L’economia ricomincia a crescere, ma la produzione industriale è diminuita del 20% e l’occupazione calerà ancora per tutto il 2010. Invece delle solite considerazioni da economisti, ascoltiamo la voce di un operaio, terza elementare, della Merloni di Nocera Umbra
E’ un po’ che devo aggiustare le cerniere dell’armadio. Un amico mi consiglia di rivolgermi a Giulio F.. Qualche giorno fa è venuto a casa, la faccia antica da contadino in trasferta in
città. Mentre inizia a lavorare gli porto un caffè. E mentre lavora, parla, parla, parla.
LA MERLONI CHE NON C’E’ PIU’ – Giulio è un operaio in cassa integrazione. Lavorava alla Antonio Merloni, 1000 e passa dipendenti tra Nocera Umbra e Gualdo Tadino. Un’azienda che qualche anno fa sembrava invincibile e adesso è in crisi nerissima, messa definitivamente in ginocchio dalla crisi economica. “Quando sono entrato ragazzino alla Merloni per fare un frigorifero eravamo in dieci e ci mettevamo 8 ore. Gli ultimi tempi in dieci facevamo 5 frigoriferi in 4 ore. Ma quando tutti hanno il frigorifero, che cavolo facciamo, mi chiedevo?” Giulio è un falegname all’antica, ha solo la terza elementare in tasca. Io sto lì a scrivere e lui parla. “Merloni era un imprenditore vecchio stampo, di quelli che arrivano in fabbrica per primi ed escono per ultimi. Un uomo senza fronzoli. Il padrone, certo. Ma ti rispettava e lo rispettavi. Mentre tutti gli altri se ne andavano in giro a speculare in borsa, a comprarsi barche lui se ne stava lì, nella fabbrica arroccata tra le montagne dell’appennino”. Non ho il cuore di dire a Giulio, che una fabbrica in un posto in culo al mondo oggi è antieconomica.
NESSUNO CI VUOLE – Ma lo sa già: “Certo, così non reggi la concorrenza di chi sta già attaccato al mare, o alle ferrovie, o alle autostrade. Ma l’Italia è piena di gente che vive in mezzo ai paesi, che facciamo: ci trasferiamo tutti e 60 milioni in Brianza a fare mobili, scarpe, pentole?”. No Giulio, vedi, le cose sono un po’ più complicate. Ma Giulio è un fiume in piena. “E allora quando siamo andati in crisi la fabbrica nostra non interessa a nessuno. Se non sei nato da quelle parti vedi solo che è un posto scomodo, i
rraggiungibile. Mica pensi che quella fabbrica regge una comunità, che dietro ci sono io, il mio amico Giovanni, e mille famiglie, più tutto quello che gira intorno. Non te ne frega niente”. Certo, Giulio. Il radicamento dell’imprenditore locale non è quello delle multinazionali dei manager senza patria, se non i soldi. Ma questo è il capitalismo, bellezza. “Un giorno sono venuti quelli dell’IKEA. Bel posto hanno detto. Bella fabbrica, brave maestranze. Ma in un posto così non ci veniamo neanche morti” E già Giulio, è così. “E’ che adesso vanno tutti all’estero a fare i mobili, i frigoriferi, le scarpe. Tutti: i marchigiani, i veneti, i lombardi, i nostri. Sa quanta gente se n’è andata a fabbricare in Romania, o direttamente laggiù in Cina?”



Questa intervista è la cosa più sensata e vera che io abbia mai sentito sulla crisi e sulla situazione economica italiana. Molto meglio delle stronzate di questi pseudo economisti, finti esperti che ci sono in giro.
davvero bravo Carlo
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Complimenti anche da parte mia all’autore del pezzo, veramente un ottimo articolo.
Che saggezza e che visione strategica nelle parole di un semplice falegname con la terza media ! Incommensurabilmente superiore a quella della larghissima parte dei politicanti, solerti servi del sistema finanziario che ha devastato il mondo, a cui la maggior parte di noi affida i destini nostri e dei nostri figli con una ignavia che è incoscienza pura. A margine non può che indurre nelle persone intrelligenti amarezza e disincanto l’ affermazione dei baldi uomini della “democratica” multinazionale svedese che disvela la loro reale concezione della funzione sociale dell’ azienda, sempre utilizzata quando fa comodo ed è strumentale ad incrementare le loro vendite e quindi il capitale personale multimiliardario dello psicopatico fondatore ed ancor oggi unico proprietario, ma non viene mai declinato nei termini di una redistribuzione equa e corretta delle risorse drenate ad una nazione. Saluti