Hope
13/12/2009 - Venerdì sera lei chiese come doveva regolarsi per domenica e lui rispose che la aspettava alle otto precise davanti all’albergo. Pensò che non era stato carino chiedere a Costanza di venirlo a prendere, ma non la chiamò per avvertirla che
Venerdì sera lei chiese come doveva regolarsi per domenica e lui rispose che la aspettava alle otto precise davanti all’albergo. Pensò che non era stato carino chiedere a Costanza di venirlo a prendere, ma non la chiamò per avvertirla che sarebbe passato lui. La mattina della domenica alle sette e venticinque Alessio aspettava impalato davanti all’albergo. Lei arrivò alle sette e mezzo, convinta di avere un impegno di lavoro.
Alessio aprì la portiera di Costanza e le sorrise. “Le dispiace se guido io?”
Costanza si spostò sul sedile di fianco senza nemmeno uscire dalla macchina. Non sapeva come comportarsi e faceva fatica a stare seduta di fianco ad Alessio. Lui non parlava, guidava tranquillo. Lei invece era pietrificata dall’imbarazzo. Alessio non ricordò niente per tutto il viaggio, e non aprì bocca, ma sentì che non stava sprecando tempo. Non era proprio come guardare un Van Gogh, ma neppure come un consiglio d’amministrazione. Forse doveva guidare più spesso. Parcheggiarono. “Andiamo, siamo in ritardo. Ci aspettano.” disse lui.
“Allora era un invito?” Costanza finalmente aveva capito.
“Sì, diciamo di sì.”
Gunther e Werner si trovarono subito bene con Costanza, e Alessio notò subito che entrambi erano molto più femminili di lei. “Meglio così.” Pensò. Poi si stupì di aver espresso un giudizio del genere. Non per la qualità dell’osservazione, che non era granché, ma perché lui non esprimeva quasi mai giudizi, soprattutto comparativi. Erano il risultato di un’osservazione, e lui non era uso soffermare lo sguardo su nessuno. Nessuno.
Pranzarono alla Trattoria della Marisa, che aveva il suo corredo di gondolieri. Costanza era di una piacevolezza tenera, imprevista in una creatura tanto spartana. Alessio si trovò di fronte a questo altro pensiero, che gli diede quasi fastidio per come si era formulato senza preavviso. Il cibo, il vino frizzante, le tovaglie a quadretti, i commensali che ridevano: cose che Alessio aveva già visto e provato. Non a Venezia, di certo, ma in Camargue, vent’anni prima. Alessio allora non si sarebbe lasciato andare alla conversazione. Allora? Alessio non si era mai abbandonato a una frase improvvisa in vita sua, ma in quel momento lo fece. Gli altri parlavano del successo e della determinazione per raggiungerlo.
“Uno può essere una persona forte quanto vuole, seguire regole auree, e poi però ci sono le debolezze. Penso a me stesso. Uno inizia a realizzare i suoi sogni più grandi e, al posto di festeggiare, guarda le incertezze che emergono. E ha sempre più paura, si sente sempre più inadeguato.”
Ma cosa diceva? Lui non esprimeva mai pareri non premeditati. Ma quanti ricordi doveva ancora rimuovere dalla rimozione? Non doveva più servirsi da bere. Gunther e Costanza guardavano Alessio. Non l’avevano mai sentito parlare in quel modo. Quella frase fece su Alessio l’effetto di una bottiglia di champagne che si stappa. Sentì una decompressione interiore, minima ma irreversibile. Si versò un altro bicchiere e continuò a parlare, e, stranamente, ad ascoltare. Era in pace. Mentre camminavano verso il parcheggio, dopo aver salutato Gunther e Werner, Costanza e Alessio ridevano.
“Grazie per questa giornata meravigliosa.” Disse Costanza senza guardarlo.
“Grazie a te. Sei una persona incantevole.” Alessio si pentì subito di averle dato del tu. “Oh, scusa se ti ho dato del tu.”
“Non si preoccupi, possiamo tornare al lei quando vuole.”
“Non voglio.” Ma sì, chissenefrega.
Arrivarono alla macchina.
“Qual è il mio posto?” chiese Costanza. Questione logistica con risvolto esistenziale.
“Guido io.” Rispose Alessio. Aveva bevuto solo due mezzi bicchieri di vino, anche se gli erano sembrati molto di più. In ogni caso il posto di Costanza era sul sedile di fianco.
“Mi dispiace di aver ignorato quello che mi hai detto al Florian. So che ti ho fatto male.” Disse lui.
Costanza si voltò a guardarlo, allibita. “No, figurati.” Era nel panico.
“Ti chiedo scusa. Non dovevo far finta di niente.” Era la prima volta in vita sua che Alessio si pentiva di una rimozione. Forse Costanza avrebbe dovuto glissare a cambiare argomento, ma tanto non aveva nulla da perdere.
“Forse non hai fatto così male. Purtroppo io sono negata. Per dimenticarti ho provato tutto. Ho fatto torte per dimenticarti, ho viaggiato per dimenticarti, cercato un nuovo lavoro per dimenticarti, guardato film per dimenticarti. Stanotte mi sono dimenticata di dimenticarti, e ti ho sognato. Però ho trovato un nuovo lavoro.”
Alessio ascoltava tranquillo. Per quanto qualcosa in lui stesse cambiando, non è che le modifiche radicali si completino in poche ore. Era abituato a sentire le cose più assurde senza contrarre un muscolo. “Ah, bene, hai trovato un incarico migliore?”
“Migliore? Non saprei. È una valutazione che non ho fatto, sinceramente.”
“Capisco.” Disse Alessio sorridendo.
E così lui capiva. Ma che bravo. Costanza pensò che lui sarebbe stato sempre lo stesso maledetto cyborg che era stato fino a quella domenica. Non c’era speranza. Doveva essere più chiara. “Ma cosa vuoi capire, tu? Tu sei un’anima fredda, Alessio. Invece le mie mani sono sudate e stanche per questa lunga attesa e per il terrore di perderti. Amami solo per un giorno, ma amami. Dimmelo, poi rinuncerò. Ma dimmelo, così so a cosa devo rinunciare.”












