenda dal suo trono di eletto al loro livello per portargli la pace e la civiltà. Eroe americano che è ironicamente bidimensionale, rispetto alla tridimensionalità in cui si muove, e il cui unico guizzo è ricalcato pari pari dal più banale e melgibsoniano dei monologhi (manca solo la Libertà di Braveheart).

TORNO SUBITO – Cameron è il primo firmatario della sceneggiatura e quindi anche il primo responsabile del mare di banalità che invade lo schermo fin dal primo minuto della pellicola. Ma non è solo in fase di scrittura che si avvertono le carenze del film. La direzione attoriale, ad esempio, è totalmente nulla. Worthington mette in campo l’assenza totale di talento, assolutamente incapace di reggere due ore e mezzo di film da solo. Le sue battutine sono lo stereotipo totale. E non solo le sue: tutti i comprimari sembrano lasciati a loro stesso, come se Cameron non fosse presente sul set (nella recitazione si salva solo Michelle Rodriguez, il che è tutto dire). Anche a livello di fotografia assistiamo al solito problema visivo del 3D. La perdita di luminosità e l’alterazione dei colori non è minimamavatar di jake sully su pandora  Avatar: il Gattopardo Blu ente affrontata da Cameron, incapace anche in questo caso di riuscire a gestire l’opera come magistralmente fu in grado di fare per Aliens o Terminator. La spiegazione si può facilmente trovare vedendo il mondo di Pandora: è tutto fin troppo simile all’isola del King Kong di Peter Jackson. Segno che gran parte del progetto è rimasta sotto il timone della WETA e di nessun altro.

IL GATTOPARDO – Per tirare le fila di quanto detto, tutto il progetto Avatar assomiglia alla morale del Gattopardo. “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Ovvero: il cinema sta morendo e c’è urgente bisogno di far tornare la gente al buio hollywoodiano della sala. Cameron in questo non è altro che un burattino delle major perché il 3D venga accettato come la novità in grado di salvare gli incassi. E il 3D lo sarà: il nuovo standard visivo che nei prossimi dieci anni subirà la consacrazione, come è stato per il sonoro, il colore, il Dolby. Tuttavia è proprio l’innovazione tipica dei conservatori: si cambia solo ciò che si sa che è inevitabile cambiare e lo si fa in maniera tale che il vero cuore non muti di una virgola. Ci sono ancora i marine, le morali fintamente terzomondiste e veramente reazionarie, le banalità e i clichè che rendono il cinema mainstream incapace di creare realmente qualcosa di nuovo e intrigante. A parità di fracassoneria preferisco 2012 ed Emmerich. Un cinema onesto e tecnicamente impeccabile. Avatar è invece un film adatto a chi non è interessato al cinema, ma solo ad occupare un sabato pomeriggio di pioggia.