La bolla olimpica
di Clementina Coppini
Breve è l’estate. Ma l’estate è lunga o breve? Dipende da come la si passa. Per chi lavora non finisce mai, calda e umida com’è in certi posti. Non è breve nemmeno per i forzati dell’ombrellone. Credete non esistano invece esistono. Sono quelli che – qualcuno potrebbe dire beati loro ma non c’è in loro alcuna beatitudine – possono ancora permettersi di stare al mare per uno o due o addirittura tre mesi, che stanno lì a fissare l’orizzonte e a prendere il sole e hanno anche il coraggio, la sera, di dire che sono stanchi. Ne ho conosciute, di persone così, che vivono di rendita o sulle spalle dei loro genitori anziani, che guadagnano investendo nei paesi emergenti che sfruttano i bambini e poi viziano i figli e i nipotini, che non pagano le tasse ma utilizzano i servizi fino allo spasimo, gli ultimi fuochi di un tempo finito ma non ancora del tutto sepolto, purtroppo. L’agosto invece non è né lungo né breve per chi non ha lavoro o peggio ancora non ha speranza. È semplicemente un tempo da passare ed è incredibile come il tempo si trasformi in qualcosa di fastidioso e appiccicoso, quando non si ha lavoro o peggio ancora non si ha speranza. Il tempo diventa un macigno, qualcosa che si tollera con fatica, un fardello.
TEMPO E SPERANZA – Poi ci sono le Olimpiadi, dove il tempo è entusiasmante in ogni secondo, decimo di secondo, centesimo di secondo. Alle Olimpiadi ci sono giovani e giovanissimi che colgono l’attimo, che trattengono il respiro per concentrarsi o per resistere, per tenere la testa sott’acqua o per scoccare la freccia. Noi tratteniamo il respiro per l’emozione, fermiamo per un attimo l’aria nei polmoni quasi volessimo aiutarli a fare meglio, e raggiungere la perfezione. Gli atleti ci aiutano così a dare una nuova prospettiva al tempo, ci fanno credere che c’è sempre qualcosa da fare e da sperare anche se in realtà non è così, che l’importante è comunque partecipare, anche se in realtà non è così. Le Olimpiadi sono come una bolla d’aria in cui è piacevole vagare per un paio di settimane, scoprendo con piacere che la medaglia d’oro nel tiro con l’arco vale esattamente come quella nei cento metri piani e nel tennis. Poi alla fine quelle medaglie non sono proprio uguali, né per gli sponsor, né per i tifosi né per i consulenti finanziari di quell’italiano che ha vinto la medaglia d’oro nella canoa e della Pellegrini che di medaglie non ne ha nemmeno vinte, tanto per fare un esempio. La cosa più bella è vedere campioni consumati (che di solito sono soggetti di rara antipatia) scendere in pista o in piscina o in campo ed essere sonoramente battuti da sedicenni grandi come armadi e veloci come il fulmine. È una forma di riscatto per noi che guardiamo. Osservare come si può utilizzare ogni secondo della vita, vedere come questi ragazzi si allenano ore e ore al giorno per anni e anni solo per fare una cosa nel minor tempo possibile è un modo per rivalutare il tempo, per ridargli struttura.
CORRERE CON BOLT - Poi c’è l’americano che ha vinto la medaglia d’oro nel dorso e l’anno scorso lo davano per finito perché non era riuscito a entrare in squadra, quella che non doveva andare e anche lei vince la medaglia d’oro, la lituana di quindici o sedici anni che vince una medaglia d’oro nel nuoto perché in patria non aveva speranza di allenarsi come si deve e allora suo padre che credeva in lei l’ha portata a Londra quando era bambina. I modi per diventare campioni sono tanti e variegati come le modalità in cui si presenta la speranza. Sarebbe bello anche per tutti noi vincere ogni tanto una medaglia d’oro con l’assegno di centomila e rotti euro che la accompagna, vero? Oppure trovare qualcuno che crede nelle nostre qualità, che ci dà la possibilità di allenarci nella disciplina alla quale dedicare tempo e speranza. Magari. Certo gli atleti per arrivare a quei livelli fanno tanti sacrifici, spendono tantissimo tempo e gli anni della giovinezza. E invece i loro coetanei che trascinano i loro giorni allenandosi a cercare di percorrere una strada, a cercare uno straccio di impiego? E invece le persone di mezza età che partecipano alle Olimpiadi della sopravvivenza? Ancora una settimana nella bolla olimpica e poi tutto finisce. I campioni faranno le pubblicità, chiuderanno contratti milionari e tra uno spot e l’altro si alleneranno, in attesa, tra quattro anni, che arrivi un quindicenne che li buggeri lasciandoli indietro. Anche per loro, che oggi sembrano dei, c’è un tempo, e per ignoti dodicenni in giro per il mondo c’è speranza. Un ragazzo raccontava ieri che quattro anni fa guardava alla tele la finale dei cento metri e sognava di essere lì anche lui. Tra qualche giorno correrà con Bolt. Chissà. Noi guardiamo commossi questi giovani campioni intanto che l’agosto consente una pausa ai campionati di sopravvivenza. Ad alcuni, non a tutti.
(Photocredit: Getty Images)











