“L’Italia dovrà chiedere aiuto”
di Dipocheparole - Charles Wyplosz pronostica il futuro del nostro paese
Sul Corriere della Sera Charles Wyplosz risponde a Francesco Giavazzi sul paragone Italia-Spagna, pronosticando per il nostro paese un futuro in cui dovrà chiedere aiuti:
A torto o a ragione, una volta che i mercati concludono che la situazione di un Paese è senza speranza accade quanto segue: i tassi d’interesse iniziano a salire; la dinamica del finanziamento del debito diventa esplosiva; e alla fine la situazione diventa davvero senza speranza. Nel 2009, non era scritto che la Grecia dovesse sprofondare in una crisi. Né lo era per la Corea nel 1997, il Messico nel 1986, o il Cile nel 1982. In tutti questi casi, i fondamentali non erano certo solidi come la roccia, ma non erano neppure completamente disastrosi.
In qualche momento, circa un anno fa, l’Italia si è spostata su un equilibrio negativo:
Ciò avrebbe potuto essere evitato se non ci fossero state crisi in altri Paesi dell’area euro. Come la Corea dopo le crisi della Thailandia e dell’Indonesia, l’Italia è colpevole per associazione. Come questi Paesi, l’Italia era vulnerabile e dunque suscettibile di finire nei guai. La vulnerabilità dell’Italia è il suo debito pubblico. Gli italiani sono orgogliosi di sottolineare che i loro governi sono riusciti amantenere avanzi primari di bilancio (avanzi di bilancio prima di pagare gli interessi sul debito, ndr) sin dalla prima metà degli anni ’90. Il problema è che questo è stato appena sufficiente a stabilizzare il debito pubblico, che fluttua attorno al 110% del Pil dall’inizio degli anni ’90.
Anche lo Stato italiano è ricco: detiene aziende redditizie e beni immobili preziosi.
Malgrado tutto il suo ammirevole patrimonio umano ed economico, l’Italia si è spostata su un equilibrio negativo al quale è estremamente improbabile che riesca a sfuggire. È vero, lo sdegno è perfettamente giustificato quando uno spreco di proporzioni enormi sta per avverarsi. E a pochimesi dalle elezioni politiche il momento è particolarmente frustrante. La tentazione di rimuovere e aspettare ancora un po’ è irresistibile. Ma aspettare non fa che far crescere il costo economico, sociale e politico della risoluzione della crisi quando quel momento inevitabilmente arriverà. La parabola della nave Le nostre mentimigliori non devono cadere in questa trappola. Invece, dovremmo tutti concentrarci su come evitare di ripetere ancora una volta gli errori di un passato lontano e recente. La troika dovrebbe immaginare condizioni radicalmente diverse e la Banca centrale europea dovrebbe accelerare nella sua determinazione, annunciata di recente, di fare «qualunque cosa serva», agendo di fatto da prestatore di ultima istanza ai governi e alle banche. In caso contrario la crisi non finirà. La Francia non è ancora lì, ma non è così lontana. E quando anche la Francia entrerà in crisi? Amici miei tedeschi mi spiace, ma l’albero maestro affonda con tutta la nave.












ma quale aiuto,ogni giorno ,con trombe squillanti, i burocrati assurti a ministri ed affrancatisi solo temporaneamente dai primi in grado, inneggiano di avere salvato la patria…