La Rodotà, Facebook e gli amici di una volta

Signora mia, non esistono più le amicizie di una volta. Esattamente come le castagne, le lasagne e la pasta e...

Signora mia, non esistono più le amicizie di una volta. Esattamente come le castagne, le lasagne e la pasta e fagioli di nonna, anche l’amicizia ha perso il buon sapore del tempo antico. E la colpa, la colpa di chi è? Di Facebook, ovviamente. A spiegarcelo con dovizia di particolari è Maria Laura Rodotà dalle pagine del Corrierone, che, come tutti i giornali, in periodo natalizio ha il problema di dover uscire anche nei giorni in cui tutti sono sfrangati ad ingurgitar panettoni, e quindi la necessità di mobilitare i suoi opinionisti di grido a sfornare qualche banalità sul fenomeno del momento. E Facebook tira, tira, tira, quasi quanto una statuetta del Duomo. Così ecco l’ineffabile Maria Laura prodursi in un giudizioso temino, che, come tutti i temini che si rispettino, si apre con un bel grido di dolore cui non si può rimanere insensibili, ma è di una tale sottigliezza critica ed argomentativa che è meglio seguirlo passo a passo, con dovute citazioni: “L’amicizia al tempo di Facebook: non più una frequentazione continua fatta di serate, discussioni, reciproche consolazioni. Casomai, un dialogo virtuale fatto di battute tra individui che quando va bene si sono visti due volte. E allora: se abbiamo 768 «amici» su Fb, in che senso li abbiamo?” Mah, non so, Maria Laura, dato che le autorizzazioni sul tuo profilo le dai tu…fatti un esame di coscienza.

Se siete su Facebook, lo sapete già. E in questi giorni ne avete avuto la conferma. Quest’anno si sono fatti meno auguri a voce e per telefono e anche per e-mail; e tantissimi via social network, magari urbi et orbi. Ci sono stati meno incontri anche brevi per salutarsi“, continua poi. Già, magari una delle funzioni che ha assunto il social network è anche quella di salvarti da una serie di incombenze “sociali” che però sono una grande rottura di palle, quelle, per intenderci, che sono caratterizzate dal suffisso “-ino”: tipo dover fare il “salutino” all’ex compagna di banco delle medie che senti, appunto, solo per gli auguri di Natale, o mandare il “bigliettino” all’ex commilitone e famiglia o alla cugina che vive in Islanda, inviando con messaggio privato auguri che un tempo eri costretto a scrivere a mano su cartoncino assieme ad altri quaranta, tutti uguali. “In compenso, nei momenti in cui si riusciva a tirare il fiato, si andava online. Per scambiare due chiacchiere con qualcuno che non fosse un cognato; per annunciare sul proprio status che si era mangiato troppo; per fare battute sugli ultimi strani eventi italiani; per rincuorare tutti, a metà pomeriggio del 25, con dei «forza e coraggio, tra poco è finita». Poi magari ci si è visti con gli amici. I soliti. Non quelli, magari centinaia, che abbiamo su Fb“. Sì, perché purtroppo, Maria Laura, nella vita reale, anche la tua suppongo, non è che sempre hai a disposizione qualcuno che capisca le tue battute esasperate sul Natale o su Berlusconi, perché, sventuratamente, alle persone reali dico, capita pure di essere attorniati solo da cognati che adorano il Natale e anche Berlusconi. E siccome quelli nella vita reale, ahimè, essendo cognati, sotto Natale te li ritrovi appiccicati a pranzo e cena per tutto il santo giorno (anzi, per tutti i santi giorni dall’antevigilia a santo Stefano!), avere sotto mano un Facebook o un Friendfeed o un Twitter in cui per cinque minuti chattare con qualche altro disgraziato sotto assedio parentale è pur sempre una boccata d’aria fresca.

E che stanno portando la parte più evoluta del pianeta, insomma i 350 milioni di Facebook, quelli di Twitter e gli altri, a ridefinire il concetto di amicizia. Non più legame affettivo e leale tra affini che fa condividere la vita e (nella letteratura classica) la morte. Assai più spesso, un contatto collettivo labile che fa condividere video di Berlusconi, Lady Gaga, Elio e le storie tese“, contina. Cara Maria Laura, a parte l’apotropaica toccatina di palle (dell’albero di Natale, che avete capito? Sono pur sempre una signora!), mi sa che, tesoro mio, tu dell’amicizia nel mondo reale, fuori da Facebook, hai un concetto piuttosto alto: pensi ad Achille e Patroclo, come minimo, mentre fuori, nelle piazze e nei campielli, l’amicizia fra le persone vere è nel 90% dei casi quella cosa per cui ci si vede una volta ogni quindici giorni per un caffè e si sparla dei vicini, dell’ultimo video di Lady Gaga e di Elio e le Storie Tese. Cose che si possono fare anche su Facebook. Ma, a voler essere pignoli, nella chat di Fb si possono anche raccontare agli amici cose assai più serie, delusioni, aspirazioni, desideri personali, scelte politiche. Esattamente come si fa al telefono. E che è, Maria Laura, se telefono a qualcuno è un amico, e se chatto con lui invece no?

«l’amicizia si sta evolvendo, da relazione a sensazione. Da qualcosa che le persone condividono a qualcosa che ognuno di noi abbraccia per conto suo; nell’isolamento delle nostre caverne elettroniche, armeggiando con i tanti piccoli pezzi di connessione come una bambina solitaria gioca con le bambole» come dice William Deresiewicz, ex professore di Yale e saggista, autore di un saggio su The Chronicle of Higher Education e una conferenza sulla National Public Radio dedicata alle «false amicizie». Azz, le caverne elettroniche sono immagine potente, non c’è che dire. Sono chicchissime. Mi ricordano molto Platone. Quello che faceva brontolare i suoi personaggi contro l’uso della scrittura, perniciosa invenzione che ammazzava il contatto diretto e non assicurava la possibilità di accedere alla vera conoscenza, perché assistere ad un dialogo di Socrate con lui presente a scassarti le palle su ogni virgola non era la stessa cosa che leggerlo. Platone avrebbe odiato le chat? Ma il professore continua con tono sempre più apocalittico, e la Rodotà segue a ruota: «Le famiglie sono ormai andate e gli amici stanno andando via per la stessa strada». Ed è tutta colpa di Facebook, perché prima, è noto, le famiglie non si sfasciavano e gli amici erano sempre un bijoux…. Deresiewicz infierisce: «Essendo state relegate agli schermi dei computer, le amicizie sono qualcosa di più di una forma di distrazione? Quando sono ridotte alle dimensioni di un post in bacheca, conservano qualche contenuto? Se abbiamo 768 “amici”, in che senso li abbiamo? Facebook non include tutte le amicizie contemporanee; ma di certo mostra il loro futuro». Qualcuno dovrebbe spiegare al professore che cosa farsene dei 768 “amici”, che poi sono gente con cui si è in contatto, su Facebook, ognuno deve deciderlo da sé. Da che mondo è mondo, anche prima di internet, ciascuno di noi aveva agendine scritte a mano con i numeri di telefono ed indirizzi di una miriade di persone: alcune erano amici veri, altri conoscenti occasionali, altri familiari più o meno evitabili o evitati. La rubrica di Facebook funziona nello stesso modo, e se qualcuno pensa che tutti i suoi contatti su Facebook o tutti i numeri che ha nell’agendina scritta a mano siano gli amici del cuore, forse il problema è che lui ha uno strano concetto di “amicizia”, e tende a considerare “amico” chiunque gli rivolga la parola in bus per un secondo e mezzo… Morale: «L’immagine del vero amico, un’anima affine rara da trovare e molto amata, è completamente scomparsa dalla nostra cultura». A giudicare dall’articolo, cara Maria Laura, anche l’immagine del giornalista serio che si documenta e dà opinioni sensate non se la passa bene, eh. Però, non ti preoccupare: anche se sono su Fb non ti porto rancore: ora vado su Fb e, se ci sei, ti chiedo l’amicizia e magari ti mando pure un video di Elio in condivisione. Ok?