Il comandante della stradale

10/01/2010 - La paura è una droga potente e via via che passava il tempo avevo bisogno di dosi più potenti per sterilizzare i dolori che mi portavo dentro. Ben presto non il pensiero che fosse mio figlio ma anche che potesse

     
 

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La paura è una droga potente e via via che passava il tempo avevo bisogno di dosi più potenti per sterilizzare i dolori che mi portavo dentro. Ben presto non il pensiero che fosse mio figlio ma anche che potesse succedere a mio figlio mi divenne insopportabile. Quando arrivavo sul posto mi immaginavo la scena di me che lo soccorrevo; come in una fiction strappalacrime mi immaginavo mentre lo tiravo inanime dalle lamiere e lo portavo in braccio all’ambulanza. Arrivai anche a vedere nel volto di quegli anonimi giovani quello di mio figlio: a volte per qualche istante a volte per lunghi tremendi secondi. Alla fine la paura arrivò a coprire tutta la giornata, da quando mi svegliavo a quando l’insonnia veniva vinta dalle prime luci dell’alba: tutto era annebbiato, svuotato da ogni emozione che non fosse questa insopportabile ansia. Quando non vi era rimasto quasi più niente del padre e del capo spiritoso e comprensivo decisi di parlare con mio figlio. Il dolore mi aveva fatto optare per una intimazione a vendere entro una settimana la moto, sfruttando le vacanze di Natale, che ero pronto ad alleviare con una settimana a Londra.

Cercai di dirglielo per via indiretta ma lui non capiva, diceva che la moto andava bene e non c’era bisogno di cambiarla, che va beh che il tempo era cattivo ma non c’era bisogno di lasciarla in garage. Via via che passava il tempo diventavo più nervoso e così quando gli sparai che doveva venderla e basta ero furioso. Me ne andai via prima che potesse avere una qualsiasi reazione ma comunque in tempo per leggere in lui che il mio mito era tramontato per sempre. Mi fece sbollire per un paio di giorni, parlandomi con monosillabi ed evitandomi il più possibile. Poi, una sera venne da me e mi disse: “Ok, lascia perdere il viaggio a Londra ma prima di vendere la moto voglio dimostrarti che non sono più un ragazzino e che posso fare quello che tu facevi da giovane. Poi deciderai e farò tutto quello che vuoi. Domani che non sei in servizio ho prenotato una oretta in pista”.

Il giorno dopo ci vestimmo come due astronauti e prendemmo la sua moto e quella di un amico. Il tragitto fu tranquillo ma quando arrivammo in pista la musica cambiò. Semplicemente mi lasciò dietro. Io ero arrugginito con la moto ma la sua era una altra classe. Riconoscevo il suo talento e non potevo che ammirarlo. Quello era il mio bambino, quello il tranquillo ragazzino che studiava e ogni tanto prendeva la moto, quello il ragazzo che io volevo rendere triste. Non ebbi il coraggio di dirgli che avevo cambiato idea: semplicemente non gli dissi più niente e la moto restò lì dove era. Ma io non ero più lo stesso: gli incubi cominciarono a diradarsi e ogni volta che mi ritrovavo in una situazione difficile pensavo a quanto fossi fortunato perché mio figlio era a casa, vivo, tranquillo e soprattutto felice. Un figlio che non era più un bimbo che io dovevo guidare dappertutto ma che camminava con le sue gambe. Anzi volava. E io su quelle ali cominciai a viaggiare, a rivedere me stesso e la vita con gli occhi di un sedicenne. Per capire che la stessa vita, fatta di lunghe faticose giornate, gli stessi incontri, orrendi o dolci che siano, possono portarti alla gioia o alla disperazione, alla serenità o agli incubi, alla felicità o alla più cupa tristezza, a seconda di quello che il nostro cuore si porta dentro. Ed io finalmente, riportavo l’amore smarrito per mio figlio.

     
 

1 Commento

  1. Lisa72 scrive:

    … 3 figli… non oso pensare che tra 7 anni il più grande avrà l’età per il motorino…….

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