Who are you, Davide Serra?

Come l’ormai celebre comico agita le folle, ma le sue piazze sono quelle della finanza. Ma chi è davvero il misterioso gestore di fondi? E soprattutto, a chi presta i suoi servigi?

Per chi lavora il Beppe Grillo dell’alta Finanza? Si chiama Davide Serra, ex analista di 37 anni diventato poi gestore di fondi attraverso l’hedge fund Algebris. Il paragone con il comico genovese è d’obbligo per la veemenza con cui scuote i paludati salotti buoni del capitalismo italiano. Serra, come Beppe Grillo, riscuote consensi di chi lo considera un coraggioso innovatore e ma anche l’aperta avversione di chi lo ha già bollato come un furbo (e prezzolato) agitatore al servizio di «forze oscure». Il punto più alto della sua carriera Serra lo ha raggiunto domenica scorsa quando si è presentato all’assemblea della Assicurazioni Generali, “l’Istituzione” finanziaria più importante d’Italia, e ha contestato il presidente Antoine Bernheim. Le accuse più dirette sono che Bernheim è vecchio e guadagna troppo. Quelle più argomentate sono che il gruppo dirigente si garantisce la riconferma non per i risultati che ottiene, ma grazie al vecchio schema delle relazioni. Il forziere Generali investe nelle società indicate dei suoi azionisti più importanti (Mediobanca, Unicredito e alcune fondazioni amiche delle prime due) e nel solito circolo dei salotti buoni (Rcs, Italmobiliare, Telecom, Pirelli). Risolvere i problemi agli imprenditori amici è più importante che ottenere rendimenti positivi per i propri azionisti

La cronaca dice che ha perso: si è presentato con lo 0,5% di Generali, hanno votato per le sue posizioni solo il 3,5%, quasi tutti fondi stranieri (dicono ben 220). Voleva almeno un sindaco (controllore dei conti della società) e ha mancato questo obiettivo minimo, così come non è riuscito a ottenere l’appoggio delle forze “neutrali” come la Banca d’Italia o i fondi italiani. Rimane il gesto dimostrativo. Giovanni Pons su Repubblica ha scritto: «È come dire ai tifosi del Milan che il Milan di Galliani e Ancelotti avrebbe vinto di più se gestito da altri». Dà l’idea, ma considerando le amicizie e le relazioni dell’ottantenne Bernheim direi piuttosto che Serra si deve sentire come se fosse andato a San Pietro chiedendo di sostituire Ratzinger perché «con il mondo che cambia è sbagliato affidarsi ad un vecchio tedesco in odore di nazismo».

Sono mesi che questo braccio di ferro continua tra lettere ufficiali e articoli di giornali ufficiosi e non meno schierati. Nessuno ha detto con chiarezza perché Algebris - che finora gestisce più 2 miliardi di euro per conto di importanti istituzioni finanziarie – si è infilato in questa battaglia in cui ha moltissimo da perdere. La verità non ce l’abbiamo nemmeno noi, ma per utilità elenchiamo i possibili piani segreti di Serra con la percentuale di riuscita.

Davide Serra lavora per se stesso

È la versione che in pubblico si è sentito di sostenere lo stesso Bernheim: “Serra non è un santarellino, penso che abbia voluto fare questa operazione per gloria e interessi personali”.
La gloria sarebbe breve e di scarso valore visto l’avvertimento mafioso che lo stesso presidente gli ha riservato: “Vorrei che ricordasse che tra i suoi azionisti c’è in Santander dove Generali ha una partecipazione, e Intesa, dove siamo grandi socie e sono vicepresidente”. Come dire: appena posso ti taglio i fondi. Se veramente non ha le spalle coperte l’ex analista di Morgan Stanley è presto destinato all’oblio.

Davide Serra lavora per Algebris e altri fondi hedge come il Tci

In estate era l’ipotesi più probabile, per Serra è legato al fondatore del fondo Tci che fece un’operazione analoga sull’olandese Abn Amro. Con le sue lamentele Tci fece esplodere le contraddizioni nella banca olandese e incassò una lauta plusvalenza grazie alla prima Opa su scala mondiale messa in campo dalla cordata Santander, Royal bank of Scotland e Fortis. Se l’idea era quella, tutto si è esaurito a causa della crisi finanziaria dei mutui subprime. Il titolo non risponde più tanto alle fibrillazioni perchè pochissime banche e assicurazioni ora hanno i soldi per un’Opa su Generali. Inoltre il “cattivo” gestore Bernheim (e il suo ad Perissinotto) possono vantarsi di essere l’istituto di credito occidentale meno esposto alle perdite americane.

Davide Serra lavora per Intesa Sanpaolo

Il presidente Giovanni Bazoli si era detto preoccupato per la concentrazione di potere su Mediobanca-Generali creatasi dopo la fusione Unicredito e Capitalia. L’offensiva su Generali poteva servire a verificare la tenuta dei rapporti tra i due blocchi di soci che comandano in Mediobanca (primo azionista di Generali). I soci francesi, grandi sponsor di Bernheim, si sono subito scagliati contro Algebris. Unicredito si è ben guardata dal prendere posizione (non ha nemmeno partecipato all’assemblea). Saggia decisione, ogni sommovimento tra i grandi soci avrebbe dato la possibilità ad Intesa di proporre un nuovo equilibrio su Trieste. Ogni revisione le sarebbe stata favorevole visto che al momento è fuori dalla stanza dei bottoni nella compagnia. Possibilità non del tutto tramontata.

Davide Serra lavora per Unicredito

Versione opposta, ma analoga alla precedente. Il concetto di buona gestione dell’ad Alessandro Profumo è certamente più vicino ai principi professati da Serra che non quelli praticati da Bernheim. Ma visto che non sarebbe saggio chiedere un cambiamento ai suoi alleati in Mediobanca, Unicredit ha potuto avvantaggiarsi dell’attenzione suscitata sulla governance e i risultati di Generali, il tutto senza esporsi. Rimane una mossa rischiosa perché qualora venisse a galla un collegamento o anche solo un apprezzamento per l’operato di Serra, la resa dei conti in Mediobanca sarebbe inevitabile.

Davide Serra lavora per migliorare il sistema

È la meno probabile, ma l’unico punto di vista da cui si vede qualche risultato concreto. Algebris ha dimostrato diverse cose: 1) le minoranze si possono coagulare e nominare consiglieri e sindaci. 2) Ottenere un posto nel collegio sindacale serve a controllare la gestione di un’impresa. In Italia invece i sindaci più che controllori sono notai acritici di quello che decidono i Cda. 3) La Consob è pronta a interpretare la normativa per favorire le minoranze e la trasparenza. L’Autorità di Borsa ha bloccato la lista “di imprenditori amici” messa su dai Benetton per togliere anche la possibilità ad Algebris di ottenere un sindaco. Decisione non scontata e che crea un precedente utile già utilizzato in altre società quotate. 4) Gli alleati potenziali ci sono, il fondo pensione della Banca d’Italia si è astenuta quanto si è votato l’aumento dei compensi per i manager Generali.

Il governatore Mario Draghi non si è però convinto che sotto la lotta per un mercato più anglosassone e aperto di Serra non ci fosse qualche piano segreto e l’alleanza non si è concretizzata. Rimane la strada segnata e che la Banca d’Italia vuole proseguire: più poteri di controllo ai piccoli soci e dare anche ai fondi italiani maggiore liberta di critica togliendoli dalla proprietà dei grandi gruppi bancari.

(Luca Conforti è lo pseudonimo di un giornalista che lavora per uno dei più importanti quotidiani nazionali. La sua rubrica, Parco Buoi, si occuperà con cadenza settimanale di imprese, finanza e mercati, con un occhio al risparmiatore)

Tag: