Potevamo forse farci mancare il nuovo, scintillate reality della stagione?
Per ora ne hanno fatto una puntata sola, in attesa di trasformarlo in un vero ed ennesimo reality. Italia’s got Talents, format ripescato dall’estero, ha brillato per una sola sera, sabato. In Inghilterra lo spettacolo ha stracciato ogni record di ascolto, contribuendo a creare una nuova star, la bruttarella Susan Boyle, voce d’angelo in corpo da balenottero, nella miglior tradizione delle grandi cantanti alla Monserrat Caballet, che ha fatto impazzire Youtube, scalato le classifiche e ha già all’attivo persino un quasi esaurimento nervoso per il troppo successo. La versione italiana sembra un x factor più in ristrettezze: tre giudici, cioè Gerry Scotti, Maria de Filippi e Rudy Zerbi, discografico recentemente salito agli onori del davanti le quinte come già toccò alla Mara Maionchi. A ricordare X factor
c’è tutto, né gli scenografi hanno tentato di mascherare di un minino quale sia la loro fonte di ispirazione: le tre gigantesche X che campeggiano sopra le teste dei tre giudici sembrano ricavate con il materiale di sbaracco dell’altro programma, e la De filippi, vestita in rosso, con il capello piatto e un tentativo di scollatura provocante pareva la versione meno succinta della Simona Ventura.
MA - Solo che Italia’s got Talent non è X factor, questo è chiaro. Là, bene o male, sul palco vanno artisti che sono già professionisti in larga parte, o dilettanti ma con alle spalle una seria intenzione professionale, e scelti in fasce d’età in cui tentare una carriera artistica ha ancora un qualche senso e una qualche probabilità di riuscita. Cosa sia invece questo Italia’s got Talent non è ben chiaro. Possono partecipare tutti e con qualsiasi numero, quindi sul palco arrivano personaggi strampalati di tutte le età: la casalinga che canta, i pizzaioli acrobatici, il bambino che imita Michael Jackson, il gruppo che fra breakdance, ma anche la signora similmaliarda con seno strabordante che ha l’abilità di cantare (maluccio) ma a testa in giù. Insomma, dilettanti allo sbaraglio con un occhio di riguardo per i fenomeni borderline da baraccone. Chi possa o meno passare il turno è già chiaro: i predestinati arrivano sul palco con un promo in cui si vede quando sono arrivati alle selezioni, come si sono presentanti, quanto trepidano dietro le quinte prima della entrata in scena. I fenomeni da baraccone no, sono mandati sul palco senza alcuna rete, sparati davanti al pubblico ed ai giudici che si producono in una serie di smorfie imbarazzanti prima di pigiare il pulsante che segna la fine della pietosa esibizione. X factor, con tutto che può piacere o non piacere, ha l’aria di una trasmissione professionalizzante, in cui si cercano davvero personaggi in grado di sfondare nel mondo dello spettacolo: cantanti tecnicamente preparati che sono impostati come professionisti e vengono seguiti da mentori, per poter tirare fuori quelle che sono reali potenzialità nascoste. Italia’s got Talent è invece un circo, nel senso romano del termine: i concorrenti sono gladiatori lanciati allo sbaraglio nell’arena, e l’intrattenimento è darli in pasto al pubblico così come sono: creare una professionalità, un personaggio che funzioni perché bravo è di secondaria importanza, nel bene e nel male si cerca un “fenomeno” o un “mostro”, già formato di suo e pronto per essere consumato.
LA DIFFERENZA NEL TITOLO – A fare le veci del padrone di casa Simone Annichiarico, figlio di Alida Chelli e del sempre rimpianto Walter Chiari: uno che su genio e sregolatezza avrebbe potuto tener
lezioni, ma anche sull’importanza della gavetta e della professionalità. Anche qui come ad X Factor sembra che i producer delle trasmissioni non vedano la contraddizione intrinseca nel mettere a far da conduttore di trasmissioni dove il talento dovrebbe trionfare senza raccomandazioni ma solo per sua virtù giovinotti simpatici come l’Annichiarico, appunto, o Dj Francesco, che però hanno il solo merito di partenza di avere alle spalle una famiglia e dei babbi famosi (e, nel caso dell’Annichiarico, una esperienza a La7, come conduttore un po’ spaesato di programma cultural-cinematografico-chic). Quanto al terzo giudice, Gerry Scotti, ecco, il mistero più incomprensibile forse sta in lui. Non si capisce perché abbiano dovuto, a Canale 5, mettergli su tutto questo ambaradan, comprare dall’estero il format, rifare la scenografia, le selezioni, mobilitare la de Filippi, quando il povero Scotti un programma uguale uguale, in cui dilettanti venivano mandati allo sbaraglio davanti al pubblico mugghiante o entusiasta, già lo faceva da anni, e con successo. Si chiamava la Corrida, e l’aveva inventata Corrado Mantoni, un gran signore della nostra tv, anche lui mai troppo rimpianto. Ah, già, non era un format con titolo inglese. Deve essere per questo che l’hanno pensionata.


