E’ il titolo di un bell’articolo-amarcord di Sergio Rizzo pubblicato sul Corrierone di oggi: “1994-2010 Le promesse (tradite) sulle tasse“, nel quale si ricorda, visto che il tema è tornato d’attualità, le infinite querelles sull’imposizione fiscale da tagliare che hanno coinvolto i vari governi Berlusconi succedutisi nella storia. A partire dalla prima: la fantastica aliquota unica al 33% che l’allora consigliere economico di Silvio, il professor Antonio Martino, aveva proposto nella prima campagna elettorale dell’allora Polo delle Libertà: un’idea bollata dall’allora candidato pattista Giulio Tremonti come “miracolismo finanziario“, e che finì presto nel dimenticatoio. “Poi le aliquote diventarono due: 23% e 33% – ricorda Rizzo - Berlusconi prese l’impegno solennemente in televisione davanti a Bruno Vespa, firmando il contratto con gli italiani. E il
superministro dell’Economia Giulio Tremonti si mise d’impegno. Radioso, il Cavaliere annunci , presentando la Finanziaria 2003: «La riduzione dell’Irpef partirà dal prossimo anno e riguarderà 28 milioni di italiani». In effetti il Parlamento approvò una legge delega che prevedeva non soltanto le due aliquote, ma pure (qualcuno oggi se lo ricorda?) la famosa «armonizzazione della tassazione delle rendite finanziarie». Ovvero: meno tasse sui depositi bancari, riducendo quell’indecentemente alto prelievo del 27% sugli interessi già mesistenti dei conti correnti, e aumentando quell’indecentemente bassa imposta del 12,5% sugli investimenti finanziari e le speculazioni di borsa”.
Già, fa notare Rizzo: proprio quella proposta che poi tornò d’attualità con il governo Prodi, e che il centrodestra bollò come furto in quei due anni. Purtroppo, nessuno dell’allora maggioranza riuscì a ricordare che era stata portata sul tavolo anche dall’avversario politico, come succede oggi per tante proposte sulla giustizia. “Inutile dire che il 3maggio del 2005 la legge delega con le due aliquote e l’armonizzazione» delle imposte sulle rendite era scaduta senza essere applicata: il governo non aveva mai fatto i decreti legislativi per attuarla. E Tremonti ammetteva con onestà: «L’aumento della tassazione delle rendite finanziarie sarebbe un grave errore anche se ideologicamente condivisibile». Nel frattempo le aliquote Irpef erano già diventate tre: 23%, 33%, 39%. Poi quattro: 23%, 33%, 39%, 43%. Pur riluttante, il successore di Tremonti, Domenico Siniscalco, sottoscrisse una riforma che i colonnelli del centrodestra, alle prese con sondaggi traballanti, giudicavano assolutamente necessaria per risalire nei consensi. L’Irpef fu nimodulata su quelle quattro aliquote e tagliata di circa 6 miliardi di euro. I contribuenti esultarono. Ma in compenso vemiero investiti da una raffica di aumenti per i bolli e altre imposte marginali”.
Dolori & dolori, insomma, per il Cavaliere che sull’argomento fiscale ha sempre fatto splendide campagne elettorali. Qualcuno ha invece notizie del quoziente familiare (cioè il sistema fiscale basato sulla tassazione del reddito della famiglia diviso per i componenti del nucleo, considerato come prioritario nel centrodestra da voci autorevoli come quella del sindaco di Roma, Gianni Alemanno, e la candidata alla presidenza della Regione Lazio, Renata Polverini), di cui Berlusconi ogni tanto parla? “Introdurremo il quoziente familiare prendendo le risorse dall’evasione fiscale», ha promesso di nuovo il i6 marzo 2008. Venti giorni più tardi: «Porteremo l’aliquota massima al 33%, con le risorse che verranno dalla cura in profondità che attueremo per diminuire i costi dello Stato». Nell’attesa sono arrivati il terzo e il quarto scudo fiscale. Nonostante Berlusconi e Tremonti avessero proclamato prima delle ultime elezioni: «Basta con i condoni». E nonostante da dieci anni ormai sia stata dichiarata guerra all’Irap («Quella tassa farà una brutta fine», sparò il Cavaliere l’8 maggio del 2001 ancora a Porta a Porta), quella imposta sopravvive imperterrita. Non resta, a questo punto, che sperare almeno nella cancellazione del bollo per l’auto, le moto e i motorini: l’ultima promessa che Berlusconi ha fatto in campagna elettorale“. Troppo pessimista, Rizzo: dà già per fallita l’annunciata riforma, dimostrando poca fiducia nei confronti del Partito dell’Amore. Malfidato.
(vignetta di Mauro Biani)






















[...] è la riforma di Silvio Berlusconi (che in effetti un po’ in ritardo) che Antonio Di Pietro si è detto già disponibile a [...]
Spiacente Rizzo, stavolta sei stato “bruciato”
Non basta riempirsi la bocca di economia di mercato: dal 1994 ad oggi solo parole…parole…parole, e i fatti?
E’ una riforma fiscale, a mio avviso, che probabilmente richiede “tempi lunghi” per poterla attuare, quindi, da considerarsi come un ottimo optional per le prossime elezioni governative del 2013.
Quando si ama, pensare ai soldi (quelli che escono dalle tasche degli altri, non quelli che entrano nelle proprie, sia chiaro), è superfluo.
Silvio ritorna intonso sulla scena pubblica,sorriso catatonico e non una piccola cicatrice postumo dell’incontro con il duomo (in scala)di Milano, sarà perché oramai è più plastificato di una bambola Barbie. Attorniato dalle solite aspiranti veline si produce nella consueta omelia fatta di promesse. L’IRAP non è stata tolta, nonostante le pie intenzioni?!? Che importa passiamo ora all’IRPEF : due sole aliquote al 23 e 33%. Non si potrà fare perché mancano le svanziche ma che ci frega intanto la balla è andata e le elezioni regionali si avvicinano. Per settimane state certi non si parlerà d’altro, illustri economisti teorizzeranno sulla fattibilità della riduzione fiscale, professionisti della politica analizzeranno gli aspetti della vicenda, esimi commentatori alla Panebianco ci diletteranno con le loro analisi socio politiche sul carisma berlusconiano, avanti così, in questa bella Italia di teledeficienti. Non una parola da parte di mr.Bean sui fatti calabresi ma ce l’aspettavamo quattro negracci puzzolenti di sudore non fanno glamour meglio sorvolare che queste faccenduole sporche, queste cose le gestisce quello scienziato di Maroni.