I conti in tasca alle classi piùomenomiste del Ministro Gelmini
Trenta per cento fa tremila. Dieci sono le persone ragionevoli rimaste in questa Italia che delira. Tremila più dieci fa tremiladieci. Il tremiladieci è tra esattamente mille anni, il tempo che impiegano certi soggetti a comprendere la lapalissiana evidenza. I conti tornano. Trenta per cento, secondo evoluti calcoli stroboscopici, è la percentuale giusta di bambini stranieri tollerabili in una classe, non già la percentuale giusta di diversi tollerabili nella società. Il trenta per cento sarebbe troppo, perché tre balzani
su dieci sono una quantità perturbante, essendo la normalità un valore assoluto. Per i normali, ovviamente. Sicché questi bambini sono considerati diversi, ma non così diversi perché in fondo, bontà nostra, ne ammettiamo ben tre ogni dieci bambini made in Italy. Chi però ha stabilito il tetto del trenta per cento fa parte della categoria dei Privilegiati, degli Eletti, che sono i normali più normali degli altri. Non hanno virtù particolari, se non il consenso popolare. Resta da stabilire se il consenso popolare sia una virtù, ma a noi interessa il trenta per cento. I figli degli Eletti che scuole frequentano? Dovranno anche loro sorbirsi i famosi tre stranieri che non sanno l’italiano ogni sette fini conoscitori della lingua di Dante? Dovranno affrontare le stesse immense difficoltà che si troveranno davanti i nostri bambini o godranno di una corsia preferenziale per via del loro status di V.I.P., Virgulti Infantili di Privilegiati?
IL TALENTO DI JOHN – La regola del trenta per cento sarebbe più appropriato se fosse stata pensata da un ministro dei trasporti piuttosto che da un ministro dell’istruzione, perché farà spostare un sacco di bambini ogni mattina da un quartiere all’altro. Ciò incentiverà l’uso dell’auto e dei mezzi pubblici e aiuterà gli infanti extracomunitari ad arricchire il proprio vocabolario con la bella varietà di turpiloquio offerto dalla nostra patria. Ci si chiede poi come farà a integrarsi nel luogo in cui vive uno che va a scuola a chilometri dal luogo in cui vive. Ma queste sono inezie. Sembra un’azione più atta a confondere che a chiarire. Comunque, per quanto tu possa intorbidire la mente di un bambino, non sempre riesci ad averne ragione. Troverai uno spirito che non si piega, ineluttabilmente, e più cerchi di abbatterlo più imparerà a stare in piedi. Crescerà una generazione che ha troverà l’equilibrio sul pullman nell’ora di punta fin dalla prima elementare, mentre i nostri bambini staranno seduti nonché legati sul SUV di mamma o papà. A chi stiamo aprendo preparando la strada? Tanto non si può sfuggire al fattore casuale. Il talento entra anche nelle scuole, ogni tanto, ma non sempre trova persone disposte ad accoglierlo e in grado di riconoscerlo. Non parlo del corpo docente, ma del corpo genitori dei compagni di classe, che sono ostili a tutto ciò che si oppone al predominio intellettuale e sociale di coloro che essi hanno partorito. Il talento devono avercelo i bambini che hanno le caratteristiche giuste, non quegli altri e tantomeno quelli degli altri. Nella classe di mio figlio ci sono cinque bambini molto brillanti, bravissimi a scuola, molto seguiti, sportivi, attenti, che viaggiano, belli, allenati. In una parola, prestazionali. Tutti italiani. E poi c’è John, cileno, che ha raggiunto in maniera autonoma il concetto di prospettiva. John disegna come nessun altro nella classe e forse anche nella scuola. Perché è nato così. Questo è ciò che si intende per talento: essere in grado di creare per gemmazione
spontanea della propria anima. È la più grande virtù che esista, e John ce l’ha. Il talento non segue la regola del trenta per cento ed è molto più bastardo di qualsiasi legge restrittiva, perché limita molto il numero degli individui a cui concede la cittadinanza.
FUTURO - A proposito di trasporti pubblici, fino a poco tempo fa se un uomo nero (o forse più probabilmente una donna nera) si presentava alla scaletta dell’Air Force One di sicuro era perché doveva andare a pulire il gabinetto chimico. Com’era possibile che un nero facesse qualcosa di diverso dal pulire? Fino all’inizio del Novecento i docenti universitari erano tutti ovviamente maschi. A fine novembre del 1906 una signora entrò in una classe della Sorbona, il tempio della scienza, per insegnare ciò che sapeva, o almeno una parte. Non ho la minima idea di chi fossero quei giovanotti prestazionali della Parigi bene che erano presenti e che avranno certo fatto una brillante carriera di scienziati e professionisti, ma lei era Marie Curie, extracomunitaria. Pertanto, se John vuole disegnare, spero con tutte le mie forze che continui a farlo anche sul tram. È così che si iniziano a progettare le città del futuro.




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Però anche la Gelmini un talento ce l’ha: fare provvedimenti che non hanno nessuna logica: né pedagogica, né logica, né economica.
Anche nel riuscire mai a fare una cosa giusta ci vuole del talento…
UN sorriso sconsolato
C.