Secondo l’ultimo supplemento al bollettino statistico di Bankitalia il debito pubblico in Italia nel mese di novembre è sceso a 1.783,8 miliardi di euro, dopo aver toccato il record di 1.801,7 miliardi nel mese di ottobre. Non c’è molto da festeggiare, però. Non tanto perché il debito pubblico sia alto: come ha fatto notare qui Luca Conforti, ormai l’Italia è in numerosa compagnia, e non può più essere considerata un’eccezione. E neppure per la continua flessione delle entrate, che nei primi undici mesi 2009 sono state complessivamente 330,3 miliardi di euro, 11,6 miliardi di euro in meno rispetto allo stesso periodo del 2008, il -3,4%. La colpa è in gran parte della crisi.
La vera preoccupazione è che nei primi 11 mesi del 2009 la Spesa dello Stato è cresciuta in modo anormale ed inspiegabile. La spesa corrente in particolare è stata di 404,5 miliardi rispetto ai 359,7 dello stesso periodo del 2008, un aumento di ben 44,8 miliardi, pari al +11,1%. Il saldo corrente, cioè la differenza tra entrate tributarie e spese correnti, un indicatore fondamentale per capire la solidità dei conti pubblici di un paese, nei primi 11 mesi del 2009 è pari a -74,2 miliardi di euro, rispetto ai -17,8 dello scorso anno, dato che già peggiorava notevolmente la situazione rispetto al 2007.
Un’esplosione totalmente fuori controllo e senza nessuna spiegazione plausibile da parte del governo. Che contribuirà a peggiorare l’opinione dei mercati sulla sostenibilità di lungo periodo del nostro debito. Come ricordava qui Pietro Salvato, ci sono miliardi di ragioni per essere preoccupati, soprattutto perché il nostro debito non è dovuto a massicci piani di investimenti pubblici o a politiche temporanee di contrasto alla crisi, ma sostanzialmente allo scarso controllo di una spesa corrente “inerziale” e talvolta improduttiva: sprechi che producono deficit che mettono a rischio la sostenibilità di lungo periodo dei conti dello Stato.
Come abbiamo notato anche in altre occasioni, il fatto più grave è che l’argomento continua ad essere praticamente ignorato da tutti i commentatori, politici, economisti, dal governo e dall’opposizione. Intanto i debiti pubblici crescono in tutto il mondo assieme alla concorrenza nei mercati di paesi più solidi di noi per collocarli. Quei mercati che preferiscono i titoli a breve, come dimostra la grande domanda per i Bot trimestrali: per i grandi debitori come noi non è un bel segnale, perché significa che si aspettano che i tassi bassi di oggi, frutto delle montagne di liquidità in circolazione, non duraranno a lungo. Ma che c’importa? Aspetteremo così, accapigliandoci allegramente sui temi più vari (alcuni importanti, altri meno), che arrivi il grande botto. Non è detto che manchi molto.






















Caro Cipiciani. La ringrazio della citazione.
Ha ragione (anzi, tolgo questo tono dottorale…) Hai ragione. C’è una sottovalutazione del problema per diverse ragioni. Innanzitutto, l’argomento è complesso. Sul debito pubblico, come sappiamo, esistono diverse teorie economiche. C’è chi ha un approccio prettamente contabile, chi più politico chi, invece, addirittura psicologico. In passato, c’è stato chi sosteneva che un debito eccessivo fosse quasi una manna (per via dei super rendimenti sui titoli di Stato). A me spaventa questa sorta di “rifiuto” del debito, inteso come il rifiuto di chi non si ritiene responsabile di un debito contratto da “altri”. E non è solo un riferimento politico. Spaventa anche l’idea “privata” per cui i giovani possono pensare che devono pagare i debiti contratti dai padri; le regioni ricche (il Nord) pensano di dover pagare i benefici e gli sprechi fatto per le regioni povere (il Sud), i lavoratori pensano di dover pagare i vantaggi dati alle imprese; le imprese, a loro volta, pensano di pagare gli eccessi di uno stato sociale – dicono – dissennato. Le piccole imprese sono contro le grandi che beneficiano di incentivi, le grandi imprese sono contro le piccole che hanno evaso ed evadono tasse e contributi ed alimentano il mercato sommerso. La gente è – spesso a ragione – contro i partiti e i politici ecc. Di fatto, c’è un vero e proprio clima di rifiuto di cui nessuno si sente pienamente responsabile, mentre cresce quella tendenza al particolarismo, al “Ghe pensi mi”, col rifiuto di ogni forma di solidarismo economico, sociale e politico.
In un quadro “d’irresponsabilità” generalizzata è evidente che le nostre preoccupazioni (e di qualche altro commentatore economico, diciamo così, più autorevole di noi
) passano in secondo piano. Al più, se ci va bene, siamo dei seminatori a buon mercato di allarmismo sociale. Purtroppo, temo, che il rifiuto del debito (inteso come l’incapacità a mettere mano a serie politiche di risanamento) possa portare non nel “lungo termine” (quando, diceva Keynes, saremo tutti morti), ma in tempi brevi all’incapacità nella gestione dello stesso. Basta pensare che buona parte del nostro debito risulta collocato all’estero, e che questo può trasformarsi in una forma di “amministrazione fiduciaria” da parte di altri paesi (non necessariamente UE, come sappiamo).
Ormai – basta ascoltare Tremonti – l’unica preoccupazione sembra essere diventata non tanto risanare i conti quanto non perdere qualche “A” nei giudizi delle varie agenzie di rating. La stessa “politica economica” di Parmalat, se ricordi…
“Di fatto, c’è un vero e proprio clima di rifiuto di cui nessuno si sente pienamente responsabile, mentre cresce quella tendenza al particolarismo, al “Ghe pensi mi”, col rifiuto di ogni forma di solidarismo economico, sociale e politico.” Parole da incorniciare e che sottoscrivo pienamente…questo di Pietro è un editoriale nell’editoriale..
Sulla montagna di debito, come ci siamo detti qualche tempo fa, stupisce questa sorta di rimozione collettiva non solo sulla sua entità, ma sulla sua natura. C’entra in questo, ad esempio, anche il giudizio su Craxi, che da questo punto di vista ha più di una colpa, come sappiamo.
Insomma, il rischio è quello magari non di un default in piena regola, ma di un “botto”, dovuto magari a natura del debito, detentori dello stesso ed altre variabili che rischiano di mettere l’Italia in una situazione di minorità proprio quando (questo è il paradosso), come ha scritto Luca a suo tempo, non è più un’eccezione nel panorama mondiale.
Io continuerò ad essere preoccupato ed a seminare dubbi. Dal mio ovviamente bassimo punto di vista.
Un abbraccio
C.
Grazie dei complimenti ma non eccedere. Che poi a qualcuno (sempre lo stesso) gli rode.
L’ip di ora invece è 80.104.192.238
Cos’è, un pizzino di Provenzano?
Perché rode pure a te?
entrate e leggete cosa si puo fare per tutti!!!!!!!!!!!!!
scrivete su fecabook la parola magica “il 3millennio” e leggete
http://fransua.beepworld.it/progetto.htm
[...] stato della nostra Finanza pubblica. I motivi sono molteplici. Certo, il nostro enorme fardello del Debito pubblico, il ritardo nel varo delle riforme capaci di incidere profondamente ed in modo strutturale sui [...]