Da Cogne a Garlasco: i processi mediatici.
22/12/2009 - LE ANALOGIE - Notiamo che in tutti e tre i casi, gli inquirenti hanno accusato la stessa persona che aveva scoperto e denunciato il crimine. In nessuno di essi è stato possibile stabilire il movente. L’arma del delitto non è
LE ANALOGIE - Notiamo che in tutti e tre i casi, gli inquirenti hanno accusato la stessa persona che aveva scoperto e denunciato il crimine. In nessuno di essi è stato possibile stabilire il movente. L’arma del delitto non è mai stata ritrovata. La colpevolezza dell’imputato è stata sostenuta non tanto sulla base di elementi di prova diretti e univoci, quanto sull’assenza di elementi idonei a individuare altri possibili sospettati. Addirittura, nel caso dei fratellini di Gravina, il padre è stato arrestato quando ancora non c’era alcuna prova che i ragazzini fossero stati rapiti o uccisi (e quindi era ben possibile che si fossero spontaneamente allontanati facendo perdere le proprie tracce). Un’accusa di omicidio è un’accusa grave, tra le più gravi che possano essere contestate. I principi del nostro ordinamento giuridico vogliono che prima di arrivare a un processo, a carico dell’imputato debbano sussistere elementi incriminanti chiari e univoci, idonei a valere come prove nel corso del dibattimento. Il processo penale non è (non deve essere) una partita dall’esito incerto, una “scommessa”, un luogo dove “tentare” di far passare una tesi accusatoria. Lo testimoniano, tra l’altro, alcuni istituti importantissimi del nostro impianto penale: il Pubblico Ministero e la Polizia Giudiziaria, i
nfatti, hanno l’obbligo di ricercare e verificare tutti quegli elementi che possono dimostrare o sostenere non solo la colpevolezza ma anche l’innocenza dell’indagato; è prevista una specifica udienza per stabilire la sussistenza di elementi sufficienti per il rinvio a giudizio; nessuno può essere nuovamente processato per lo stesso reato, dopo una sentenza di assoluzione definitiva (mentre è sempre possibile chiedere la revisione di una sentenza di condanna, ove sopraggiungano elementi nuovi a favore del condannato). Quest’ultimo aspetto è estremamente importante: un processo imbastito con un quadro accusatorio fragile, può trasformarsi in un vero e proprio passaporto per la definitiva impunità di un assassino. Sarebbe quindi opportuno che gli inquirenti si prendano tutto il tempo necessario per raccogliere prove sufficienti a sostenere l’accusa e a ottenere una condanna, prima di andare in dibattimento. Se ciò non fosse possibile, se non c’è una ragionevole prospettiva di acquisire inequivocabili elementi probatori da ulteriori attività di indagine… allora è il caso di desistere, piuttosto che “tentare la sorte” in dibattimento. Ed è qui che entrano in gioco i media ed i processi mediatici. Giornali e televisioni creano attorno al “caso” una vera e propria aspettativa, e gli inquirenti sono pressati dall’opinione pubblica e dai propri superiori per assicurare rapidamente il colpevole alla giustizia. La positiva risoluzione di un omicidio “famoso” può poi diventare un bel trampolino di lancio per la propria carriera, mentre un insuccesso può comprometterla. Ed ecco, allora, che si tenta. Si “gioca la carta”, cavalcando anche i sentimenti che prorompono dal processo mediatico: la Franzoni è troppo innaturale per essere sincera; quel Pappalardi ha proprio l’aria del padre padrone che non esiterebbe a picchiare i propri figli fino a ucciderli; lo sguardo di Stasi assomiglia a quello di un gatto che si è appena mangiato un topo. Con la Franzoni è andata bene (nel presupposto che sia effettivamente colpevole, ovviamente): l’accusa ha retto e la sentenza di condanna ha attraversato indenne tutti i gradi di appello. Con Pappalardi è andata molto peggio: cosa sarebbe successo se i corpi dei fratellini non fossero stati ritrovati? Se si fosse arrivati al dibattimento, il quadro accusatorio era così inconsistente (non c’era nemmeno la prova del delitto) che probabilmente l’uomo sarebbe stato assolto. E se – per assurdo – fosse stato davvero lui a far sparire i fratellini, nessuno avrebbe mai più potuto incriminarlo. Ma non si può del tutto escludere che Pappalardi avrebbe potuto essere condannato per un delitto che né lui, né nessun altro, aveva mai commesso. Con Stasi… è ancora presto per dire se è andata bene o è andata male, in termini di Giustizia, in quanto la sentenza non è ancora definitiva. Il punto è che troppi processi non dovrebbero nemmeno iniziare. Non si deve “giocare una partita” sulla pelle di incolpati e vittime, non si devono caricare i giudici di responsabilità che attengono a chi deve sostenere l’accusa (non è facile assolvere, quando si ha la sensazione di dare l’impunità a un assassino nei confronti del quale gli inquirenti non hanno prodotto prove sufficienti). E’ vero che il dibattimento è comunque una partita da giocare, tra accusa è difesa. Ma dato che è lo Stato (ossia l’accusa) a decidere se, quando e con quali giocatori giocarla, ci si aspetta che lo faccia solo quando è ragionevolmente sicuro di vincere, e non per sfidare la sorte e sperare nella benevolenza dell’arbitro.













però credo ci sia una differenza palese tra Stasi, Gravina e la Franzoni. A Cogne siamo a sentenza definitiva, capisco le considerazioni e le contestazioni sulle prove ma ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso rispetto agli altri casi, a mio parere
mi pare che john lo dica sul finale (solo di stasi a dir la verità)
” Con Stasi… è ancora presto per dire se è andata bene o è andata male, in termini di Giustizia, in quanto la sentenza non è ancora definitiva. “
Una domanda tecnica: ho visto che s’è puntualizzato molto sull’assenza di moventi nei tre casi citati. Ma è così “decisiva” la presenza o l’assenza di tale fattore?
No, non solo non è decisiva ma nemmeno particolarmente importante, specialmente nel caso di delitti non premeditati che possono scaturire per ragioni impreviste. Però la “struttura risolutiva” è oggettivamente incompleta se manca la ragione dell’atto criminoso, o meglio se essa non è individuata in modo sufficientemente verosimile.
Perché mai un padre dovrebbe uccidere i suoi due figli? Perché una madre dovrebbe uccidere il proprio figlioletto mentre dorme? Perché uno dovrebbe uccidere la propria fidanzata? Chiaro, possono esserci risposte. Una punizione troppo severa, uno scatto di nervi, un litigio. Ma queste risposte dovrebbero avere qualcosa che le sostenga: precedenti di violenza, squilibri psichici, un tradimento, ecc…
Quando non si riesce ad individuare almeno un contesto verosimile e sufficientemente acclarato, ne soffre l’intero impianto accusatorio.
Sono, come quasi sempre mi capita, con quanto scrive John ed a questi casi aggiungerei anche quello di Sollecito e Knox. C’è qualcosa di profondamente malato nella giustizia italiana (in alcune zone della Sardegna augurare a qualcuno di finire in mano a “sa zustitzia” è peggio che augurargli la morte), peccato che l’unico che sta cercando di cambiarla non stia facendo altro che peggiorare la situazione.
Quante assurdità, si continuano a dire con leggerezza sulla Franzoni, da gente che parla tanto per parlare.
Nel caso di Cogne c’è stato molto più fumo di Garlasco e nessuna prova, ma solo una confusione iniziale che ha dato origine ad un’incredibile serie di errori e di trascendimenti, per vari e noti motivi, ben conosciuti da chi ha seguito questa tragedia con attenzione dal primo momento.
Nei pochi minuti di mancanza dell’alibi, Annamaria avrebbe compiuto il massacro del figlio, si sarebbe pulita da un mare di sangue che l’avrebbe macchiata ovunque, e avrebbe accompagnato l’altro bambino alla fermata in attesa del pullmino della scuola, condotto da un Vigile, il quale ha testimoniato che la Signora era come al solito gentile, ben vestita ed hanno fatto il consueto scambio dei pochi convenevoli.
Quindi avrebbe dovuto fare un lungo e approfondito bagno e ciò avrebbe fatto trovare delle tracce di sangue nelle condutture o nei sifoni; ricerche fatte accuratamente ed anche a più vasto raggio, non hanno portato a nessun riscontro e già solo per questo sarebbero state dovute delle scuse; il che è impensabile da parte dei nostri (tanti) e tanto superbi e infallibili (a loro dire) inquirenti; a cominciare da chi sprezzantemente tiene le redini e la frusta e si ritiene superiore al Popolo, che vigliaccamente Oltraggia.
Siccome, allo stato della tecnica, si riesce a trovare qualche traccia ematica anche dopo vari lustri in qualche casa in cui si è verificato un delitto e dove sono stati fatti accurati lavaggi per farle scomparire e c’è stato avvicendamento di vari inquilini con grandi pulizie e tinteggiature, non si capisce questo mistero dei 27 sopraluoghi del Ris, a meno che non rientri anche questo strano fatto, nell’inchiesta in corso in cui è indagato.
Comunque, seppure fosse passato molto tempo e ci fossero stati molti energici lavaggi quotidiani, sarebbe bastato esaminare solo qualche capello dell’indiziata, per avere una prova certa che avrebbe inchiodata o scagionata questa infelice Mamma e ciò avrebbe fatto risparmiare molte sofferenze e rabbia a tanta gente e una carrettata di miliardi a questo povero Paese, che finchè non avrà la Riforma di questa Ingiustizia è sempre a rischio di maggior imbarbarimento.
Talune osservazioni di Zione corrispondono ad alcune perplessità che sarebbe sensato avere sulla vicenda Cogne. Per quello che ho potuto leggere, le prove oggettive a carico della Franzoni sono discutibili, a prescindere dalle “sensazioni” di colpevolezza o innocenza che ciascuno di noi può avere.
Per questo ho inserito il caso Cogne tra gli esempi citati.
Personalmente ho serie difficoltà a considerare attendibile la perizia sulle tracce di sangue.
Probabilmente (io penso di sì) la Franzoni è colpevole. Ma non c’erano – a mio parere – prove sufficienti e adeguate per imbastire il processo.
Tuttavia tre gradi di giudizio hanno confermato la condanna e questo è un fatto.
La mia perplessità non mette in dubbio la colpevolezza della Franzoni ma l’opportunità di avviare un processo con un quadro accusatorio così fumoso.
Per la questione dei capelli, onestamente non vedo in che modo l’analisi dei capelli avrebbe potuto fornire prove decisive in un senso o nell’altro.
Sono d’accordo. Ovviamente i casi sono tutti diversi. Mi pare di capire che l’articolo non verta sulla colpevolezza o l’innocenza di uno dei protagonisti di questi processi, ma sul modo col quale sono stati condotti e sul contesto nel quale si svolgono. Mi pare una mancanza dunque non avervi inserito anche l’omicidio di Perugia. Tuttavia non capisco il nesso con la necessità di una riforma della giustizia. A meno che questa riforma non riesca a proteggere vittime, sospettati e inquirenti, dalle attenzioni morbose dei media e del pubblico.
Tuttavia non capisco il nesso con la necessità di una riforma della giustizia
Non ho detto questo, infatti. In questi casi non si tratta di riformare la Giustizia, ma semplicemente di applicarla correttamente.
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