L’elezione diretta del Premier è già realtà

03/01/2010 - Le riforme non faranno altro che ratificare il trend attuale che sposta dal Parlamento al governo la maggior parte delle iniziative legislative Sotto certi punti di vista l’introduzione dell’elezione diretta del Premier, che insieme alla eliminazione del bicameralismo perfetto, alla

     
 

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Le riforme non faranno altro che ratificare il trend attuale che sposta dal Parlamento al governo la maggior parte delle iniziative legislative

Sotto certi punti di vista l’introduzione dell’elezione diretta del Premier, che insieme alla eliminazione del bicameralismo perfetto, alla modifica dei regolamenti parlamentari e alla riduzione del numero di deputati e senatori, sono punti cardine delle bozze di riforma che di qui a poco cominceranno ad essere valutate, è già realtà. L’abuso dello strumento del disegno di legge da parte degli ultimi governi, infatti, insieme alla sensibile riduzione delle iniziative parlamentari trasformatesi in legge, rende sicuramente meno urgenti quelle nuove disposizioni auspicate oggi a destra quanto a sinistra. Le modifiche tese a rendere più celere ed efficace l’attività del governo sarebbero semplicemente la formalizzazione di un modo di legiferare già ampiamente consolidatosi nel sistema politico italiano. Sicuramente non è un’eresia ritenere che oggi il potere legislativo più che appartenere al parlamento sia oggi a completo appannaggio del governo.

ANCHE CON PRODI - Passa il tempo e diminuiscono sempre più, infatti, tra le proposte tramutatesi in legge dello Stato, quelle provenienti da iniziativa di uno o più parlamentari. Se allo scadere della XIII legislatura (1996-2001) quasi 4 testi su 10 tra quelli approvati definitivamente in parlamento erano firmati da deputati e senatori, oggi quell’indice è sceso addirittura al 15%. La quasi totalità delle nuove leggi è pura e semplice espressione del governo e dei ministri che lo rappresentano, pochi uomini che fanno le veci di tutti i diversi gruppi parlamentari ai quali appartengono e di tutte le diverse forze politiche che compongono la maggioranza di governo. La prassi che tende a scavalcare gli inquilini di Montecitorio e Palazzo Madama e vuole che venga affidato agli uomini del governo l’arduo compito di trovare la migliore soluzione senza scontentare nessuno degli azionisti della maggioranza, è in costante crescita. Durante il quinquennio berlusconiano 2001-2005 era già calato al 30% il numero di provvedimenti a firma di un deputato o un senatore, addirittura al 10% durante l’ultima esperienza di governo di Romano Prodi (2006-2008), alla guida di un esecutivo che per via dei numeri poco rassicuranti doveva necessariamente rifugiarsi nelle norme calate dall’alto. Nei primi 20 mesi della legislatura in corso il dato è rimasto comunque basso: 15%.

PIU’ DECRETI - Ed è la costante crescita dell’utilizzo dei decreti legge ciò che lascia maggiormente interdetti. Dal 17 % circa degli ultimi mesi di governo del centrosinistra nel periodo 1996-2001, si è balzati al 21 del 2005-2006, poi al 27% del biennio di governo Prodi, e all’oltre 30% di oggi. Attraverso questo pratico strumento legislativo, viene praticamente approvato di tutto: dai criteri per il concorso di dirigente scolastico, alle misure per il contrasto alla pirateria, dalle norme in materia di semplificazione normativa alle modifiche al codice della strada, dalla liberalizzazione dei mercati dell’energia alle nuove norme sulle intercettazioni telefoniche, piccole e grandi riforme dell’istruzione, dei trasporti, della giustizia, per non parlare del mercato finanziario e del sistema tributario.

OLTRE IL GOVERNO (QUASI) NIENTE - Cosa c’è – vien da chiedersi – tra i pochi provvedimenti di iniziativa parlamentare che son riusciti a percorrere tutto l’iter senza essere fatti propri dal governo ed essere messi nero su bianco in un batter di ciglia in un consiglio dei Ministri? C’è l’istituzione di alcune giornate nazionali, le disposizioni concernenti l’assegno sostitutivo, il passaggio di comuni da una provincia all’altra, la concessione di un contributo in favore della Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea, la modifica della denominazione e delle competenze di una commissione parlamentare, l’istituzione di altre commissioni, l’istituzione del premio annuale Arca dell’arte, le disposizioni per consentire la candidatura dell’Italia come Paese ospitante della coppa del mondo di rugby, norme per la valorizzazione di un’abbazia. Oltre questo ci sono le ratifiche di alcune convenzioni internazionali e una legge di contabilità e finanza pubblica. Onestamente, davvero poco. A tutto il resto ci pensa il governo.

     
 

3 Commenti

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  2. pippo scrive:

    Ci sono poi le proposte di legge popolare che non vengono discusse.

    Ora con il Trattato di Lisbona il Parlamento Italiano ha 2 mesi di tempo per bloccare eventuali leggi del Parlamento Europeo, le leggi si fanno al Parlamento Europeo i Parlamenti Nazionali sono ora un meccanismo di bilanciamento, potremmo quindi avere una sola camera.

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