A Milano si registra un enorme spreco di pane invenduto quotidianamente e gettato nella spazzatura; è certo che tale episodio va moltiplicato per le centinaia di città e cittadine italiane. Perché accade questo?
Io lo vedo, negli scaffali addetti dei supermercati, il pane triste. Pane mogio, soffocato, che non desidera altro che ritrovare il respiro negato da un opprimente cellophane. Ma nessuno lo vuole: rimane lì, ignorato, vilipeso, destinato alla discarica o, se più fortunato, al fuoco di un inceneritore. È un pane che non è mai stato vivo, in fondo, nemmeno in quel processo “magico” della lievitazione. Perché al pane, a questo pane industriale, mancano oggi gli ingredienti essenziali che lo rendono a noi fratello, sacro alimento: le mani, l’amore. Infatti, come fa a esserci sentimento in una farina cresciuta a
fitofarmaci, in un’acqua al cloro, in un lievito dopato, in una lavorazione tutta meccanizzata che evita ogni contatto con mani umane? Il pane, una volta spinto fuori dall’utero del megaforno crematorio, profuma di falsità. Presto corre sui nastri per il confezionamento e si dirige verso la Grande Distribuzione su furgoni bianchi che vanno a metano per far sì che il Panificio abbia la certificazione di ditta a basso impatto ambientale. Toccare questo pane è come toccare un osso, un osso umano. E lo sconforto assale di chi ha il coraggio di entrare in contatto con questa cosa amorfa, di fronte alla quale mestamente constatiamo, come Amleto (Atto V, Scena 1) che «quel [pane] una volta aveva una lingua dentro di sé, e sapeva cantare», e ora non canta più, produce solo uno squallido rumore metallico, come di cranio, appunto, battuto in terra, deriso, non voluto, rifiutato.
OFFESA? - Non c’è nessuna offesa, quindi, nessuno scandalo nelle tonnellate quotidiane di pane che vengono gettate nei cassonetti: è la loro giusta destinazione. Perché un pane così è immangiabile per definizione e non c’è nessuna valida educazione alimentare che possa far credere il contrario. È un pane di merda, insapore, inodore, istantaneamente deperibile, inutilizzabile. È un pane che si appiccica ai denti, che gratta la gola, che rende acida la digestione, che infrena le vie intestinali, le calcifica, le ottunde: un pane mattone, utile forse soltanto per costruire grattacieli negli Emirati Arabi. Un pane di cemento buono per l’edilizia, dunque. Un pane che sarebbe ulteriormente crudele fornire agli affamati, come, in fondo, tutti i prodotti di scarto da discount, da colletta alimentare. Lo spreco del pane, di questo tipo di pane nato morto, non è, dunque, per niente scandaloso, contrariamente a quando sostiene il Cardinal Bagnasco, presidente della Cei. Di più: il valore simbolico di questo pane è pari a zero, in quanto nasce già come scarto, rifiuto. Provi lui, infatti, a comprare un qualsiasi tipo di pane industriale uscito dal forno all’una di notte di un giorno x e mangiarlo la sera verso otto: più che una fetta di pane si troverà a masticare una fetta di osso di seppia. Va be’, ci sarà sempre, poi, un Claudio Magris o una mamma o una nonna a ricordarci che il pane non si butta perché ai tempi di guerra e bla bla bla.



Perché? Vogliamo parlare del pane di Lariano? Io mangio solo quello… E qui a Velletri è quello che costa di meno…
c’è anche chi lo butta perché dicono che faccia ingrassare;)
comunque, vero “Perché al pane, a questo pane industriale, mancano oggi gli ingredienti essenziali che lo rendono a noi fratello, sacro alimento: le mani, l’amore”