Aurora
10/01/2010 - “Buongiorno, dottor Accardi.” Gli disse una simpatica estranea. Bonalumi trasalì, dimostrando che pensava con disappunto al fatto che la neoassunta, pur avvertita, aveva dimenticato che il capo supremo – fino a quel momento assente per motivi di accattonaggio – non
“Buongiorno, dottor Accardi.” Gli disse una simpatica estranea.
Bonalumi trasalì, dimostrando che pensava con disappunto al fatto che la neoassunta, pur avvertita, aveva dimenticato che il capo supremo – fino a quel momento assente per motivi di accattonaggio – non voleva sentire titoli accademici.
Ad Alamaro venne da sorridere delle manie di Alessio.
Alamaro si rivolse alla ragazza. “Scusi, signorina, ma il suo nome mi sfugge.”
“Aurora.”
Ringhio di disappunto di Bonalumi.
“Oh, mi scusi. Sono Piazza. Sono la sua nuova assistente, Accardi.” Si
corresse Aurora.
Ringhio di assenso di Bonalumi.
“Buongiorno, Aurora. E benvenuta.”
“Buongiorno anche a lei, Chiara.” Disse a Bonalumi, che fu molto infastidita dall’essere chiamata per nome da un uomo con cui non voleva spartire alcuna confidenza. “Bentornato, Accardi” gli disse, sottolineando ogni sillaba del cognome, perché non le andava che le regole fossero cambiate. Quella era la sede di una multinazionale, non la reggia di un monarca assoluto, e lui non si doveva permettere il capriccio di diventare affettuoso senza preavviso. “Com’è andata la vacanza?” Accardi comprese il messaggio, ma Alamaro se ne infischiò. “Bene, Chiara. Sono felice di vederla. Come sta?”
“Bene.” Gelo di Bonalumi.
Cosa ti dice la gente quando ti parla? Raramente sta significando ciò che comunica. Ti sta dicendo un’altra cosa, di solito. Uno dice che gli piace una cosa per dirti che non gliene piace un’altra. Si elogiano persone al solo scopo di porle in gloria come contraltare di chi glorifichi tu. Gli uomini vedono il prossimo come una scultura antropomorfa da abbattere. Ad Alamaro un tempo piaceva decapitarle, le sculture, e lo faceva per abitudine, quasi senza accorgersene. Ora non gli interessava più. E non interpretava il significato delle frasi dei suoi simili, mai. Aveva sempre ignorando i pareri, e non gli era mai importato nulla delle convinzioni etiche ed estetiche degli altri. Questo lato del suo carattere passato peraltro l’aveva salvato volentieri.
“Ah, dimenticavo di presentarmi.” Tese la mano ad Aurora. “Piacere, sono Alamaro.”
Quel nome risuonò nell’aria e nelle orecchie di Bonalumi come un suono marziano. Ma a Bonalumi non importava niente, del vero nome di Accardi. Vide che Aurora era già innamorata del capo, com’era prevedibile, e pensò con piacere che per fortuna lei era immune del fascino di quel pallone gonfiato. Alamaro entrò in ufficio e si sentì fuori luogo. Non aveva in mente nulla di quello che doveva fare. Si sedette e si materializzò nel suo cervello un pensiero. Non si può vivere di una sola idea. Per quanto fruttuosa e redditizia, è sempre una. Un singolo scopo invece può bastare, se è di buona qualità. Alamaro sapeva di essere, per fisiologia e necessità, un demiurgo di nuove idee. Ma volte a quale scopo? Economico. Economico come di basso prezzo, di esiguo valore. Tutto in quel posto lo rivendicava. Economia come risparmio di sé in vista di un conto corrente. Ecco, aveva formulato il concetto. Troppo aveva pensato al denaro.
Due punti fermi in pochi minuti. Uno, le persone in genere ti dicono una cosa per dirtene un’altra. Due, quando l’immagine del tuo stesso successo ti appare svilita, è ora di cambiare rotta. Alamaro era stato per se stesso un Virgilio, perché da solo si era tirato fuori dall’inferno ed era entrato in gloria terrena dentro quel purgatorio che era la sua esistenza in prestito.
Come altrimenti definire la vita di uno che abita in albergo? Di uno che si fa chiamare con un nome che non è il suo? La permanenza in purgatorio, per quanto a lungo possa durare, è per definizione temporanea. Finito di purgarsi, si ascende. Nel momento esatto in cui pervenne a questo concetto, Alamaro decise di cambiare tutto. Doveva traghettarsi in paradiso, su ciò non sussisteva il minimo dubbio. E anche se il paradiso non esiste, si sarebbe traghettato lo stesso da qualche parte analoga. E se pure quella non fosse esistita, sarebbe affondato con il traghetto, durante il viaggio. Come quel giorno che era partito da Venezia, e dalla Camargue, e da Londra, e da Parigi, aveva deciso e stava già agendo. In questo Alamaro e Alessio erano uno, come una per lui era la parola con l’azione.
Certo gli serviva tempo per organizzare, ma la cosa era fatta. Doveva tenersi dei soldi, molti soldi, perché non era un santo che si spoglia di ogni bene senza controindicazioni. Si sarebbe tenuto una via di fuga, l’opzione permanente di un albergo cinque stelle. Fatta salva l’illustre rendita, tutto il resto lo avrebbe fatto convogliare, con un meccanismo perfetto, in una fondazione a scopo benefico con donatori anonimi. Afferrò il telefono accendendo il computer, perché c’era da pianificare, fare conteggi, prendere decisioni millimetriche. La fondazione aveva già un nome: Beatrice.












