Esteri

Cinque miti da sfatare sul terrorismo kamikaze

11 gennaio 2010

Un’analista di Harvard spiega che i luoghi comuni sulla guerra fondamentalista sono in buona parte falsi. In particolare, i paesi d’origine, le condizioni sociali, i governi repressivi d’Oriente. E persino il furore ideologico non sarebbe un sintomo sicuro.

Il fallito attentato di Natale contro il volo Amsterdam-Detroit è solo un’altra dimostrazione di come non sia possibile individuare Paesi d’origine o profili psico-sociologici che con maggior probabilità possano essere associati a terroristi. “Più apprendiamo su ciò che rende le persone vulnerabili al reclutamento da parte di organizzazioni terroristiche, meno rimangono in piedi le generalizzazioni di un tempo”, dice con stupore Jessica Stern, della Task Force sulla sicurezza nazionale e il diritto della Hoover Institution, docente alla scuola di legge di Harvard, e autrice del saggio «Terror in the Name of God: Why Religious Militants Kill». Nella sua analisi che pubblica oggi il Washington Post vengono evidenziati cinque miti da sfatare sull’argomento.

COMINCIAMO MALE – Secondo la Stern, il primoè addirittura il nuovo elenco dei 14 paesi (Afghanistan, Algeria, Cuba, Iran, Iraq, Libano, Libia, Nigeria, Pakistan, Arabia Saudita, Somalia, Sudan, Siria, Yemen) da cui individuare passeggeri aerei da sottoporre a controlli più accurati, secondo il regolamento della Transportation Security Administration Usa diramato solo la scorsa settimana. Praticamente, una delle decisioni fra le più importanti secondo l’Amministrazione Obama. E nemmeno la ricchezza sarebbe una dirimente, anzi: non è neanche vero che la maggior parte dei terroristi proviene da famiglie benestanti, come Umar Farouk Abdulmutallab, Osama bin Laden e alcuni degli attentatori dell’11 settembre del 2001. “I terroristi hanno background socio economici di tutti i tipi”, sottolinea la Stern.

DISOCCUPATI E ISOLATI – Dei 25mila presunti insorti e terroristi detenuti dalle forze americane in Iraq dal 2007, quasi tutti erano disoccupati prima di essere reclutati e la maggior parte delle 639 persone condannate per terrorismo in Arabia Saudita e sottoposte a un programma di riabilitazione, che include anche un aiuto a trovare moglie, proviene da famiglie con reddito medio basso (solo il 3% di loro, confermano dati del ministero degli Interni saudita, è ricco di famiglia). Altrettanto falso sostenere che i membri di al Qaeda siano nati e cresciuti in paesi con governi repressivi in Medio Oriente. Il cuore della rete, quello responsabile degli attentati dell’undici settembre, “è ora basato in Pakistan, ma le organizzazioni terroristiche che rivendicano l’affiliazione con al Qaeda includono al Qaeda nel Maghreb islamico, basata in Nord Africa, l’indonesiana Jemaah Islamiah e al-Shabab, che combatte nel sud della Somalia e recluta occidentali”. A queste organizzazioni vanno aggiunte “le cellule e i singoli individui indipendenti in tutto il mondo. È quasi impossibile identificare o quantificare questo seguito più famoso perchè non è basato in alcun posto: questi terroristi fatti in casa possono essere scoperti ovunque, perfino a Fort Hood”, aggiunge Stern, riferendosi all’autore della strage del cinque novembre scorso nella base militare americana.

NON E’ UNA QUESTIONE POLITICA – “Non c’è un sistema politico particolare che promuova o scoraggi in modo affidabile il terrorismo. E la democrazia non è la cura universale che spesso si dice sia”, aggiunge Stern, citando il caso dell’India. L’analista di Harvard, Roberto Abadie, ha inoltre dimostrato che un periodo particolarmente pericoloso per il reclutamento di nuovi terroristi è quello della transizione di un Paese alla democrazia (Spagna alla fine degli anni settanta, la Russia dopo la caduta dell’Urss e l’Iraq di oggi). Non è vero neanche che al Qaeda sia composta da fanatici religiosi. La mano d’opera del terrorismo che sostiene di avere motivazioni religiose dimostra invece una certa ignoranza dei precetti dell’Islam. Sempre in Arabia Saudita, per esempio, un quarto dei terroristi ammessi nel programma di reinserimento hanno un passato di criminalità comune, spesso con condanne legate agli stupefacenti. Solo il cinque per cento di loro ha coperto una carica religiosa.

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