Alamaro, il romanzo di Giornalettismo: capitolo terzo
Ogni speranza era crollata nel cuore di Hope, quando Alessio le aveva comunicato la propria non imminente ma certa partenza. Non si capacitava che lui la cercasse solo fuori l’orario d’ufficio, che non le chiedesse di seguirlo in Italia. Ad Alessio non piaceva la fedeltà e preferiva essere amato solo quando era libero da appuntamenti di lavoro. Non esercitava l’attaccamento. Scese dal taxi e fu sollevato di non sentirsi osservato dagli occhi di Galimberti. Salì in stanza ed ebbe voglia di rileggere la lettera che Hope gli aveva fatto trovare nella hall dell’albergo l’ultimo giorno. Ma non poteva, perché, non desiderando ricordi, le lettere non faceva nemmeno l’esorcismo di distruggerle nel fuoco: le gettava nella spazzatura e basta. Aveva eliminato la lettera, ma ne ricordava il contenuto. Trattava di dedizione e dolore e lo accusava di essere un uomo incapace di provare propensione per i suoi simili e per questa incapacità degno di perdono. Finiva proprio con quella parola: perdono. Ti perdono. Bene, lei lo aveva perdonato. Quando l’aveva letta la prima volta, non interessandogli investigare circa la colpa in questione, aveva appallottolato il foglio e senza alcuna cattiveria l’aveva buttato in un cestino vicino all’ascensore.
La mattina dopo aveva saputo la colpa dalla quale era stato assolto. Hope si era ammazzata, come una qualsiasi Giulietta non corrisposta. Niente ulteriori biglietti né scuse, solo l’evidenza dell’eterno sonno. Alessio era corso al cestino, ma era già stato svuotato, e così si era incenerito anche quel ricordo. Era andato al funerale, perché era suo dovere, e aveva sofferto per i due giorni successivi, durante i quali era rimasto chiuso in stanza senza mangiare. Non si ricordava di avere mai sofferto così tanto prima, e si sentiva male per l’assenza di Hope non dalla sua vita, ma dalla vita. Il terzo giorno c’era stata la sua risurrezione, che coincideva con il ritorno in ufficio. Per lui la resurrezione era quella. Accese il computer, controllò la posta elettronica e trovò una mail di Hope. Alessio la selezionò per la cancellazione, ma poi pensò di leggerla. Era del tutto diversa dalla lettera cartacea del giorno della sua morte.
Caro Alessio,
il fatto che tu te vada senza invitarmi a partire con te ha incrinato la mia saldezza. Sicché prima non l’avrei detto, ma adesso sì. Tu non sai quante mail ti ho scritto, ma le ho cancellate. Ascoltarti mi incanta, e l’incantamento non è una mia prerogativa. Ti amo, ma non mi uccido perché so di non essere corrisposta, non preoccuparti. Lo faccio per altri motivi. Sto morendo e questi mesi che mi restano non mi interessano, soprattutto senza di te. Se te l’avessi detto, non ti saresti tirato indietro. Non voglio che tu ti senta costretto a sopportarmi. Non un uomo come te. Io vado dove devo. Ricordati di diventare ciò che devi essere.
Tua Hope.
Perché dirlo ora che lui non poteva farci niente? Non poteva confessarlo per tempo e prendersi i giorni che lui per senso del dovere le avrebbe dedicato? Orgoglio e morte. Due cose
inspiegabili, per lui. Alessio accelerò il più possibile la propria partenza. Fu meticoloso come al solito, ma con un’impercettibile svolta isterica. Hope se ne sarebbe accorta, ma nessun altro se ne avvide. L’ultimo giorno a Londra Alessio lo passò tutto alla National Gallery, a guardare e riguardare ciò che aveva visto e rivisto, per ricordare. Hope l’aveva vista e rivista, e ora la poteva solo ricordare, ma non ci riusciva. Avrebbe ricordato i dipinti insieme a Hope, un giorno o l’altro. Il giorno dopo partì e quella donna insieme a quell’arte finirono in un dimenticatoio a parte. Solo il Van Gogh l’avrebbe seguito: il resto sarebbe rimasto lì, inchiodato a un muro.
Mentre ricordava sdraiato a letto, squillò il telefono. Era Gunther. Sapeva che Alessio non perdeva troppo tempo nel sonno.
“Sei cambiato, Alessio.” Esordì.
“Anche tu, cosa credi? Che c’è di strano?”
“Ho avuto come l’impressione che tu stessi sviluppando una tua anima.”
Alessio si ricordò del motivo per cui non aveva seguito Gunther a Venezia. Venezia è una città decadente, che ispira pensieri troppo densi. E Gunther partiva già da una certa sua intrinseca pesantezza. Tanto valeva dire la verità. “Sto ricordando il mio passato, cosa che non avevo mai fatto.”


