Anno nuovo, vita nuova? Nemmeno per idea. In Borsa si continua a giocare coi soldi dei risparmiatori che sembrano sempre più contenti di farsi spennare.
Una sintesi della filosofia con cui le imprese arrivano e vivono la propria filosofia in borsa in Italia, non bisogna cercarla nelle massime di Warren Buffet e nemmeno negli strali di Galbraith contro le moderne società per azioni. Basta, più modestamente, citare il rapper Frankie Hi Nrg e il ritornello della sua canzone Chiedi Chiedi.
IERI E DOMANI – Nel 2009 la società quotate hanno chiesto come non mai, tra ristrutturazioni e aumenti di capitale, tutto a carico di azionisti vecchi e nuovi: 18,5 miliardi di euro è il computo totale delle ricapitalizzazioni nell’anno appena trascorso, divise tra 28 gruppi/società. Le 6 operazioni già deliberate per gennaio-febbraio 2010, guidate dai 4 miliardi del nuovo aumento di Unicredit, dimostrano che si potrebbe persino battere il record. Le iniezioni di nuovo capitale valgono 1,5% del Pil nazionale, di gran lunga il più importante sostegno all’imprenditoria realizzato durante questa recessione: tutti soldi privati e direttamente dalle tasche dei risparmiatori. La spiegazione più ovvia è sostanzialmente falsa: sarebbe bello scoprire che proprio dal mercato azionario sono arrivati i capitali più a buon mercato per sostenere le aziende trovatesi prive di una quota importante del loro fatturato e della disponibilità delle banche a concedere credito. Questo significherebbe che il valore creato dalla ripresa tornerà nelle tasche di chi ha rischiato e dato fiducia alle Spa in difficoltà. La recessione 2008-2009, e ancor prima il crollo dei mercati immobiliare e finanziario, è stata l’occasione per reiterare le care vecchie. La musica è sempre la stessa.
WE ARE THE CHAMPIONS – A smontare l’idea che la richiesta dei capitali sia un segnale dell’utilità del mercato azionario nel dare flessibilità al sistema economico nei momenti di crisi basta la considerazione che le due operazioni più importanti Enel (8 miliardi) e Snam (3,5) ci sarebbero state comunque. Entrambe sono detta
te dalle strategie di crescita delle capogruppo coinvolte, mai messe in discussione dall’azionista pubblico, sempre disposto ad assecondare le richieste dei propri campioni nazionali anche quando è evidente che ci rimetterà del denaro come qualsiasi altro socio. Enel ha finanziato così la sua costosissima campagna di crescita internazionale, Eni invece ha trasformato in moneta sonante alcuni asset (Italgas e Stogit), difficilmente vendibili a chiunque, spostandoli alla controllata Snam Rete Gas. In pratica Snam ha chiesto soldi al mercato per l’acquisto e ha girato il tutto alla capogruppo. L’ad di Eni, Paolo Scaroni, peraltro si prepara a incassare due volte visto che potrebbe anche vendere un parte del 50% posseduto di questa “nuova” Snam. Gli azionisti Eni ed Enel invece hanno dovuto contabilizzare un calo del valore dei loro titoli per effetto dell’aumento della carta in circolazione e la prospettiva (certa nel caso di Enel, probabile nel caso di Eni) di una riduzione dei generosi dividendi percepiti finora.
ANCORA TU? – Un’altra pattuglia di ricapitalizzazioni “patologiche” è quella delle società in crisi da molti anni e che vivacchiano tra quasi-fallimenti, rinascite, piani disperati e salvataggi improbabili. A questa categoria appartengono Seat Pagine Gialle, Tiscali, Camfin, Pininfarina e Chl: paradossalmente per costoro la difficoltà generalizzata dei settori in cui operano si è rivelata utile nell’ottenere dal mercato un’ennesima possibilità senza che le loro deludenti performance del passato spiccassero rispetto alla solidità dei concorrenti. Naturalmente le storie aziendali differiscono, così come i demeriti dei manager e dei proprietari, ma non c’è dubbio che Seat o Tiscali avevano bisogno di nuovo denaro già nel 2007 e nel 2009 sono riuscite ad ottenerlo con sorprendente facilità.


