Troppa pubblicità fa male. Soprattutto alle indagini. E il caso di Alberto Stasi lo dimostra
Ci sono omicidi che passano inosservati, dei quali stampa e televisione danno notizia il giorno in cui sono stati commessi, e non se ne curano più. Pensiamo ai tanti morti causati ogni anno dalle guerre tra bande di criminali (comprese le persone innocenti colpite per essersi trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato), alle vittime di rapine, ai tanti cadaveri senza nome: cadeveri di prostitute, stranieri ed extracomunitari rinvenuti in qualche luogo isolato, senza documenti. Di tutti questi omicidi, la gente si scorda presto. Eppure per ciascuno di essi c’è un lavoro investigativo che prosegue in silenzio: rilievi tecnico-scientifici, comparazioni balistiche, intercettazioni
telefoniche. Qualche volta ci vogliono anni per dare un volto agli assassini, qualche volta si fa prima. Spesso sono le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia a consentire di risolvere il caso. Talvolta i fascicoli, dopo essersi ricoperti di polvere per la completa assenza di elementi e indizi, finiscono in archivio dopo essere stati timbrati con un laconico: “AGLI ATTI”. Altri omicidi, invece, sono destinati ad avere una storia diversa, a restare sempre al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica. Possiamo riconoscere alcune caratteristiche tipiche di questi delitti: si tratta di omicidi “privati”, ossia che non hanno nulla a che vedere con la malavita; sono maturati in ambienti familiari: parenti, amici, condomini; spesso avvengono in quartieri borghesi di grandi città o sconvolgono la vita tranquilla e monotona di borghi che nessuno aveva mai sentito nominare in precedenza; indiziati e sospettati sono persone che nel loro ambiente godevano di rispetto e stima. Questi ingredienti (o buona parte di essi) li ritroviamo nell’omicidio di Chiara Poggi (Garlasco) come in quello del piccolo Samuele Lorenzi (Cogne), ma anche in tante altre vicende come quella della morte dei due fratellini Francesco e Salvatore Pappalardi, a Gravina di Puglia. Ma l’attenzione mediatica nuoce o giova alla positiva e celere conclusione delle indagini? Non c’è dubbio che la luce dei riflettori imponga agli inquirenti di investire significative risorse nelle indagini su un determinato caso, impedendo che lo stesso venga archiviato o trascurato. Tuttavia la pressione dei media può falsare completamente il corretto sviluppo delle attività investigative, con conseguenze estremamente negative. Vediamo cos’è successo nei tre casi citati, e le analogie che li accomunano.
MAMMA – Cogne, 30 gennaio 2002. Il piccolo Samuele Lorenzi, tre anni, viene ucciso con 17 colpi sferrati contro il cranio utilizzando un oggetto contundente, nel suo lettino, poco dopo le otto del mattino. A dare l’allarme è la madre, Annamaria Franzoni, che chiama i soccorsi subito dopo essere rientrata nell’abitazione, dalla quale si era assentata per pochi minuti allo scopo di accompagnare l’altro figlio, Davide di sette anni, alla fermata dello scuolabus. Non emergono elementi che indichino (o escludano) che altre persone fossero penetrate nella casa. La donna viene arrestata il 14 marzo 2002, poi scarcerata, poi di nuovo arrestata e processata con l’accusa di aver assassinato Samuele. La sentenza di condanna viene confermata definitivamente nel 2008 dalla Cassazione. Le prove contro la donna consistono essenzialmente nella distribuzione delle macchie di sangue fuoriuscite dalla vittima, sulla base delle quali i periti concludono che l’assassino indossava il pigiama e gli zoccoli della Franzoni, e quindi non poteva essere altri che la Franzoni stessa. Escludendo queste perizie (che sono state contestate con argomenti degni di considerazione) non c’è alcuna prova diretta della responsabilità della madre. Non è mai stata individuata o rinvenuta l’arma del delitto né stabilito il movente. La collocazione temporale del crimine pone altri problemi: il piccolo è spirato dopo l’arrivo dei soccorsi e questo comporta che la madre lo avrebbe colpito dopo aver accompagnato fuori l’altro bambino. Ma in tal caso, quanto è plausibile che indossasse ancora il pigiama e gli zoccoli? L’attendibilità della ricostruzione della scena del crimine, alla base della perizia sulle tracce di sangue, è controversa: numerose persone (non meno di una dozzina) calcarono la scena prima dei rilievi, al punto che gli stessi magistrati inquirenti ammisero che lo stato dei luoghi e delle cose era stato irrimediabilmente alterato. E ancora: come mai il marito non ha mai messo in dubbio l’innocenza della Franzoni (o meglio: come potrebbe un padre continuare a vivere con una donna che ha ucciso il proprio figlio)? Nel processo mediatico ha tenuto banco il comportamento della donna: non sembrava affatto quello che ci si aspetterebbe da una madre cui è stato ucciso un bimbo. Di contro, il comportamento del marito e dei parenti: tutti inamovibilmente convinti della sua innocenza.
PAPA’ – Gravina di Puglia, 5 giugno del 2006. Due fratellini di Gravina, Francesco e Salvatore, rispettivamente di 13 e 11 anni, escono di casa nel pomeriggio e non fanno più ritorno. Il padre, Filippo Pappalardi, denuncia la sparizione alle autorità. Le ricerche non producono alcun risultato. Il 27 novembre 2007 il padre viene arrestato. Investigatori e magistrati sono convinti che abbia ucciso i ragazzini e che abbia fatto sparire i loro corpi. Anche in questo caso non ci sono prove: anzi, manca perfino la prova che i due ragazzini siano stati davvero uccisi o rapiti. Di nuovo mancano il movente, l’arma del delitto, persino il luogo del crimine non è individuato. Secondo gli inquirenti, la responsabilità di Filippo Pappalardi è dedotta da una serie di elementi: testimonianze, contraddizioni nel suo racconto, persino intercettazioni telefoniche. Eppure, Pappalardi è innocente: la drammatica e ineluttabile verità salta fuori solo il 25 febbraio del 2008.
Francesco e Salvatore erano caduti in una specie di pozzo in un deposito diroccato, morti per le ferite riportate nella caduta, per il freddo e per la sete. I corpi sono scoperti perché un terzo bambino finisce nello stesso pozzo, ma sopravvive ed è tratto in salvo da alcuni soccorritori. Solo a quel punto Pappalardi viene scarcerato.
FAMIGLIA – Garlasco, 13 agosto 2007. La giovane Chiara Poggi viene uccisa con una decina di fendenti inflitti con un oggetto appuntito. Anche in questo caso a dare l’allarme è la stessa persona che viene subito sospettata dell’omicidio: il fidanzato Alberto Stasi. Ancora una volta non c’è l’arma del delitto, né un movente. Tuttavia Stasi viene arrestato: le prove sono rappresentate da macchie di sangue e contraddizioni nel suo racconto. Stasi viene arrestato il 24 settembre 2007, ma scarcerato dopo pochi giorni. Viene comunque processato, ma il 17 dicembre i giudici di primo grado lo assolvono: risultano determinanti i rilievi effettuati sul suo computer personale dal quale risulterebbe che il giovane stava lavorando alla propria tesi di laurea nel momento in cui Chiara Poggi veniva uccisa. Ma hanno un grosso peso anche i dubbi sollevati sull’attendibilità dei rilievi effettuati sulla scena del crimine e le contraddizioni tra periti di parte civile e del Pubblico Ministero nell’individuare l’orario in cui si è consumato il delitto.



però credo ci sia una differenza palese tra Stasi, Gravina e la Franzoni. A Cogne siamo a sentenza definitiva, capisco le considerazioni e le contestazioni sulle prove ma ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso rispetto agli altri casi, a mio parere
mi pare che john lo dica sul finale (solo di stasi a dir la verità)
” Con Stasi… è ancora presto per dire se è andata bene o è andata male, in termini di Giustizia, in quanto la sentenza non è ancora definitiva. “
Una domanda tecnica: ho visto che s’è puntualizzato molto sull’assenza di moventi nei tre casi citati. Ma è così “decisiva” la presenza o l’assenza di tale fattore?
No, non solo non è decisiva ma nemmeno particolarmente importante, specialmente nel caso di delitti non premeditati che possono scaturire per ragioni impreviste. Però la “struttura risolutiva” è oggettivamente incompleta se manca la ragione dell’atto criminoso, o meglio se essa non è individuata in modo sufficientemente verosimile.
Perché mai un padre dovrebbe uccidere i suoi due figli? Perché una madre dovrebbe uccidere il proprio figlioletto mentre dorme? Perché uno dovrebbe uccidere la propria fidanzata? Chiaro, possono esserci risposte. Una punizione troppo severa, uno scatto di nervi, un litigio. Ma queste risposte dovrebbero avere qualcosa che le sostenga: precedenti di violenza, squilibri psichici, un tradimento, ecc…
Quando non si riesce ad individuare almeno un contesto verosimile e sufficientemente acclarato, ne soffre l’intero impianto accusatorio.
Sono, come quasi sempre mi capita, con quanto scrive John ed a questi casi aggiungerei anche quello di Sollecito e Knox. C’è qualcosa di profondamente malato nella giustizia italiana (in alcune zone della Sardegna augurare a qualcuno di finire in mano a “sa zustitzia” è peggio che augurargli la morte), peccato che l’unico che sta cercando di cambiarla non stia facendo altro che peggiorare la situazione.
Quante assurdità, si continuano a dire con leggerezza sulla Franzoni, da gente che parla tanto per parlare.
Nel caso di Cogne c’è stato molto più fumo di Garlasco e nessuna prova, ma solo una confusione iniziale che ha dato origine ad un’incredibile serie di errori e di trascendimenti, per vari e noti motivi, ben conosciuti da chi ha seguito questa tragedia con attenzione dal primo momento.
Nei pochi minuti di mancanza dell’alibi, Annamaria avrebbe compiuto il massacro del figlio, si sarebbe pulita da un mare di sangue che l’avrebbe macchiata ovunque, e avrebbe accompagnato l’altro bambino alla fermata in attesa del pullmino della scuola, condotto da un Vigile, il quale ha testimoniato che la Signora era come al solito gentile, ben vestita ed hanno fatto il consueto scambio dei pochi convenevoli.
Quindi avrebbe dovuto fare un lungo e approfondito bagno e ciò avrebbe fatto trovare delle tracce di sangue nelle condutture o nei sifoni; ricerche fatte accuratamente ed anche a più vasto raggio, non hanno portato a nessun riscontro e già solo per questo sarebbero state dovute delle scuse; il che è impensabile da parte dei nostri (tanti) e tanto superbi e infallibili (a loro dire) inquirenti; a cominciare da chi sprezzantemente tiene le redini e la frusta e si ritiene superiore al Popolo, che vigliaccamente Oltraggia.
Siccome, allo stato della tecnica, si riesce a trovare qualche traccia ematica anche dopo vari lustri in qualche casa in cui si è verificato un delitto e dove sono stati fatti accurati lavaggi per farle scomparire e c’è stato avvicendamento di vari inquilini con grandi pulizie e tinteggiature, non si capisce questo mistero dei 27 sopraluoghi del Ris, a meno che non rientri anche questo strano fatto, nell’inchiesta in corso in cui è indagato.
Comunque, seppure fosse passato molto tempo e ci fossero stati molti energici lavaggi quotidiani, sarebbe bastato esaminare solo qualche capello dell’indiziata, per avere una prova certa che avrebbe inchiodata o scagionata questa infelice Mamma e ciò avrebbe fatto risparmiare molte sofferenze e rabbia a tanta gente e una carrettata di miliardi a questo povero Paese, che finchè non avrà la Riforma di questa Ingiustizia è sempre a rischio di maggior imbarbarimento.
Talune osservazioni di Zione corrispondono ad alcune perplessità che sarebbe sensato avere sulla vicenda Cogne. Per quello che ho potuto leggere, le prove oggettive a carico della Franzoni sono discutibili, a prescindere dalle “sensazioni” di colpevolezza o innocenza che ciascuno di noi può avere.
Per questo ho inserito il caso Cogne tra gli esempi citati.
Personalmente ho serie difficoltà a considerare attendibile la perizia sulle tracce di sangue.
Probabilmente (io penso di sì) la Franzoni è colpevole. Ma non c’erano – a mio parere – prove sufficienti e adeguate per imbastire il processo.
Tuttavia tre gradi di giudizio hanno confermato la condanna e questo è un fatto.
La mia perplessità non mette in dubbio la colpevolezza della Franzoni ma l’opportunità di avviare un processo con un quadro accusatorio così fumoso.
Per la questione dei capelli, onestamente non vedo in che modo l’analisi dei capelli avrebbe potuto fornire prove decisive in un senso o nell’altro.
Sono d’accordo. Ovviamente i casi sono tutti diversi. Mi pare di capire che l’articolo non verta sulla colpevolezza o l’innocenza di uno dei protagonisti di questi processi, ma sul modo col quale sono stati condotti e sul contesto nel quale si svolgono. Mi pare una mancanza dunque non avervi inserito anche l’omicidio di Perugia. Tuttavia non capisco il nesso con la necessità di una riforma della giustizia. A meno che questa riforma non riesca a proteggere vittime, sospettati e inquirenti, dalle attenzioni morbose dei media e del pubblico.
Tuttavia non capisco il nesso con la necessità di una riforma della giustizia
Non ho detto questo, infatti. In questi casi non si tratta di riformare la Giustizia, ma semplicemente di applicarla correttamente.
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